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Spettacoli
Francesco De Gregori, la semplicità del mito di sempre per sempre
Zafferana Etnea Concerto Francesco De Gregori

Sono tra quelli che hanno visto dal vivo Francesco De Gregori un sacco di volte. Lo hanno ascoltato quando era con la faccia triste o birbona, allegro in compagnia di Ron, Pino Daniele e Fiorella Mannoia, solo in un teatro o all’aperto. Ed ancora con una band al completo. Ma vederlo all’opera in Sicilia, per un siciliano, è altra cosa. Ho vissuto il primo dei tre concerti estivi siciliani, quello di Zafferana Etnea, dove si respira l’aria dell’Etna. Dove aveva casa il suo amico vero, Lucio Dalla, e dove abita Franco Battiato. E’ la prima di tre date: poi a Noto ed ancora Finale di Pollina. Seduta dietro di me una ragazzina di 12 anni. Biondissima e con gli occhi azzurri. Conosce a memoria tutti i testi del Principe. Come noi. Da ragazzo conducevo un programma in una radio di Licata di sola musica italiana. Assoluta controtendenza rispetto ai Dj più d’esperienza. Loro proponevano soltanto dischi in inglese dei grandi gruppi o dei grandi cantautori. Passare la musica italiana non garantiva popolarità. Ma ero riuscito a guadagnare qualche ascoltatore proponendo i miei cantautori preferiti. Tra questi c’era anche lui.

Aprii il mio primo programma con Rimmel la stessa canzone con cui Francesco De Gregori conclude questo concerto particolarissimo, minimalista. Non ci sono effetti speciali, fumogeni, non c’è neanche il batterista. Una scelta. Soltanto due fili di luce sul palco e tre pannelli, dove ogni tanto appare qualcosa. Francesco De Gregori entra da subito, è conscio che il pubblico siciliano è speciale e va subito ad onorarlo e passa subito l’energia giusta. Dietro di lui musicisti maturi, due bottigliette d’acqua, un po’ di chitarre e un pianoforte. Ed è subito magia pura. Ci sono donne e uomini di tutte le età. Ragazze e ragazzi che cantano a squarciagola e molti capelli bianchi, tanti brizzolati. Non sono soltanto i segni del tempo. Ma anche di una maturità che il cantante dimostra pezzo dopo pezzo. Poi la magia del ricordo di Lucio Dalla con 4-3-1943 e il gran finale del duetto con la moglie Chicca, sua compagna di vita da 40 anni, con cui canta in napoletano Anema e Core. Ogni suo gesto, ogni suo movimento non è calcolato, è spontaneo.

Persino quando per il bis esce con sigaretta in bocca e calice pieno di vino da sorseggiare tra una strofa e l’altra. E’ tutto, lo ripetiamo convintamente, molto magico, molto diverso, molto bello e anche molto siciliano. Anche quando in siciliano o in italiano gli urlano quanto è bravo De Gregori non si scompone. “Grazie Amico” dice con educazione e stile principesco.  Lo circondano quattro musicisti altrettanto magici divisi tra destra e sinistra, (ma non politicamente): da un lato Guido Guglielminetti (basso) e Carlo Gaudiello (pianoforte e fisarmonica), dall’altro Paolo Giovenchi (chitarre) e Alessandro Valle (pedal steel guitar, mandolino, chitarra elettrica). Non c’è la batteria e il batterista. Qualcuno ne sente la mancanza perché i testi sono nati anche per  la batteria. Il Principe è un gigante, ma anche un bandito e un campione. E’ tutto quello che avremmo potuto immaginare e anche di più. Una dopo l’altra le sue canzoni ci prendono e conquistano, come quando le abbiamo sentite per la prima volta: Numeri da scaricare, Caterina, Il cuoco di Salò, Buenos Aires, Non è buio ancora, Vai in Africa Celestino, Sempre e per sempre, Cose,  La leva calcistica del ’68, Generale, Raggio di sole, Gambadilegno a Parigi, Bambini venite parvulos, Santa Lucia, 4 marzo 1943, La donna cannone,  Buonanotte fiorellino,  Titanic.

Sparisce per qualche attimo il Principe poi ritorna ed è subito tripudio. Tutti in piedi: Falso movimento, Alice, Anema e core e Rimmel. Le luci si accendono e gli occhi sono lucidi e felici. E’ un grande cantautore che ha scelto di essere generoso, sempre per sempre.  E chi lo ama glielo riconosce. Coerente, capace, efficace, un verso cantautore. Non ha fatto battute, non ha parlato di politica. Ha fatto parlare la sua musica. Forse qualcuno gli ha spiegato da tempo che in Sicilia la miglior parola è quella che non si dice. W il Principe.

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