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Esteri
Huawei: pressing Usa, Merkel resiste. Ombre sull'arresto di Meng Wanzhou

Huawei è, ancora una volta, al centro dei pensieri della Casa Bianca. Proprio alla vigilia del vertice Nato di Londra, il pressing a stelle e strisce sul colosso di Shenzhen torna a intensificarsi. Il segretario di Stato Mike Pompeo ha infatti dichiarato in un lungo articolo pubblicato su Politico che è "importante he i Paesi europei non diano il controllo delle loro infrastrutture strategiche ad aziende come Huawei o ZTE". Pompeo ha ribadito la linea dell'amministrazione Usa, secondo cui le decisioni sui fornitori potrebbero avere un impatto duraturo sulle capacità delle nazioni di "proteggere la privacy delle loro persone e, in definitiva, salvaguardare le loro libertà".

POMPEO ALZA IL PRESSING SULL'UE, LA CINA RISPONDE

Alle accuse di Pompeo ha subito risposto l'azienda cinese, che in una nota "respinge categoricamente le accuse diffamatorie e false" diffuse dal governo statunitense. "Sono maliziose e consumate, non fanno che del male alla reputazione degli Stati Uniti" e rappresentano "un insulto alla sovranità europea". La nota continua: "Ci teniamo a essere assolutamente chiari: Huawei è una società privata al 100%, non controllata in alcun modo dallo Stato cinese e senza alcun massiccio sostegno da parte del governo". Quanto alle accuse di spionaggio, la società sottolinea di "non essere e non essere mai stata" coinvolta in attività di questo genere". 

LA GERMANIA RESISTE (PER ORA) AL PRESSING USA

In gioco c'è l'Europa, ancora di più dopo che Huawei sta invece riuscendo a fare business in Sudamerica, per esempio con il lancio di servizi cloud in Brasile che ha seguito la recente visita di Xi Jinping nel Paese. Non a caso la nota del colosso di Shenzhen si conclude così: "Huawei è il partner naturale dell'Europa per lo sviluppo del 5G e per sostenere la sovranità digitale" del continente con soluzioni "sicure ed innovative". E l'Europa, almeno per il momento, non sembra intenzionata a seguire a occhi chiusi la linea di Washington. L'esempio più significativo arriva dalla Germania, dove in un'intervista al quotidiano Handesblatt il ministro dell'Economia e dell'Energia tedesco, Peter Altmaier, si è detto contrario all'esclusione arbitraria di Huawei dalla partecipazione allo sviluppo della rete 5G, come già aveva fatto la stessa cancelliera.

ERICSSON OSSERVA, IN AUSTRALIA IL BAN CREA 1500 DISOCCUPATI

Il tutto mentre Ericsson osserva con attenzione. L'azienda svedese ha annunciato di essere in grado di sostenere le forniture per le reti 5G in Europa qualora i concorrenti cinesi di Huawei venissero esclusi dai mercati continentali. "Ericsson ha un ampio portafoglio di prodotti 5G che stiamo consegnando ai clienti di tutti i continenti", ha detto Fredrik Jejdling, responsabile Business Area Networks di Ericsson. Ma le conseguenze di un ipotetico, e al momento non così plausibile, ban sarebbero vaste. Basti citare quello che accade in Australia, dove il governo filo Usa ha deciso di escludere Huawei di partecipare allo sviluppo delle reti, causando la perdita di 1500 posti di lavoro nei prossimi 18 mesi.

NUOVI DUBBI SULL'ARRESTO IN CANADA DI MENG WANZHOU

Nel frattempo emergono nuovi dettagli sull'arresto di Meng Wanzhou, vicepresidente di Huawei, avvenuto esattamente un anno fa all'aeroporto di Vancouver in Canada. Secondo quanto rivelato dal giornale canadese The Globe and Mail, infatti, Washington fu informata prima di Ottawa sui dettagli della cattura di Meng. Casa Bianca, Congresso e corpi diplomatici statunitensi avrebbero ricevuto tutte le informazioni ore prima delle istituzioni politiche canadesi. Un retroscena che, se confermato, la direbbe lunga sul ruolo di Washington nella mossa che ha inasprito in maniera forse irreversibile la cosiddetta trade war tra Usa e Cina. 

IL RUOLO DI BOLTON NELL'ARRESTO DI MENG

Secondo quanto scrive il The Globe and Mail, la versione ufficiale sull'arresto di Meng non rispecchierebbe al cento per cento la reale dinamica degli eventi. Il quotidiano canadese sostiene di aver scoperto che ufficiali di alto livello del governo Usa hanno orchestrato l'arresto, senza informare il primo ministro canadese Justin Trudeau e neppure lo stesso Donald Trump. "La Cina ha sempre pensato si trattasse di una cospirazione canadese-statunitense. Pensava che personalità politiche del più alto livello dei due paesi si fossero messe d'accordo sulla modalità dell'arresto. Ebbene, non è andata così", sostiene David MacNaughton, ex ambasciatore canadese negli Usa, citato sempre dal The Globe and Mail, la cui ricostruzione metterebbe l'ex consigliere alla sicurezza nazionale della Casa Bianca, John  Bolton, dietro l'arresto. Bolton, considerato un falco su Cina e Iran, si sarebbe mosso consapevole delle conseguenze che avrebbe avuto l'arresto sulle relazioni con la Cina. MacNaughton racconta come l'arresto "sia arrivato all'improvviso", persino "quasi a fatto compiuto" e come il coinvolgimento politico fosse stato minimo. "Non so cosa sarebbe successo se avessimo ricevuto maggiore preavviso, ma la realtà è che il prevviso non l'abbiamo proprio avuto". E il tutto avvenna proprio durante il G20 di Buenos Aires, quando Trump e Xi si incontrarono per una cena privata di due ore e mezza, al quale il presidente Usa si sarebbe presentato senza essere stato informato da Bolton. D'altronde nemmeno ambasciate e consolati cinesi in Canada vennero informate in tempo da Ottawa dell'arresto.

Negli scorsi giorni, intanto, gli avvocati di Huawei hanno chiesto a un tribunale canadese di sospendere immediatamente i procedimenti per estradare il direttore finanziario della società, Meng Wanzhou, negli Stati Uniti. Secondo il colosso cinese le accuse contro Meng non costituiscono un crimine: la richiesta di estradizione violerebbe infatti un principio fondamentale della legge canadese sull'estradizione.

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