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Esteri
Elezioni Usa 2018: Nancy Pelosi, a volte ritornano
Foto LaPresse

A volte ritornano o non se ne sono mai andati. È il caso di Nancy Pelosi, forse l’esponente più nota del partito democratico Usa dopo i Clinton e gli Obama.

Con la riconquista della Camera da parte del partito dell’asinello la Pelosi è di nuovo al centro dell’attenzione e naturalmente si è proposta come speaker della Camera stessa essendo il capo della nuova maggioranza democratica.

Nata a Baltimora nel Maryland, la Pelosi ha già ricoperto l’importante incarico dal 2007 al 2011.

Femminista, italo-americana e naturalmente ricchissima è il candidato ideale per sostituire Hillary Clinton nell’immaginario collettivo populista americano per incarnare, anche visivamente, l’ideale del “nemico”, archetipo che era scomparso con la scomparsa dalla scena politica della Clinton, bistrattata dalla vittoria di Donald Trump nelle elezioni del 2016.

Indubbiamente, le elezioni di midterm hanno indebolito “The Donald” che con i Repubblicani ha perso il controllo di un ramo del Congresso e che ora sarà soggetto ad iniziative democratiche ostili nei suoi confronti, primo fa tutti lo spauracchio dell’impeachment per i fatti della supposta influenza russa nelle elezioni presidenziali.

Ed infatti Trump, come in una partita a scacchi, come prima mossa post elezioni di mezzo mandato ha (“fired”) licenziato con un semplice twitter il suo ministro della Giustizia, Jeff Sessions implicato nel Russiagate e che aveva annunciato la sua astensione per quanto riguarda le indagini in corso.

Resta il nodo del procuratore Robert Mueller che indaga sulla vicenda russa e che Trump potrebbe licenziare.

L’analisi del voto presenta la vittoria dei Repubblicani negli stati agricoli del Midwest -l’America rurale-  e in quelli conservatori del Sud, insieme alle fondamentali vittorie in vista delle presidenziali in Stati come la Florida, l’Ohio, Iowa e il New Hampshire che rassicurano, d’altro canto, il Presidente delle sconfitte in Pennsylvania, Wisconsin, Michigan.  L’unico segnale di pericolo è stata la non riconquista del seggio del democratico Joe Manchin in West Virginia, Stato chiave per la vittoria di Trump nel 2016.

Del resto quasi tutti i Presidenti perdono queste elezioni di medio termine.

Trump è un uomo d’affari e non un politico e quindi ha un fiuto particolare per le trattative e una visione immediata, quasi fotografica, dei rapporti di forza, ha capito subito che ora deve trattare e ha prontamente dichiarato: “Se indagano su di me, io indagherò su di loro” prefigurando probabilmente uno” scambio”: niente impeachment da parte dei democratici e niente indagini di intelligence a livello federale da parte sua.

Ma torniamo alla Pelosi.

La sua più che probabile elezione a speaker della Camera è quanto di meglio Trump e i repubblicani potessero augurarsi in vista delle elezioni presidenziali che si terranno fra due anni.

La Pelosi rappresenta per i repubblicani Usa e i loro elettori l’equivalente di un bersaglio mobile si cui scaricare tutto quello che o non si potrà fare o si farà con grande difficoltà, come il muro anti-immigrazione al confine con il Messico.

A parte questa funzione di parafulmine programmatico, la Pelosi rivestirà sicuramente il ruolo di nemica pubblica numero 1 per il partito dell’elefantino e Trump potrà (ri)giocare le sue carte populiste e sovraniste visto che da due anni mancava dal tavolo il giocatore democratico.

Il rischio per il tycoon statunitense è invece quello che i democratici facciano sul serio con la procedura di impeachment e lo mettano con le spalle al muro.

Dietro a tutto questo ci sono gli enigmatici e difficili da decifrare veri rapporti tra il presidente Usa e quello russo Vladimir Putin. Amici? Ex amici? Concorrenti? Alleati sotterranei?

Questo il vero segreto da svelare. Un segreto da cui, data la stazza dei contendenti in campo, dipende il futuro e la sicurezza del mondo.

 

 

 

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