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Su Affaritaliani.it in esclusiva il primo capitolo de "Il tartufo e la polvere" (Marcos y Marcos) di Stefano Quaglia

Mercoledí 04.11.2009 14:06

"Il tartufo e la polvere"

(LEGGI QUI LA RECENSIONE DEL ROMANZO E L'INTERVISTA DI AFFARITALIANI.IT ALL'AUTORE)

di Stefano Quaglia

È vero che sta cambiando un po’ tutto con la storia del riscaldamento globale ma ogni tanto a novembre la nebbia a Milano si vede ancora, con la conseguenza che non si vede niente. Illavoro che devono fare i due personaggi che si aggirano per piazza Duomo con un rumorosoquanto piccolo mezzo a quattro ruote si può svolgere anche senza troppa visibilità, abituaticome sono i due a muoversi di notte e a spazzolare la città per restituirla più splendente chemai a quei cittadini che l’animeranno già ben prima dell’alba. I due sono un corpulentosignore vicino ai sessanta e un giovane collega dalla pelle scura, che se non fosse per la tutafosforescente che indossa sarebbe già stato arrotato più volte dal signore corpulento, perchétra i due è chiaro chi sta seduto al volante e chi cammina ramazzando asfalti e selciati a buttare oggetti d’ogni genere sotto la pancia dello strano mezzo a quattro ruote, che inghiottetutto senza interrompere la marcia e soprattutto senza fermare la rotazione dei suoi quattrograndi spazzoloni gialli.

Potrebbe sembrare un lavoro di routine il raccattar rifiuti che vanno da resti di bevande gassate a bottiglie e lattine di molta birra consumata anche nel primopomeriggio, da chicchi di mais e croste di pane ad altro cibo lanciato a quel milione dipiccioni che affollano la piazza, per non parlare dei loro escrementi, potrebbe sembrare
routine farlo da decenni con strumenti sempre più tecnologicamente all’avanguardia, manella mente del corpulento signore raccattar rifiuti nella piazza più prestigiosa della sua bella Milano rende il compito una missione, come recita d’altronde la scritta sul fianco del mezzo dagli spazzoloni rotanti e gialli sotto la pancia: Insieme verso un ambiente migliore.

Unamissione che lo stesso signore amplierebbe ben volentieri, spazzolando via, se solo potesse,
anche quel numeroso gruppo di coglioni che ai piccioni buttano da mangiare, cometestimoniato da anni di lotta sindacale ricchi di proposte sempre disattese su come gestiremeglio la piazza, dalla sterilizzazione dell’intero parco ornitologico, visto che ladecapitazione originariamente pensata era stata vista con disgusto anche dai colleghi a lui piùvicini, alla carcerazione di quelli che si ostinano a nutrirli, i piccioni, italiani, stranieri egiapponesi soprattutto che siano, e mai che qualcuno gli abbia dato retta. Forse anche perquesto motivo la vista di un corpo accasciato sui gradini della piazza non lo preoccupa perniente, anzi gli rinverdisce il tempo di quelle belle proposte e gli offre l’opportunità di mettere finalmente le mani su uno di quelli che, di sicuro, stavano sulla piazza solo per
sporcarla, perdere tempo e scolarsi grandi quantità di birra lasciando le bottiglie vuote fin sul sagrato.

Il ragazzo di colore che sta ben illuminato davanti ai fari sembra invece piuttostopreoccupato, a vederlo muoversi circospetto intorno al corpo vestito di tutto punto, con tantodi cappotto e guanti: dopo aver provato a chiamarlo un paio di volte signore e avergli chiesto gentilmente delle sue condizioni di salute senza riscontro alcuno, ora il ragazzo tocca il corpoprima con la punta del manico della scopa e poi, dopo uno sguardo verso il suo compagnosempre al posto di guida, prende coraggio e si china su quell’uomo robusto e ben vestito chenon accenna a muoversi. Buttiamolo nel cassonetto il ciuccatone, dice l’uomo corpulento cheè sceso dal mezzo lasciato col motore acceso alla maniera di ogni buon camionista. L’altro non capisce, un po’ perché è concentrato nel cercare di soccorrere l’uomo ben vestito e un po’per il casino del motore; tocca la spalla dell’uomo per girarlo e vederlo in volto e quello pertutta risposta si ripiega prima su se stesso e poi rotola su quei pochi gradini che lo separano dal corpo principale della piazza. Uhela, il ciucatun l’è mort.


 



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