di Mariano Sabatini
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State a vedere che alla fine questa edizione del Festival di Sanremo si segnalerà come quella della tolleranza e della tutela delle minoranze. L’Arcigay dimentichi le insipienze di Povia e si faccia rassicurare dai duetti all’insegna dell’amicizia virile che sconfina nel morboso di Paolo Bonolis e Luca Laurenti: neppure per i cinque giorni della gara canora riescono a separarsi… Sempre insieme, vicini vicini. Per rievocare i bei vecchi tempi e in pieno stile Rai-set, rispolverano un vetusto giochino (“nun se butta via gnente!”): la classifica stitica, con Bonolis che suggerisce e sollecita e Laurenti, servo sciocco, che finge di attardarsi a individuare i cinque motivi per cui vale la pena cantare. Un quarto d’ora di scenetta che arriva direttamente dall’avanspettacolo, oltre che dai consunti copioni del “Senso della vita”.
Ci sono inoltre gli ingressi dei maschioni chiamati da ogni angolo della terra e provinati dalla signora Sonia Bonolis per sfamare, sì, le brame delle telespettatrici, ma pure dei telespettatori di gusti diversi, disgustati da Luca che era gay. Tutela per le tardone che, giustamente, hanno ancora voglia di godere i piaceri del sesso, più Iva. Però una cosina all’onorevole Zanicchi vogliamo dirla: la polemica con Benigni, colpevole secondo lei di averle sciupato la performance, non ha proprio ragion d’essere. L’interpretazione di una settantenne che si sdilinquisce alla sola idea di un corpo virile “senza amore” è stata talmente convincente che d’ora in poi parafraseremo quel vecchio successo: prendi questa donna, zingaro-o-o-o-o!!!! Forse semplicemente i giurati sono ormai abituati a vedere l’Aquila di Ligonchio nelle vesti di europarlamentare e, come dettano le leggi dello showbiz, non bisogna mai frastornare il pubblico sovrano.
Anche l’accozzaglia del Lungo, del Corto e del Pacioccone - così Bonolis ha ribattezzato Pupo, Paolo Belli e Youssou Ndour (il cantate senegalese aveva davvero capito in quale compagnia si sarebbe trovato?) – dà una bella spallata all’intolleranza xenofoba che va montando in Italia. Il motivetto di questa macedonia umana inneggia al “volemose bbene”, cerchiamo di premiare e buone intenzioni, senza cedere la disfattismo di Marco Masini. Prima trasgressivo ora manierista, legato com’è al turpiloquio pur di rimanere fedele allo stile che si è dato.
In chiusura un ringraziamento particolare a Bonolis per averci finalmente spiegato l’ossessivo presenzialismo di Fabrizio Del Noce. Pare che il direttore di Raiuno sia roso dall’ansia, tanto da subissarlo di sms. Siede in prima fila all’Ariston e, durante la diretta, scrive compulsivamente messaggini al conduttore. Stessa cosa, devo pensare per proprietà transitiva, farà in tutti gli show a cui – bontà sua - non fa mancare la presenza. Sì, è proprio il festival della tolleranza, dei bistrattati e dimenticati. Una partecipazione non si nega neppure a un cantante geneticamente modificato da Maria De Filippi, quel Marco Carta che esiste solo in tv! Signori, credeteci, questo è il Festival delle ampie vedute.