di Benny Manocchia
Perdonatemi ma non piango la morte di Paul Newman. Con lui ho sempre trascorso momenti di pura allegria. Paul accettava uno scherzo poi, però,cercava subito di ripagarlo.
Nei pomeriggi liberi era solito andare in un luncheonette modesto, non molto distante da casa sua. Sedeva sul seggiolino alla fine del bancone e ordinava un hamburger e una birra. Nell'attesa fumava 2-3 sigarette. Una volta mi avvicinai a lui dal di dietro e forzando un po' la voce dissi: "Scusi, lei è Rober Redford, vero?". Paul stava bevendo la sua birra,s i girò di scatto e facendo finta di scoppiare a ridere mi riversò addosso la sua birra.

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La birra. Paul Newman ne beveva anche 18 al giorno. Era la birra (non facciamo nomi) che preparano nel Colorado con le limpide acque di quelle montagne. Tanta birra e il suo stomaco era piatto come un ferro da stiro. Allora guardavo il mio e... lasciamo perdere. Lui amava fare il gesto di Rocky Graziano che parte con il
destro, ma non mi ha mai colpito.
Un'altra volta, ricordo, Paul si truccò: grossi baffi neri messicani, un cappellaccio non so dove l'abbia trovato, occhiali scuri tenuti assieme con lo spago. Mi si avvicinò mentre camminavo e lui disse con accento messicano: "Senor, por favor, un dolar para my hijo (un dollaro per mio figlio)". Senza nemmeno fermarmi misi la mano in tasca e tirai fuori un dollaro. Lui lo prese e disse nel suo classico accento di Cleveland: "God you're so cheap". (Dio che avarone che sei!). Ridemmo insieme ma non mi ha mai ridato indietro il mio dollaro.