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Esteri

Di Carlo Cauti per Affarinternazionali

Michelle Bachelet si dimostra ancora nei cuori degli elettori cileni. La leader della coalizione di centro-sinistra Nueva mayoría e presidente del Cile dal 2006 al 2010, ha ottenuto un ottimo risultato nelle elezioni di domenica 17 novembre: il 46,68% dei voti. Pur non riuscendo ad agguantare una vittoria decisiva al primo turno, la Bachelet ha praticamente doppiato la principale sfidante, Evelyn Matthei, che si è fermata al 25,01%. Ballottaggio Pediatra, 62 anni, figlia di un generale dell’aeronautica morto sotto tortura per essersi opposto al golpe di Augusto Pinochet, la Bachelet ha vissuto in esilio nella Germania dell’est dal 1975 al 1979. La sua piattaforma politica ha riunito il Partito socialista, il Partito comunista e il Partito per la democrazia. Il suo programma punta a una riforma tributaria da 8 miliardi di dollari, circa il 3% del Pil cileno, da destinarsi in gran parte al sistema di istruzione, rendendolo gratuito e migliorandone la qualità. Al ballottaggio, la leader della coalizione di sinistra se la vedrà con Evelyn Matthei, 60 anni, candidata di Renovación nacional, coalizione che sostiene l’attuale presidente, Sebastián Piñera. Anche lei è figlia di un generale dell’aeronautica, che fece però parte della giunta Pinochet. Matthei esprime una posizione conservatrice, manifestando la sua opposizione al matrimonio omosessuale e all’aborto.

La candidata della coalizione conservatrice ha sorprendentemente ottenuto più voti rispetto a quelli previsti dai sondaggi, ma le speranze di battere la Bachelet sono esigue. Tutti gli altri principali sfidanti al primo turno hanno già dichiarato che appoggeranno l’ex presidente al ballottaggio, garantendole, in questo modo, una vittoria matematica. Manifestazioni studentesche Chiunque delle due sfidanti prevalga al ballottaggio, dovrà affrontare due grandi sfide. La prima riguarda la questione dell’istruzione, che ha provocato una massiccia ondata di manifestazioni studentesche a partire dal 2011. L’intensità di queste proteste ha provocato una sterzata dell’asse politico del Cile verso sinistra, favorendo la candidatura della Bachelet. Gli studenti hanno iniziato a manifestare per chiedere la gratuità dell’istruzione superiore, arrivando a vere e proprie battaglie campali con le forze di polizia. Il sistema universitario in Cile è privato e per questo motivo i giovani cileni devono sottoscrivere un pesante prestito per pagare le rette che devono rimborsare dopo la laurea. L’enorme dimensione e l’impatto mediatico delle manifestazioni hanno portato la stessa destra cilena a smorzare i toni dei suoi tradizionali cavalli di battaglia, come liberalizzazione dell’economia, deregolamentazione, privatizzazioni e riduzione della pressione fiscale.

Il Cile segue un modello economico liberale e molto aperto al commercio internazionale sin dagli anni ’70, quando i “Chicago Boys” ispirati da Milton Friedman elaborarono la politica economica della dittatura del generale Pinochet. Oggi il paese è probabilmente l’economia più dinamica e sviluppata dell’America Latina, con una crescita media del Pil del 5-7% negli ultimi 20 anni, un debito pubblico inferiore al 10% del Pil, un bilancio statale in attivo, solide riserve valutarie e un Pil pro-capite superiore ai 18 mila dollari, il più alto di tutto il Sud America. Oltretutto, il Cile può vantare uno dei sistemi d’istruzione più efficienti della regione. L’analfabetismo è stato praticamente sradicato e il numero dei laureati è il più elevato di tutto il Cono Sud. Ciononostante, la popolazione cilena pare chiedere al prossimo presidente un cambiamento nell’ordine politico ed economico, aumentando la presenza dello stato nella vita dei cittadini, in particolare nell’istruzione. Costituzione Il nuovo capo dello stato dovrà anche occuparsi della riforma costituzionale.

Entrata in vigore nel 1981, durante il regime di Pinochet, la Costituzione presenta molti aspetti autoritari e almeno due problemi: il sistema elettorale binominale e il cosiddetto “quorum supermaggioritario di voto”. Il sistema binominale permette alle due principali coalizioni di spartirsi i seggi al Congresso, rendendo molto complicato l’ingresso di una terza formazione e, allo stesso tempo, favorisce la nascita di maggioranze risicate. Contemporaneamente, il quorum supermaggioritario richiede 4/7 dei voti favorevoli dei congressisti per modificare le leggi o la Costituzione (69 dei 120 deputati e 21 dei 38 senatori). Per questo motivo, pur conquistando la Presidenza, la Bachelet dovrà scegliere: trovare un accordo con l’opposizione per cambiare la Costituzione - tra gli otto candidati alla presidenza, soltanto Evelyn Matthei non appoggia una riforma - o indire un referendum per eleggere una nuova Assemblea Costituente. Una virata a sinistra che potrebbe arrivare con Bachelet non significa, però, una bolivarizzazione del paese. A differenza dei suoi vicini sudamericani, in particolare Argentina e Venezuela, la coalizione che sostiene la Bachelet è composta da una pluralità di partiti, tra cui i anche i centristi democratico-cristiani. Durante il suo primo mandato Michelle Bachelet ha mostrato moderazione nelle scelte politiche ed economiche e, stando al suo programma elettorale, sarà questa la linea che seguirebbe in caso di vittoria, permettendo al Cile di continuare sulla strada dello sviluppo.

Carlo Cauti è un giornalista della testata brasiliana Estado de S.Paulo.

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