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Riformare la curia, portare avanti la dottrina sociale e riportare la Chiesa a produrre pensiero. Sono queste i tre nodi più importanti che attendono papa Francesco nel suo pontificato secondo Stefano Zamagni, economista dell'università di Bologna, presidente dell’ormai chiusa Agenzia per le Onlus, ma anche consultore del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace e membro della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali. Per Zamagni sarà un Papa vicino alla gente, in un momento di crisi globale. “Parla la sua biografia – spiega -. Conosco l’Argentina da vent’anni, so quello che ha fatto e come si comportava nel suo paese ed è un modo che può far scommettere sul futuro del suo impegno”. Tuttavia, per Zamagni, sono tre le questioni aperte che hanno portato il Conclave a scegliere Jorge Mario Bergoglio come successore di Benedetto XVI.

zamagni


Al primo posto, spiega Zamagni senza giri di parole, c’è la riforma della curia. “Non riguarda solo gli intrighi – afferma -, gli scandali che pure ci sono stati, ma per le inefficienze. Molti non sanno che buona parte degli errori commessi non sono frutto di malafede, ma di incompetenza. Di persone non adeguate al ruolo che ricoprivano”. Per Zamagni, un segnale forte può arrivare solo da chi “non è mai stato in curia, che viene da un paese non influente e non al centro del mondo. Un papa che abbia un profilo basso, nel senso di una persona umile, capace di dialogare”.

Il secondo nodo su cui intervenire, spiega Zamagni, è quello della dottrina sociale della Chiesa. “Occorre un Papa che porti avanti la linea di Benedetto XVI – afferma -. Quello che molti non sanno è che Benedetto XVI ha fatto, per quanto riguarda la dottrina sociale della Chiesa, una innovazione radicale. L’enciclica Caritas in veritate è la prima enciclica dell’epoca post-industriale. Ora bisogna evitare che questa rimanga un caso a sé e bisogna portarla avanti. Le altre encicliche erano tutte riferite al mondo industriale. La società post-industriale è la società caratterizzata dalla globalizzazione, dall’invasione dell’economia, dalla terza rivoluzione industriale”.

Una ulteriore urgenza, aggiunge Zamagni, è che “la Chiesa capisca che deve tornare a produrre pensiero pensante”. Secondo Zamagni, negli ultimi decenni la Chiesa “ha chiosato, commentato, ma non ha portato avanti la frontiera delle conoscenze. Non si tratta solo di applicare bene, ma di produrre nuovo pensiero. Oggi invece non c’è un nuovo pensiero, mentre vi sono adattamenti, reazioni. La Chiesa non può reagine alle sollecitazioni. Deve portare avanti la propria linea sottoponendola al confronto con gli altri”. Rispetto a questo terzo nodo, spiega Zamagni, il nuovo Papa dà rassicurazioni. “Non è lui stesso portatore di una linea specifica e quindi è nella condizione della massima apertura nei confronti delle linee diverse”.
Il fatto che abbia scelto il nome di Francesco, inoltre, è significativo, spiega Zamagni. “San Francesco 800 anni fa ha fatto esattamente la stessa cosa. La Chiesa viveva una fase di acuta crisi e lui è riuscito a sbloccarla, con la semplicità, l’umiltà e la povertà. Da questo punto di vista la scelta è stata felice. Le premesse ci sono”. Il peso delle riforme, però, il nuovo Papa dovrà dividerlo con i suo collaboratori, spiega Zamagni. “Quello che ci si aspetta da lui è di fare il direttore d’orchestra e lo vedremo dalla scelta dei collaboratori più vicini. Capiremo che non ci vuole molto per innescare un processo evolutivo nella direzione che ho indicato. Uno come Ravasi, è chiaro che io mi aspetto che verrà valorizzato moltissimo. Sul terzo problema, una figura come quella di Ravasi è fondamentale”. (ga)

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