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Spettacoli
La fiction 1992 riscrive male la storia: titoli contro Craxi mai stampati

Di Pietro Mancini

1992, il film di Sky, non ha detto la verità ai telespettatori  nè le reali ragioni del crollo del craxismo. E nemmeno sui contenuti del colloquio, a Milano, tra Giacomo  Mancini e Tonino Di Pietro.
Sono stati mandati in onda dei titoli del quotidiano italiano più diffuso, il "Corriere della Sera", mai stampati, calunniosi sullo scomparso ex segretario del PSI. Uno strillava, a 9 colonne, in prima pagina  :"Mancini ideatore del sistema delle tangenti al PSI". Si sarebbe trattato di un "trucco" di un carabiniere, d'accordo con una cronista, per indurlo a incastrare Craxi. Evidentemente, l'allora direttore del "Corriere", Paolo Mieli, storico di rango e amico di mio padre, non ha informato il figlio, Lorenzo, un dei produttori della costosa fiction, su come andarono, realmente, le cose. Eppure, Mieli sa tutto.

Egli non può non ricordare bene l'intervista, che l'ex segretario socialista, il 7 novembre del 1992, concesse proprio al "Corriere" e che il direttore titolò così : "Bettino? Di lui si ricorderanno i fallimenti".
Nel testo, a una domanda di Francesco Merlo sull'infarto che, qualche giorno prima, aveva stroncato Vincenzo Balzamo, ex manciniano, poi craxiano e segretario amministrativo  del PSI, Mancini rispose :"
 "Certo, Vincenzo aveva quell'incarico. Ma la parte delle entrate, che conosceva, era quella, che riguardava i grandi progetti dell' edilizia, i lavori pubblici... Degli altri quattrini non sapeva proprio nulla. Craxi ha preferito dire "muoia Sansone con tutti filistei !", "siamo tutti complici e nessuno puo' parlare !".

Nessuno può, forse, fare il Pm nei confronti degli altri, ma la vastita' del fenomeno, i flussi di finanziamento, che hanno avuto come destinatario il Psi, non sono certamente passati da Balzamo, non sono stati registrati. Li conosceva solo Craxi. Ed e' veramente sgradevole che Craxi usi cose tanto struggenti, come la morte di Balzamo, per portare acqua alle sue tesi politiche". Eppure, gli fece notare Merlo, dopo la cacciata di De Martino, nel 1976, quando lei veniva chiamato il "Craxi driver", ne ha guidato i primi passi, gli proteggeva le spalle. Il leader calabrese rispose : "Bettino non l' ha mai gradito. Lui si crede l' uomo del miracolo. Devo dire che ho mille ricordi pieni d' affetto per tanti compagni morti e per altri, che sono ancora in vita.
Ma, verso Craxi, non ho memorie dolci ne' tenerezze appassite, che possa rispolverare. Certo che l' ho conosciuto bene: frequentava,  a Roma, questa casa...

E stato il segretario del Psi, che e' durato piu' a lungo e che ha ottenuto i risultati peggiori. Sono stati 16 anni di durezza, un dispotismo politico assoluto, la cancellazione della democrazia...".
10 giorni dopo quell'esternazione, Giacomo Mancini non fu bersagliato da alcun titolo diffamatorio, come quello mostrato da Sky ai telespettatori- lo ha ammesso oggi, lealmente, Paolo Mieli, su Twitter-ma venne raggiunto da una cortese telefonata di Gerardo D'Ambrosio, Capo del pool "Mani pulite". L'alto magistrato e l'ex Capo del PSI si stimavano da quando l'ex delfino di Nenni aveva sostenuto e difeso le indagini di don Gerardo che, sui responsabili della strage di piazza Fontana, aveva seguito la "pista nera", che sfociò nell'arresto dei fascistoni veneti Freda e Ventura.
L'ex ministro accettò, dunque, l'invito di D'Ambrosio a recarsi a Milano, non come indagato - de chè, se era stato all'opposizione, durante il craxismo ?-altro falso di Sky, ma per raccontare, da testimone diretto, quanto sapeva sulla vita politica e amministrativa del PSI.
 E Mancini, come scrisse il "Corriere della Sera" di Paolo Mieli, il 19 novembre, venne invitato a dire ciò che sapeva. Lo fece, con amarezza, ben resa nel film dal bravo attore, Pietro Biondi, mai dicendo di aver pensato a una breve segreteria di Craxi, nel 1976, quando contribuì ad eleggerlo. "Ho parlato, soprattutto, del ruolo dell' onorevole Balzamo- spiegò al cronista milanese, alla fine del colloquio-cercando di porre, nella giusta dimensione, i compiti del segretario amministrativo". Aveva dettato agli stenografi della Procura : "Il segretario di un partito ha dei doveri ai quali non deve, mai, venir meno. Quando ero segretario, non scaricai alcuna responsabilità sul segretario amministrativo dell'epoca, che era il senatore Augusto Talamona",
E su Craxi, gli venne chiesto ? "Ho spiegato ai magistrati anche il ruolo della segreteria politica", rispose Mancini. "In questi anni -aggiunse-il ruolo del partito e' cresciuto e non sempre il segretario amministrativo e' in grado di seguire tutti i risvolti politico-finanziari, ai quali si interessano personaggi preminenti".
Sembra, dunque, una conferma-commentò il giornalista di via Solferino- di quanto gia' detto al "Corriere": e cioe' che dei finanziamenti al Psi debba rispondere piu' la segreteria politica che quella amministrativa.
"Ma Mancini-chiedeva il giornalista-ha fatto un discorso generale, oppure ha parlato di fatti specifici, di personaggi precisi? Piu' probabile la prima ipotesi, a giudicare dallo scarso peso, che i pm sembrano aver dato all' interrogatorio. Vedremo se sara' piu' interessante quanto fara' mettere, oggi, a verbale, ammesso che accetti di rispondere, don Salvatore Ligresti, che sara' interrogato, in mattinata, alla clinica "Citta' di Milano", dov'è ricoverato per un intervento alla prostata".
Altro che testimonianza decisiva di Mancini per abbattere il "cinghialone", come Vittorio Feltri definì Craxi, festeggiata, nella fiction di Sky, addirittura, con lo champagne dai magistrati del pool "Mani pulite" e dai carabinieri, che collaboravano con loro !

Purtroppo, gli sceneggiatori di 1992 hanno dato credito non a storici qualificati, ma ad ex craxiani di seconda fila, facendo propria la tesi che il crollo di Bettino, in Tangentopoli, venne provocato, soprattutto, dalle dichiarazioni di Mancini a Di Pietro. A Giacomo, invece, era sembrato giusto, moralmente e politicamente, opporsi al tentativo, che giudicava ingeneroso, di addossare al defunto compagno, Balzamo, tutte le responsabilità dell'enorme flusso di finanziamenti, non registrati, che arrivavano, negli anni ruggenti del craxismo, a via del Corso. Che conosceva soltanto il "leader maximo" del socialismo di quel lungo, e non positivo, periodo. L'affermazione, motivata, di Mancini-ben diversa dal teorema, messogli in bocca nella fiction: "Il Capo non poteva non sapere !"-venne confermata dai successivi sviluppi delle inchieste, non solo da quelle milanesi, e dei processi, che si conclusero con le condanne, definitive, di Bettino. Rispetto a tali vicende, l'ex segretario, pur addolorato per la tragica e ingloriosa fine del PSI-che suo padre, Pietro, nel 1921, aveva fondato, in Calabria-mantenne una coerente ispirazione garantista, non associandosi, mai, al coro di quelli che Rino Formica, ex ministro craxiano di Bari, ebbe a definire "gli ossequiosi mandarini del giustizialismo a senso unico".

Amareggia, e non deve passare sotto silenzio, la messa in onda di una ricostruzione, molto seguita ma carente, disinformata, a volte anche ridicola ( Mancini, 44 anni in Parlamento, chiamato "dottore", e non onorevole, dai magistrati !) su un periodo, cruciale e drammatico, della nostra storia recente.
Quanto al "Leone di Cosenza", le calunnie contro un personaggio, scomodo e molto avversato in vita, continuano, 13 anni dopo la scomparsa.  Su mio padre le critiche sono legittime. Ma non si  può dire
che sia stato un leader calcolatore e spregiudicato, o che abbia nutrito livore e astio nei confronti dei suoi tanti e potenti avversari.

Livore, astio e spirito vendicativo non hanno mai ispirato i comportamenti dello "statista del fare".
Ritengo, quindi,  che vada contrastato, con fermezza, il tentativo di screditare, post mortem, un leader politico molto coraggioso e temuto. Mancini, certo, avrà commesso degli errori, che analizzeranno gli storici qualificati, tra cui Mieli senior, e non gli sceneggiatori della Tv di Murdoch. Ma si è assunto, sempre, con lealtà e con la schiena dritta, le sue responsabilità, preferendo pagare, politicamente e sul piano personale, piuttosto che scaricare i propri collaboratori, nel partito, nel governo e nel Comune di Cosenza. Che, da Sindaco amato e rimpianto, anche dagli avversari, diresse fino al giorno della sua scomparsa, l'8 aprile del 2002.

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