L'esclusiva/ "Nientepopodimeno che... Fred Buscaglione" (Arcana) di Giancarlo Susanna, a 50 anni dalla morte del grande artista

A 50 anni dalla morte, esce per Arcana "Nientepopodimeno che... Fred Buscaglione" di Giancarlo Susanna. Senza l'artista la nostra musica leggera sarebbe senz’altro diversa, e senza il suo genio non avremmo probabilmente avuto Paolo Conte e Vinicio Capossela. In esclusiva su Affaritaliani.it un estratto dal volume e un'immagine dall'inserto fotografico

Mercoledì, 3 febbraio 2010 - 17:32:00

Il 3 febbraio ricorrono 50 anni dalla morte di Fred Buscaglione. Per l'occasione esce per Arcana un volume di

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Giancarlo Susanna dal titolo "Nientepopodimeno che... Fred Buscaglione" (che contiene anche un inserto fotografico).

fred buscaglione arcana
La copertina
IL LIBRO - Come spesso accade, sono gli artisti a essere sintonizzati sugli umori profondi della società. Nell’Italia che stava velocemente passando alla fase della ricostruzione postbellica al boom economico, le canzoni di Fred Buscagliene – brillanti, ironiche, divertenti – avevano il segno forte del cambiamento.
Tra le melodie melense di buona parte delle canzonette dell’epoca e il fuoco di fila delle invenzioni di taglio jazzistico e cinematografico del cantante torinese c’è una frattura evidente. Anticipato in parte da personaggi come Alberto Rabagliati e Natalino Otto, Buscagliene ha creato, nel breve periodo del suo grande successo, un immaginario così moderno da reggere all’usura del tempo. Difficile pensare alle canzoni di Paolo Conte o di Vinicio Capossela senza il passaggio geniale di Fred Buscagliene e del suo compagno d’avventure preferito, il “paroliere” Leo Chiosso. Ripercorrerne la vicenda umana e rtistica e riesaminare le caratteristiche della sua lettura del jazz e del rock’n’roll in chiave tutta italiana vuol dire riscoprire un piccola un piccolo tesoro di folle e travolgente inventiva.  Senza Buscaglione la nostra musica leggera sarebbe senz’altro diversa.

fred buscaglione
(c) Giuseppe Palmas www.fotopalmas.com 
Fred Buscaglione Con l'attrice Scilla Gabel. Roma, 26 novembre 1959,
durante le riprese del film A qualcuno piace Fred

Giancarlo Susanna - Critico musicale per quotidiani e riviste specializzate come Rockerilla, ha pubblicato libri su Neil Young, Jeff Buckley, REM e Coldplay. Ha condotto per molti anni programmi a Radio Rai ed è una voce storica di Stereonotte.

LEGGI IN ESCLUSIVA SU AFFARITALIANI.IT UN ESTRATTO

"Estratto tratto da 'Nientepopodimeno che...Fred Buscaglione' di Giancarlo Susanna, per gentile concessione di Arcana edizioni, 2010.


FRED E GLI ALTRI

Il nostro paese non brilla certo per il valore che attribuisce alla memoria
e al passato. Mi è capitato spesso, in questi ultimi mesi, di
parlare di Fred Buscaglione con amici e conoscenti: nel migliore
dei casi Il Grande Fred era conosciuto per una manciata di canzoni,
soprattutto quelle scritte con Leo Chiosso, quelle del gangster
bonaccione e delle bionde tutte curve. Su di lui sono stati
pubblicati negli anni diversi libri, il più bello dei quali è quello
scritto con grande rimpianto dallo stesso Chiosso. E tuttavia l’immagine
che nel tempo è rimasta impressa di questo artista così originale
agli occhi (anzi, alle orecchie) dei più sembra priva di un
vero spessore musicale.

Il fatto è che, inoltre, recuperando le sue incisioni – non poche
e tutte concentrate in un arco di tempo molto breve –
si resta al contrario colpiti dall’identità evidente di un “suono” molto
personale.

La formazione degli Asternovas, anche se più volte cambiata
e rimaneggiata, suonava sempre in un modo riconoscibile. Un po’
come accadeva – e non è un caso, viste le numerose affinità culturali
– al gruppo di Renato Carosone. In quei dischi ci sono dei
cliché e dei modi che si ripetono, naturalmente, ma il suono è
quasi sempre brillante e vivace, segnato dagli interventi di un
leader che, come abbiamo visto, era a suo agio con una quantità
sorprendente di strumenti: violino, contrabbasso, sassofono e
vibrafono, tanto per citarne alcuni.

E se Buscaglione sopravvive oggi, nell’immaginario collettivo,
grazie ai film, alle sue apparizioni televisive e ai Caroselli, altri
cantanti dello swing italiano – da Alberto Rabagliati a Ernesto
Bonino, passando per Natalino Otto, il Trio Lescano e Lelio
Luttazzi – sono conosciuti e ricordati soltanto da pochi critici e
addetti ai lavori. Un panorama un po’ malinconico e desolato
per un contesto sociale e culturale che è sopravvissuto persino
all’oscurantismo autarchico del regime fascista. Perché se l’America
di Louis Armstrong e di Frank Sinatra era lontana, soprattutto
negli anni del fascismo e della guerra, Buscaglione e il suo
inseparabile compagno di goliardate Leo Chiosso erano in grado
di viverla e farla rivivere in chi ascoltava la loro musica.
Quel loro disincanto e quella sana follia la rendevano molto
più accessibile. Nel recuperare ritmo e stile del jazz tanto amato da entrambi,
non c’era provincialismo. C’era, al contrario, l’ironica
e saggia consapevolezza che Torino non era e non poteva essere
come Chicago o New York. Una competizione tra i due mondi
contigui sarebbe stata impossibile senza il filtro del gioco e
delle citazioni surreali.

Tutto questo ha impedito d’altra parte che il jazz e lo swing trovassero
in Italia un approdo più serio. La critica jazz, che pure
ha avuto da noi esponenti di rilievo, soprattutto negli anni del
secondo dopoguerra, è nata in Francia. Noi avevamo gli artisti che
abbiamo citato, i francesi avevano personaggi come il chitarrista
gitano Django Reinhardt o come Boris Vian, musicista, cantante,
scrittore, pittore, critico e autore di canzoni. Forse il paragone
potrà apparire azzardato, ma non fu proprio Vian a scrivere e
pubblicare, con lo pseudonimo di Vernon Sullivan, J’irai cracher
sur vos tombes (Sputerò sulle vostre tombe), un romanzo che riecheggiava
l’hard boiled di Dashiell Hammett e degli autori pulp
d’oltreoceano? Più serio, appunto, e più europeo. In un ambiente
culturale che non lo ha dimenticato o rimosso.
Le canzoni, parte integrante della frenetica produzione di
Vian, hanno diversi punti di contatto con quelle di Fred. Prima
di tutto la musica (il jazz e lo swing) e poi l’ironia, lo sguardo scanzonato
sul mondo. Forse Vian era più intellettuale e snob ma il
senso del tempo era lo stesso. Non è un caso che durante
il loro primo incontro Buscaglione e Chiosso abbiano parlato
proprio del francese Stéphane Grappelli e dell’americano Joe Venuti,
ancora oggi considerato uno dei più
grandi violinisti della storia del jazz. È infatti sui dischi di Venuti
e Grappelli che Buscaglione formò il suo personalissimo stile (al
violino e non solo): l’eleganza e la leggerezza di questi straordinari
musicisti andava molto al di là del puro esercizio tecnico.
Ogni volta che nelle canzoni di Fred compare il violino, suo
primo e mai dimenticato amore musicale, lo troviamo suonato in
modo poco ortodosso e poco classico, proprio come lo usavano
Venuti, Grappelli e il meno noto (ma non meno bravo) Eddie
South, che dell’ambiente musicale italiano alla fine degli anni

Venti ricorda:
L’ingaggio era per Venezia, in Italia, al ristorante Luna. […] Colsi
l’occasione per divertirmi a suonare con musicisti italiani e studiare
la loro concezione della musica, sia per quanto riguarda il jazz che
la musica classica. I ragazzi italiani si sono inseriti talmente bene
nel jazz che le loro orchestre suonano tanto bene quanto le migliori
americane. […] Ebbi il piacere di assistere alla cerimonia in occasione
dell’arrivo del Re […] e di ascoltare la fanfara che con squisita
delicatezza suonava le musiche dei compositori del passato. Per
tutta la notte abbiamo ascoltato gli antichi canti popolari italiani
cantati dai ragazzi e dalle ragazze veneziane e, su e giù dalla laguna,
dalle gondole, venivano a confondersi con loro i suoni dei nostri violini.
A quel tempo andavo per i caffè ad ascoltare per ore le piccole
orchestre che suonavano quei canti meravigliosi Qualche volta davo
a quei ragazzi qualche moneta per cantare con loro, così che potevo
vedere la reazione degli italiani al mio modo di interpretare la
loro musica.

E chissà, forse, se non fosse scomparso così presto, Buscaglione
avrebbe messo il violino al centro di un disco tutto strumentale
o avrebbe suonato con i suoi eroi dell’archetto.
Numerosi i punti in comune tra Ferdinando/Fred Buscaglione
e Giuseppe/Joe Venuti (1903), italoamericano nato sulla nave
con cui la famiglia stava emigrando negli Stati Uniti. Entrambi,
pur in tempi e contesti assai differenti, furono spinti dai genitori
a studiare violino classico e subirono l’irresistibile fascino
del jazz. Per gran parte della sua carriera Venuti suonò con il chitarrista
Eddie Lang, vicino di casa e compagno di scuola conosciuto
nel 1913 a Philadelphia. Nel 1916 formò un gruppo con
Lang, e i due suonarono insieme fino alla prematura scomparsa
di quest’ultimo, nel 1933. Nel 1929, Venuti era entrato con Lang
nella big band di Paul Whiteman, ma ebbe un grave incidente
d’auto e non poté rientrare nell’orchestra fino al 1930. Con questa
celebre formazione comparve anche nel film The King of Jazz.
Riuscì sempre a suonare, nonostante il suo stile fosse superato dall’evoluzione
del jazz, e negli anni Settanta conobbe un considerevole
ritorno di popolarità. Collaborò anche con jazzisti italiani
come Lino Patruno e Henghel Gualdi. È scomparso nel 1978.
Stéphane Grappelli era nato a Parigi nel 1908 e aveva cominciato
a occuparsi di musica molto presto, imparando a suonare diversi
strumenti. A dodici anni ebbe il suo primo violino e ancora giovanissimo
si era innamorato del jazz. Fu il jazzista Philippe Brun
a presentarlo al chitarrista Django Reinhardt e i due pensarono
quasi subito di mettere in piedi un quintetto senza pianoforte.
Era il 1934 e l’Hot Club de France2 entrò subito nella leggenda.

Un altro punto di riferimento di Buscaglione, che ne interpretò
la celebre Buona sera (signorina), fu Louis Prima, cantante,
trombettista e band leader americano di origine italiana. Nato a
New Orleans nel 1910, era nipote di un emigrato siciliano. Cominciò
a suonare jazz tradizionale negli anni Venti, ma in seguito
cambiò più volte stile, adattandosi ai mutamenti che la musica
attraversava, mantenendo al tempo stesso le caratteristiche della
sua spiccata personalità. A Buscaglione e Chiosso piacque soprattutto
per il modo giocoso e bizzarro di interpretare lo swing,
derivato in parte dall’esperienza del grande Louis Armstrong. Come
ricorda Chiosso, lo swing gli venne facile.

Fred, durante la guerra, aveva suonato molto per gli americani e questo
lo aveva orientato verso il jazz, da Glenn Miller in su. […] Quella
sì che era musica. Che notti quelle notti! Musicisti del calibro di
Louis Armstrong e Lionel Hampton passavano per Torino e davano
vita a fantastici dopo-concerto. Pensate che una sera, dopo che
si era esibito al Teatro Reposi, Armstrong si ritrovò a fare una jam
session con Fred e Liza Minnelli in una cantina sotterranea. Io ebbi
l’onore di scrivere una canzone per il grande Satchmo:
Sei grassa bella donna, that’s all right.
Sei grassa bella donna very nice.

Donna, donna, donna più che mai, ahi ahi ahi.
E bella donna donna donna sta male con la gonna,
però così piace molto a me.
Io e Fred ci buttammo a capofitto in questo fiume di musica. Chi
ci avrebbe fermato più?
Buona sera (signorina), peraltro, in una versione più morbida
e romantica, fu un grande hit di Dean Martin, figura quasi speculare
a quella di Buscaglione. Il crooner dalla voce di velluto
metteva parole italiane nelle sue canzoni, mentre Fred faceva esattamente
il contrario, inseriva termini e sonorità anglosassoni per
sfruttare al meglio le potenzialità ritmiche della propria voce.
Nato a Steubenville, Ohio, nel 1917, anche Dino era figlio di
emigranti: il papà era un barbiere abruzzese emigrato negli Stati
Uniti, e il piccolo Dino aveva cominciato a cantare per i clienti
nella sua bottega. Dopo aver seguito la famiglia a Long Beach,
in California, e aver fatto i mestieri più disparati (pugile dilettante,
addetto a un distributore di benzina, croupier in una casa
da gioco), Dino tentò la carta dell’entertainer nei locali notturni,
mettendo a frutto il dono della sua bella voce. Nel 1946 incontrò
ad Atlantic City Jerry Lewis, un attore comico brillante,
ma anche un cantante piuttosto scarso. Il binomio Dean Martin/
Jerry Lewis, partito quasi per scherzo proprio per mettere riparo
alle defaillances vocali di Lewis, diventò celeberrimo e collezionò
una serie di film di grande successo...
 

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