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Spettacoli
The Post, il film di Spielberg manifesto del giornalismo contro il potere

The Post, il film di Spielberg manifesto del giornalismo contro il potere


C’è in giro un grande film: The Post. Imperniato su tre giganti, per i quali stravedo: Meryl Streep editrice del Washington Post, Tom Hanks direttore del giornale, Steven Spielberg regista.

Racconta la vicenda della scoperta di una lunga documentazione segreta, secondo la quale Casa Bianca e Pentagono mandavano centinaia di migliaia di ragazzi americani a morire in Vietnam per una gerra che sapevano già persa. E rivela le violente pressioni che l’establishment americano, primo fra tutti il poco amato presidente Nixon, esercitarono sulla stampa per non far venire a galla quella documentazione con la sua tragica verità. Pressioni coraggiosamente respinte dai giornalisti e, in definitiva, da una signora editora. Il trionfo dei giornali con la schiena diritta e della stampa libera.

Il film mi ha toccato, come addetto ai lavori. Ho rivisto con inevitabile nostalgia le linotypes con le righe di piombo, ho riascoltato il ticchettìo caratteristico delle matrici che scendevano nei loro serbatoi, ho riconosciuto  l’immensa tipografia con le pagine di piombo composte nei loro telai sui banconi. Ho trascorso una vita in ambienti come quelli, ormai scomparsi. Anche se non ho mai visto un editore scendere tra i banconi al momento della chiusura, come fa Meryl Streep nel film.

Ma soprattutto mi ha toccato il tema del film, amaramente attuale: l’indipendenza e la libertà dell’informazione. Ricordavo una vecchia definizione: l’informazione come dogwatcher, cane da guardia del potere. Ieri ho sentito un altro principio: i giornalisti scrivono non per i governanti, ma per i governati. Bellissima frase. Ma fino a che punto possiamo dire che sia sempre essa a ispirare il lavoro di stampa, radio e televisione nella società di oggi?

Esistono ancora tenaci – starei per dire: eroiche – nicchie di libertà, indipendenza  e resistenza. Ma, appunto, nicchie. Dagli anni Sessanta-Settanta, che sono quelli del film, gli strumenti per l’orientamento – e non di rado il condizionamento – dell’informazione si sono moltiplicati, affinati, radicati, sistematizzati. Costituiscono un settore non trascurabile del terziario.

La distinzione tra informazione e comunicazione si è fatta sempre più sfumata. Ci sono, in tutto il mondo, media stampa o audiovisivi che non hanno nemmeno una redazione di giornalisti, ma solo addetti che collazionano comunicati redatti per conto dei protagonisti della “notizia”.

Il peso del potere politico e di quello economico si fa sentire, su un’informazione che sempre meno lettori e telespettatori possono pagarsi. Da questo genere di sistema, ormai universale, dipende tanto la sopravvivenza dell’informazione quanto il suo incombente declino.

The Post è un grande film perché fa riflettere. Su tre punti. Quale direttore oggi rischierebbe il posto e perfino la galera per dire ai lettori una verità scomoda che il potere vuole nascondere, come fa Tom Hanks? Quale editore rischierebbe le proprie relazioni altolocate e la vita stessa dell’azienda per assecondare la decisione etica del suo direttore, come fa Meryl Streep? E infine quale giudice di altissimo grado darebbe ragione ai giornalisti che pubblicano la verità e torto al potentissimo che vuole impedirlo, come fa la Corte Suprema degli Stati Uniti schierandosi dalla parte del New York Times e del Washington Post, invece che dalla parte di Richard Nixon?

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