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Spettacoli
Francesco De Gregori: "Prodi sbaglia a dire che Salvini è razzista"
Crediti photo Nick Zonna

«L’idea di essere su un palco da più di 50 anni non mi terrorizza, ma sicuramente mi stupisce. Non ho mai pensato che la mia vita dovesse essere così legata alla musica. Quando scrivevo i miei primi dischi, mi sentivo soltanto uno che aveva preso un treno in corsa. In famiglia, da mia zia a mio nonno, la musica c’era sempre stata. Ma l’idea di farne una professione era lontanissima e l’ambiente discografico non era proprio il mio. E invece da ’sto treno – un treno che si è fermato, ha rallentato e a tratti accelerato – non ho mai trovato un motivo per scendere».

I 20 concerti di De Gregori Off the Record, al Teatro Garbatella di Roma fino al 27 marzo, sono tutti esauriti. Toccherà poi al De Gregori & Orchestra - Greatest Hits Live, partenza l’11 giugno alle Terme di Caracalla e chiusura il 20 settembre all’Arena di Verona. Francesco De Gregori compie 68 anni il 4 aprile eppure, assicura in un’intervista a Vanity Fair, non ha nessuna intenzione di ritirarsi dalle scene («Sono sempre le scene che si ritirano da te»).

Leitmotiv della sua carriera artistica, spiega, è il rifiuto del conformismo. «A me gli sghembi, gente come Tenco o De André, o, per restare a oggi, Francesco Tricarico, sono sempre piaciuti. Perché mi pare ci accomuni un’indole di fondo. L’illusione di rispondere no a chi ci dice cosa dobbiamo essere o cosa dire o fare. Rimmel nasce proprio dal rifiuto nei confronti della mia casa discografica che voleva farmi fare un disco da cantautore, solo voce e chitarra, perché in quel periodo, secondo il mio produttore Lilli Greco, uno come me doveva sembrare in un certo modo. E io dicevo: “Bene, allora vorrei fare un disco accompagnato dai Pooh”. Certe facce sgomente avevo davanti, avrebbe dovuto vederle».

Rifiuto del conformismo e delle etichette anche nelle canzoni politiche. «La storia siamo noi, Viva l’Italia. Le ho scritte, certo. Prendendo però sempre le distanze da una certa mitologia della sinistra. Non avrei mai scritto una canzone su Guevara o su Carlo Giuliani. Non sono certo un reazionario, ma ho sempre diffidato della super ideologizzazione. (...) Da ragazzo, quando mi chiedevano per chi voti, lo dicevo. Quella formula: “Il voto è segreto”, mi sembrava il manifesto del doroteismo. Oggi non mi va più di dirlo, né ho mai anelato sostenere pubblicamente qualcuno o peggio esserne sostenuto. Non bramo per abbracciare o essere abbracciato dalla politica, non sventolo vessilli, non mi presto a un ragionamento parziale per vedere il mio pensiero sintetizzato allo scopo di fare casino, vestire una delle magliette di una delle squadre in campo. Preferisco non giocare e se non mi va, magari, evitare di vedere la partita. (...) Non vivo in una torre d’avorio. Leggo i giornali, vedo i talk show e guardo a quello che succede nella politica. Ho le mie opinioni, quelle che la gente può immaginare benissimo. In questo periodo storico di lacerazione e conflitto planetario, non certo solo italiano, accadono cose dolorose. Ma non mi piace parlare di politica accorciando i ragionamenti e tagliando le cose in maniera schematica come i politici di professione, anche per un ovvio ritorno elettorale, fanno regolarmente. Le ricette suggerite e gli slogan sono quanto mai semplicistici. E io alla semplicità, nella vita, aspiro davvero. Ma nella schematizzazione della politica non mi riconosco. La politica è cosa complicata e su certi temi vorrei sentire ragionare con assunti che vadano oltre lo slogan».

Un esempio delle semplificazioni che non accetta è Romano Prodi che definisce Salvini un razzista. «Con il massimo rispetto per i bar, luoghi che amo profondamente, nella discussione da bar non entro. La semplificazione di problemi come immigrazione o globalizzazione mi sembra sbagliata e l’uso di una parola così netta, che ha un significato così variabile nella storia del mondo, che si applica a situazioni diversissime, dal razzismo degli Stati dell’America profonda all’antisemitismo europeo del ’900, mi sembra superficiale come spesso è stato l’uso dell’aggettivo fascista o comunista attribuito al nemico politico solo per evitare di scendere sul piano della contestazione critica. Più che razzista, definirei Salvini xenofobo, che vuol dire un’altra cosa anche se i due termini vengono spesso accostati e confusi»

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