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Spettacoli
Galleria Continua di San Gimignano inaugura la stagione artistica autunnale

Si inaugura sabato 28 settembre a San Gimignano, con una vernice ad inviti, la stagione artistica autunnale della celebre galleria che ha sedi, oltre che a San Gimignano, a Beijing (Cina), Les Mougins (Francia) e Habana (Cuba) con le mostre personali di Kiki Smith, Moataz Nasr, Yoan Capote e Suarez Londono. Per l’artista colombiano José Antonio Suárez Londoño il disegno è un’attività quotidiana che pratica con rigore in silenzio e solitudine. A partire dagli anni Settanta utilizzando il disegno ad acquerello, a matita, a inchiostro e l’incisione Suárez Londoño ha prodotto un ricco corpus di opere dando vita ad una sorta di inventario del mondo, un diario poetico e visionario fatto di immagini talvolta accompagnate da minuscole note scritte a mano in francese, inglese o spagnolo. Vasi, mappe, animali, figure che s’intrecciano, piante, forme meccaniche, lettere, indici numerati di campane e nuvole, ballerine sono solo alcuni dei soggetti che animano i suoi lavori. Nel lavoro di Suárez Londoño si trovano e s’incrociano riferimenti a scrittori, artisti, oggetti, canzoni, notizie, frasi popolari. I suoi quaderni di appunti traggono ispirazione da un ventaglio estremamente ampio di fonti letterarie: i diari di Franz Kafka e Paul Klee; “Le metamorfosi” di Ovidio; “Il mio nome è rosso” di Orhan Pamuk; “Anelli di Saturno” di W.G. Sebald; le poesie di Blaise Cendrars, Arthur Rimbaud e Patti Smith ed ancora Edgar Degas, Rembrandt, Van Rijin, Rainer Maria Rilke, Sam Shepard, Salvador Paniker e molti autori della Beat Generation.  Disegnare è un atto che l’artista svolge nello spazio intimo di un taccuino, di un foglio A4 piuttosto che sulle diverse superfici che incontra: frammenti di materiali che giacciono nel suo studio, come biglietti da visita, petali di fiori, matrici di biglietti e bustine di tè. Nella mostra a San Gimignano per la prima volta José Antonio Suárez Londoño sperimenta formati di grandi dimensioni e presenta un gruppo di disegni inediti realizzati tra il 2018 e il 2019. L’artista espone inoltre 365 disegni eseguiti giornalmente dal 1 gennaio al 31 dicembre 1999 nati dalla lettura de “The Journal of Eugene Delacroix” nell’edizione Phaidon, il diario di quello che è considerato il più grande esponente della stagione romantica francese, Eugene Delacroix: studi su alcuni dei soggetti più cari al pittore d’Oltralpe e schizzi ispirati a momenti della sua vita.  Sarà possibile ammirare anche il lavoro di Kiki Smith. A partire dagli anni '80 l'artista è stata una dei protagonisti internazionali nella disciplina dell’arte figurativa. “Compass” - che nella traduzione italiana indica sia lo strumento per l'individuazione dei punti cardinali sulla superficie terrestre e in atmosfera, la bussola; sia il compasso, antico strumento geometrico da disegno utilizzato nella costruzione di figure geometriche complesse e nel disegno di circonferenze e archi - raccoglie una selezione dell’ultima produzione dell’artista così come opere inedite. Disegni su carta di riso giapponese (kitikata) e su carta nepalese, arazzi, sculture in bronzo e in alluminio, stampe a contatto su carta fotografica di gelatina d'argento e cianotipie su foglie d'oro. "L'anno scorso, uno studente ha insegnato alla nostra classe come fare i cianotipi. Stavo spiegando agli studenti come usare una matrice di incisione e combinarla con il processo fotografico del cianotipo”, spiega Kiki Smith, “da questa esperienza è scaturito un nuovo gruppo di opere”, una di queste, dà il titolo alla mostra di San Gimignano. Dopo la fase caratterizzata da opere drammaticamente legate alla fisicità del corpo, a partire dalla fine degli Anni Novanta Kiki Smith concentra la sua attenzione sul mondo esterno. Il suo universo immaginifico si popola di animali e piante, con i quali, come evidenzia l’artista, condividiamo lo stesso destino. Nei lavori degli ultimi anni, diari di vita senza tempo, il registro si fa intimo e poetico; Smith riflette sulla vastità dell’universo, così come sull’anima femminile e quella animale, portatrici di un’armonia originaria oggi in parte perduta. Si spinge a scandagliare gli aspetti spirituali dell’essere umano, a comprendere le esperienze del mondo e del cosmo. Lo fa continuando ad attingere a un ventaglio estremamente ampio di fonti: i testi scientifici settecenteschi, il Medioevo cristiano con i suoi bestiari fantastici e le sue storie di martiri ed eroine, la fiaba luogo per eccellenza di metamorfosi, di passaggio e trasformazione nonché metafora di paure, pulsioni, istinti della psiche umana. Il disegno per Kiki Smith è il luogo nel quale in maniera più immediata e spontanea l’immagine incontra la materia. Nei disegni che presenta a San Gimignano le donne continuano ad essere protagoniste indiscusse. Le troviamo tratteggiate in volti maturi dagli occhi luminosi come stelle che affiorano dallo sfondo blu intenso della stampa ed ancora, disegnate a matita e inchiostro su carta nepalese, una carta di fibra vegetale lunga, ricavata da un arbusto chiamato Lokta che cresce quasi esclusivamente sulle pendici dell’Himalaya, una forma di vegetazione estremamente resiliente ma anche simile, per i suoi colori caldi, la superficie diafana e la consistenza sottile, alla pelle umana. Disarmata e vulnerabile è la figura femminile rappresentata in “Congregation”, uno degli arazzi in mostra. La progettazione di un arazzo inizia per Kiki Smith dalla realizzazione di un collage a grandezza naturale che dopo una serie di passaggi viene digitalizzato e stampato. Su questa stampa l’artista lavora nuovamente con inchiostri o acquerelli fino a raggiungere il risultato desiderato e passare quindi il modello al laboratorio di tessitura. L’utilizzo di un telaio jacquard elettronico consente all’artista la trascrizione di disegni estremamente complessi dando anche la possibilità di lavorare su un’ampia gamma di colori e sulla loro intensità. Smith interviene spesso anche a opera finita per impreziosire il tessuto con inserti di foglia d’oro e d’argento oppure dipingendo direttamente sull’arazzo per accentuare gli effetti cromatici. Ma non finisce qui. Nella mostra alla Galleria Continua anche“Paradise Lost", il un nuovo progetto espositivo di Moataz Nasr a cura di Simon Njami. Considerato tra gli artisti arabi più importanti della scena contemporanea, nel 2017 Nasr viene scelto dal Ministero Egiziano della Cultura e dal Consiglio Supremo Egiziano per le Arti per rappresentare l'Egitto alla 57° Biennale di Venezia. "La descrizione apocalittica del mondo realizzata da Milton dopo la cacciata dal Giardino dell'Eden è suggestiva. Lo è perché rappresenta una metafora abbastanza fedele del nostro mondo, precedente o privo di qualsiasi intervento divino. E questo mondo lo dobbiamo unicamente a noi stessi, alle nostre azioni. A ciò che abbiamo fatto e a ciò che abbiamo omesso di fare. La mostra di Moataz Nasr potrebbe essere vista come uno spazio situato a un bivio tra speranza (Paradiso) e disillusione (Inferno). Gli elementi che lo compongono creano una strana risonanza con uno scenario fittizio. Si tratta di un palcoscenico, uno scenario in cui la struttura del vecchio cinema che è la galleria regala una presenza allucinante o allucinata. Cosa c'era in questo giardino di cui abbiamo sentito così tanto parlare? Una montagna, un fiume, alberi, frutti, animali, un serpente e l'umanità, rappresentata dall'uomo e dalla donna. Ritroviamo la montagna, la donna, il serpente. L'albero maestro nella sala cinematografica potrebbe fungere da albero; la struttura che occupa l'ingresso da prisma, da passaggio segreto verso un mondo sconosciuto agli esseri umani. Questa mostra rappresenta quindi un viaggio di iniziazione. Un'immersione inquietante in uno spazio che mescola miti e realtà. " (Simon Njami, 2019). Attraverso molteplici linguaggi artistici, che spaziano dalla pittura alla scultura, dalla fotografia alla video-arte al disegno, Moataz Nasr affronta problematiche sociologiche, filosofiche, storiche, geografiche, politiche, muovendosi in uno spazio che va dall’Africa al resto del mondo. Legato alla sua terra d’origine ma perfettamente calato nella società contemporanea, l’artista fa della sua appartenenza geografica pretesto per andare oltre i confini politici e religiosi, proiettarsi verso il dialogo tra storie e culture. Tutto il suo lavoro esprime il desiderio di visualizzare dinamiche collettive, partendo dalla registrazione, attenta e sensibile, di personalità singole e universali assieme. Nel lavoro di Moataz Nasr valori tanto assoluti ed incondizionati, quanto fragili e caduchi come la sacralità della libertà, la sua instabilità, il tributo alla lotta politica e alla difesa dei diritti civili evocano una dimensione universale. Nel video “The Mountain” l’artista ci invita ad esplorare il meno conosciuto dei nostri istinti primitivi: la paura. Una dimensione psicologica che può essere condivisa da ogni essere umano, ma che si trasforma in pregiudizio quando diventa un sentimento collettivo. Nel corso del racconto l’artista ci guida attraverso la nostra incapacità ad accettare l’ignoto e a liberarci dai miti che creiamo per proteggerci; ci esorta alla ricerca della libertà, a guardare oltre ciò che appare definito ed immutabile verso il riconoscimento delle nostre debolezze e la consapevolezza di poterle superare da soli. Tra gli artisti che espongono In galleria Continua sarà possibile scoprire per la prima volta in Italia una mostra personale diYoan Capote. Cubano, classe 1977 inizia a lavorare alla fine degli anni Novanta raggiungendo la sua maturità artistica durante il “Periodo Speciale”.SujetoOmitido” presenta una selezione di opere che hanno segnato l’ingresso di YoanCapote nell’establishment artistico internazionale: alcuni dipinti della serie “Island” e un gruppo di sculture che contraddistinguono il percorso dell'artista e che si ispirano principalmente ad oggetti, immagini e frammenti di corpi che intendono evocare la presenza dell'individuo rispetto all'assenza o alla condizione anonima. “Il nostro corpo è pieno di simboli ed espressioni la cui rappresentazione ha dato forma a gran parte della storia dell'arte sin dalle sue origini (...) Sento che ci sono idee o esperienze che possono essere espresse meglio attraverso la rappresentazione del corpo o attraverso il corpo stesso”, spiega Yoan Capote. E prosegue: “Sono molto attratto da tutto ciò che riguarda la psicologia e dal modo in cui ci consente di riflettere non solo sui conflitti interni individuali, ma anche sull'ambiente sociale o collettivo... questo mi permette di ampliare l’analisi portandola da una dimensione locale ad una più essenziale o universale”.  Ciascuna delle opere in mostra si focalizza principalmente su riflessioni riguardanti conflitti e temi condivisi in cui l'identità del soggetto non è importante o viene subordinata a riflessioni più globali e collettive. Migrazione, resistenza, manipolazione, stress, alienazione sono tutte esperienze comuni dell'essere umano contemporaneo, indipendentemente dalle differenze di contesto.Sculture come “Stress”, “Self-portrait”, “Speechless”, “Abstinencia” evocano un senso di anonimato; qui l'esperienza collettiva determina o amplifica le preoccupazioni individuali mentre la ‘fisicità’ delle opere rinforza l'uso simbolico dei materiali, il senso di gravità e l’interazione con lo spettatore, elementi che ritroviamo anche nella serie di dipinti realizzati con ami da pesca. “Il mare è un'ossessione per qualsiasi popolazione insulare... quando ero bambino, racconta Capote, guardavo l'orizzonte e immaginavo il mondo al di là di esso. Il mare per i cubani rappresenta l’aspetto seduttivo di questi sogni, ma anche il pericolo e l'isolamento.”I dipinti della serie “Island” nascono dalla riflessione su un’espressione usata durante la Guerra Fredda per indicare la separazione, territoriale e ideologica, esistente fra i paesi dell’Europa orientale e quelli dell’Europa occidentale, la ‘cortina di ferro’: “quei confini, spesso pieni di filo spinato e muri, mi hanno fatto pensare al ruolo del muro che il mare ha giocato per i cubani” afferma l’artista. Realizzati su grandi dimensioni con ami da pesca e olio su tela i paesaggi marini di Yoan Capote sono concepiti come un’installazione progressiva: sequenza continua di uno stesso orizzonte dove ciascun quadro è un frammento che cattura un diverso momento di luce o oscurità. “Volevo usare migliaia di ami per creare una superficie che diventasse tangibile man mano che gli spettatori si avvicinavano,volevo ricreare l’esperienza tattile di stare di fronte a una recinzione metallica. L’amo da pesca è uno strumento antico che ha mantenuto il suo design nel corso dei secoli; è sia un simbolo di seduzione che di intrappolamento. Il processo di realizzazione di queste opere è molto interessante perché la pittura e il movimento delle pennellate incarna per me il senso di libertà individuale dell'artista, che è completamente troncato dalle aree con gli ami da pesca (…) che limitano le aree di colore come i conflitti politici limitano la libertà soggettiva”, conclude Capote.

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