di Stefano Fossati
Dispiace pensare a Michael Jackson come a una grottesca maschera di se stesso: l'immagine che resterà nella storia quando si ricorderanno le sue manie, le sue fobie, il processo con l'infamante accusa di pedofilia, l'annuncio del ritorno sulle scene poco prima della morte. Perché dietro quella maschera si celava un talento vero che, nonostante la corona di "re del pop", non è stato espresso fino in fondo. E non in tempi recenti. Prigioniero prima dei sogni di gloria dei genitori, poi del cinico opportunismo dei dirigenti della Motown, la casa discografica che lanciò nello star system "Jacko" e i fratelli sotto il marchio dei Jackson 5. E infine prigioniero delle sue stesse insicurezze, della fragilità di bambino costretto a crescere troppo in fretta e mai diventato uomo. Ma riascoltare album come "Thriller" e "Bad", quelli più "veri", più liberi da costrizioni e condizionamenti, non può non far rimpiangere il Michael Jackson che, sia pure per un'effimera stagione, fu vera icona della black music. Dopo sarebbero arrivati il mito, le operazioni "sbiancanti", la leggenda metropolitana della camera iperbarica, le accuse di pedofilia. Peccato.
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