Fondatore e direttore
Angelo Maria Perrino

Euro-Nato strumenti di schiavitù. Così Washington controlla l'Ue

L'ANALISI DI PAOLO SENSINI - La vicenda delle sanzioni contro la Russia seguite al braccio di ferro in Ucraina e Siria rivela che l'Europa, a partire dai suoi maggiori protagonisti fino ai Paesi più piccoli, sconta un deficit operativo e un aperto vassallaggio nei confronti degli Stati Uniti...

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Di Paolo Sensini

In questi giorni, tra fallimenti bancari, truffe ai risparmiatori e quant’altro, una notizia è passata quasi inosservata tra le pieghe dell’informazione: Matteo Renzi ha avuto il coraggio di porre in questione il rinnovo delle sanzioni automatiche europee alla Russia volute dagli Stati Uniti. Ma attenzione, il premier italiano non ha domandato l’abolizione delle sanzioni tout court, che scadono alla fine di gennaio, ma chiede che la questione dei rapporti UE con Mosca venga discussa al massimo livello, ritenendo che una decisione simile non possa essere presa alla chetichella e in maniera supina.

La Russia, d’altronde, si è già appellata da tempo al WTO, di cui è membro, perché le sanzioni imposte dagli USA e dalla UE ne violano le regole; il WTO è il sorvegliante, il poliziotto e il giudice del “libero” commercio globale che, come da vulgata, deve essere senza dazi né altri ostacoli di nessun genere. Per cui, nessuna sanzione commerciale dovrebbe essere imposta, a meno che non sia votata dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che però non c’è stata.

Difficile stabilire cosa abbia indotto Renzi a un gesto così insolito rispetto al suo modus governandi acquiescente e prono ai voleri di Washington; forse ha ceduto alle pressioni di vari settori economici italiani, a partire da quello agroalimentare, turistico e calzaturiero, che stanno subendo ingenti perdite economiche a causa delle contro-sanzioni decise dal Cremlino; o forse il premier alza di toni per contare di più in Europa, dove viene trattato alla stregua di un piccolo borioso senza alcun peso.

Sia come sia, la vicenda delle sanzioni contro la Russia seguite al braccio di ferro in Ucraina e Siria rivela che l’Europa, a partire dai suoi maggiori protagonisti fino ai Paesi più piccoli, sconta un deficit operativo e un aperto vassallaggio nei confronti degli Stati Uniti. Basti solo dire che su tutto il territorio italiano vi sono 113 installazioni militari USA/NATO e ben 90 testate nucleari presenti nelle basi di Aviano e Ghedi Torre. Bombe che, per dare un’idea, hanno ciascuna una potenza massima di 107 kiloton, dieci volte superiore all’atomica di Hiroshima. Nelle restanti basi americane in Europa vi sarebbero in totale 481 bombe nucleari, dislocate in Germania, Gran Bretagna, Belgio, Olanda e Turchia.

Tutto questo rappresenta un elemento di ricatto e sudditanza che impedisce ogni scelta autonoma in campo economico e geopolitico, il quale pesa indistintamente sui governi di ogni colore che si sono susseguiti al governo. Com’è risaputo, il nodo così stretto che lega gli Stati Uniti all’Europa inizia con la vittoria militare americana nella Seconda Guerra Mondiale. L’Europa occidentale, cioè quella parte di continente rimasta fuori dall’orbita sovietica, venne ricostruita attraverso i fondi provenienti dal Piano Marshall e le prime forme di mercato unico europeo, cioè la Comunità europea di difesa (CED) e la Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) che furono l’anticamera dell’attuale UE, si realizzarono in un sistema in cui l’economia europea era vincolata a quella americana. Gli Stati Uniti non hanno mai nascosto che la creazione di un’Europa unita e da loro controllata fosse la premessa della propria politica estera. Per costruirla hanno utilizzato e utilizzano la NATO. Dal primissimo dopoguerra a oggi ogni Paese europeo che voleva entrare a far parte del processo di integrazione europea è prima dovuto diventare membro dell’Alleanza Atlantica.

Lo vediamo anche in questi giorni con il Montenegro, che per farsi ammettere nella UE ha richiesto l’ingresso nella NATO. Nonostante le opposizioni di alcune componenti politiche e dei nazionalisti, tutti gli attuali Paesi della UE sono anche membri della NATO, tranne Irlanda e Svezia che però hanno dovuto siglare una partnership con essa. È una regola non scritta: se vuoi entrare in Europa devi prima entrare nell’Alleanza Atlantica.

Questo comporta ipso facto l’inserimento all’interno di un sistema economico-militare che vincola in modo ferreo i suoi partecipanti. Così dal luglio 1944, quando gli alleati decisero a Bretton Woods che il dollaro sarebbe diventata la moneta di scambio mondiale, si venne a formare un sistema internazionale gestito dagli americani.

Il principale strumento di Washington per definire l’agenda europea è stato l’American Committee for a United Europe (ACUE), creato nel 1948. Il presidente era il generale William J. Donovan, capo del servizio segreto americano, che all’epoca si chiamava Office of Strategic Studies (OSS), il precursore della CIA. Vicepresidente ne era Allen Dulles, che ricoprirà la carica di direttore della CIA negli anni Cinquanta. Il comitato includeva Walter Bedell Smith, primo direttore della CIA, e un elenco di figure e funzionari ex-OSS che entravano e uscivano dalla “ditta”. I leader del Movimento Europeo – Joseph. H. Retinger, Robert Schuman e l’ex primo ministro belga Paul-Henri Spaak – furono tutti trattati come dipendenti dai loro sponsor americani.

Il finanziamento dell’ACUE arrivava dalle fondazioni Ford e Rockefeller, nonché da gruppi d’affari con stretti legami con il governo degli Stati Uniti. Quando negli anni ’50 nacquero le prime forme di integrazione europea, esse erano e saranno in seguito sempre promosse dagli Stati Uniti e dovranno attenersi alle regole stabilite da Washington.

In tale ottica la moneta unica europea, l’Euro, è da considerarsi a tutti gli effetti come un prodotto “in linea” con la politica-economica americana. Non è difficile capire perché: una moneta unica al posto delle 32 che c’erano prima rende molto più semplici gli scambi commerciali tra Stati Uniti ed Europa e facilita la circolazione delle merci all’interno del mercato unico globale guidato dalle regole americane, che oggi non a caso viene ulteriormente potenziato con l’introduzione del Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP).

Ciò che ha fornito una spinta decisiva alla creazione della moneta unica è stata la caduta della Germania Est nel 1989. La Germania diventava in breve una potenza di 80 milioni di abitanti con una forza economica di prim’ordine. Inglesi, francesi e americani erano terrorizzati dall’ipotesi di un ritorno sulla scena di un grande player globale come quello tedesco. Bisognava quindi predisporre al più presto uno strumento per controllare la Germania. L’Euro venne dunque concepito come un modo per “ingabbiarla” e per scongiurare un suo ritorno da protagonista sulla scena internazionale. A tale fine la Francia, senz’altro la più interessata a fronteggiare una simile eventualità, l’Inghilterra e gli Stati Uniti si coalizzarono per controllarne l’economia attraverso una moneta comune. In questo modo gli americani continuano a esercitare in Europa una notevole influenza grazie alla propria forza militare in sinergia con le politiche monetarie. E oggi cercano di rafforzare la presa sul vecchio continente accelerando la ratifica del TTIP.

Dunque l’Europa si trova in mezzo a una tenaglia che la ghermisce sul lato economico-monetario e su quello militare tramite la NATO. Il confronto e l’acuirsi del nervosismo con la Russia s’inserisce a questo livello, perché è del tutto chiaro che a ottenere benefici dalle tensioni tra europei e russi sono soprattutto gli americani. In altre parole, finché esisterà la NATO l’Europa dipenderà dagli Stati Uniti.

Questa strategia è stata enunciata in maniera esemplare da George Friedman, il fondatore del centro di analisi strategiche Stratfor, nel discorso che ha tenuto presso il Council on Foreign Relations il 4 febbraio 2015. “Per gli Stati Uniti – ha sottolineato Friedman – la paura primordiale è il capitale tedesco, la tecnologia tedesca, unita con le risorse naturali russe e la manodopera russa: è la sola combinazione che ha fatto paura agli USA per secoli […]. La nostra incognita è la Germania. Che cosa farà? Non lo sa nemmeno lei. Gigante economico e nano politico, come sempre nella storia. […]. Soltanto l’integrazione Germania-Russia può minacciarci, non lo permetteremo mai”.

Friedman, nato a Budapest nel 1946, è un uomo dello “Stato profondo” americano-militarista: docente all’US Army War College, studioso alla National Defense University e alla RAND, il megafono del sistema militare-industriale, esprime con inaudita franchezza la strategia che seguirà Washington per mantenere il predominio mondiale. E in questa strategia l’Europa costituisce una pedina e uno strumento di cui Friedman parla con infinito disprezzo.

L’arma usata ancora una volta è la destabilizzazione: in Ucraina e Siria, con l’intermezzo delle provocazioni messe in campo dalla Turchia, altro tassello NATO in Medio Oriente, sta avvenendo ciò che gli Stati Uniti hanno già realizzato in Afghanistan, Iugoslavia, Iraq e Libia. “Esportare la democrazia”: è questo il drappo rosso che viene di continuo agitato davanti all’homo videns occidentale; ma dietro il quale, come esplicita Friedman, l’obiettivo rimane sempre il medesimo: “Destabilizzare è il solo scopo delle nostre azioni estere. Quando abbiamo destabilizzato un Paese, dobbiamo dirci: ‘Missione compiuta’, e tornare a casa”.

Quanto tempo ci vorrà ancora affinché in Europa lo si riesca a capire e se ne traggano le dovute conseguenze?
 


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