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Isis, D'Arrigo: "L'Occidente sbaglia, non è un movimento terroristico"

L'ANALISI/ Francesco D'Arrigo, direttore dell'Istituto Italiano Studi Strategici, spiega in un'intervista ad Affaritaliani.it il significato dell'attacco in Mali e analizza i rischi derivanti dal fronte terroristico dell'Africa occidentale

IBK Hollande
Hollande con il presidente del Mali, Keita

di Lorenzo Lamperti
twitter11@LorenzoLamperti

Francesco D'Arrigo, direttore dell'Istituto Italiano Studi Strategici, spiega in un'intervista ad Affaritaliani.it il significato dell'attacco in Mali e analizza i rischi derivanti dal fronte terroristico dell'Africa occidentale.

Francesco D'Arrigo, come va letto quanto sta avvenendo in Mali?

Il Mali per la Francia rappresenta un territorio di interesse notevole. Recentemente c'è stato un colpo di Stato e la situazione sembrava essersi normalizzata. Ma gli eventi recenti stanno mettendo in subbuglio anche quella parte del mondo. C'è un problema generale alla base di tutto: si è fatto un notevole errore nel contrastare lo Stato Islamico. Lo si è infatti definito un movimento terroristico alla stregua di Al Qaeda ma qui siamo in realtà di fronte a un fenomeno insurrezionale, che lo si voglia riconoscere o meno. E contrastare un movimento insurrezionale non è certo la stessa cosa di contrastare un movimento terroristico. La strategia europea e occidentale risente fortemente di questo errore.

Qual è la strategia corretta per contrastare l'Isis?

Bisogna innanzitutto riconoscere che si tratta di un movimento insurrezionale e non di un movimento terroristico tipo Al Qaeda. Qui c'è una struttura statale precisa che ha come obiettivo quello di sovvertire una situazione geopolitica. Hanno preso possesso di una regione che ritengono appartenga storicamente a loro tra Siria e Iraq, si sono dati delle norme e delle leggi. Bisogna partite da questo concetto: per contrastare uno Stato, per quanto mi inquieti usare una parola del genere per l'Isis, bisogna avere una precisa visione strategica e politica sapendo che non si contrasta come si può contrastare un movimento terroristico.

In questo senso i bombardamenti servono a qualcosa?

I bombardamenti possono indebolire la parte logistica ma non sono utili a debellare lo Stato Islamico. Purtroppo tutto l'Occidente, e soprattutto la Francia, sono colpevoli di una sottovalutazione enorme del nemico. Un errore nel quale sta candendo anche la grande maggioranza dei media. Quando si è in guerra non bisogna aumentare la portata degli attacchi del nemico. Con il nostro continuo allarmismo stiamo alimentando la loro enorme capacità comunicativa.

Lo Stato Islamico è però stato in grado di mettere in azione cellule appartenenti al nostro territorio.

Questa è la loro parte tattico operativa. Hanno una grande capacità, oltre che di comunicazione, nell'approvigionarsi fondi e armi. C'è stato anche un terreno di incontro con Al Qaeda, nonostante tra i due soggetti non corra buon sangue. Hanno un obiettivo comune che è l'Occidente. Così anche lupi solitari o cellule che si riferivano ad Al Qaeda servono allo scopo in una strategia di terrore che sta creando grossi danni anche grazie all'innesto dei foreign fighters e a una struttura logistica che li supporta. Hanno il vantaggio della sorpresa perché le nostre forze di intelligence non dialogano tra di loro. E' allucinante quello che succede per esempio in Belgio, con cinque forze di polizia che non comunicano. Forse questa riunione dei ministri europei riuscirà a mettere il primo mattone per la necessaria information sharing. Certo, fa un po' sorridere che tutto questo venga richiesto dalla Francia che è sempre stata, insieme alla Germania, il più grande oppositore di una difesa unica europea.

Qual è l'obiettivo dell'Isis?

L'obiettivo è imporre la sharia, con l'implementazione del Califfato nel mondo. Per la loro visione oscurantista e violenta se una ragazza va a letto con qualcuno prima di sposarsi va lapidata, se uno è gay va lapidato, e così via. Vogliono distruggere tutta la nostra cultura e la nostra storia semplicemente perché non le riconoscono, per questo distruggono i siti storici. L'unico modo che ha l'Occidente per proteggersi da questa ondata che durerà anni non è solo catturare i terroristi che hanno compiuto un attentato ma quello di distruggere lo Stato Islamico. E per farlo bisogna sporcarsi le mani e debellare a tutti i costi il vertice di questo Stato anche intervenendo via terra. Siamo in ritardo perché abbiamo sottovalutato il problema, abbiamo dato loro il tempo di organizzarsi ed espandersi come un cancro nella nostra società.

Dal punto di vista interno come ci si difende da altri attacchi?

Dobbiamo fare quello che hanno fatto gli israeliani. In Israele i terroristi sono talmente disperati che ormai si riducono ad accoltellare alle spalle. E' difficile che oggi un terrorista possa arrivare armato o armarsi in territorio israeliano. Serve l'intelligence dominance, vale a dire una struttura organizzativa di intelligence a 360 gradi in grado di controllare informazioni e movimenti delle persone sospette. Noi stiamo ancora cercando un terrorista scappato dopo l'attentato, non è possibile. Avremmo dovuto controllare giorno e notte lui, i suoi parenti, i suoi amici, il suo computer  e le sue mail. E i mezzi tecnologici oggi ce lo consentono. Ci vuole la volontà politica di attuare questo sistema di controllo globale delle comunicazioni, anche a scapito di qualche libertà personale.Dobbiamo renderci conto che siamo in guerra. E devono capirlo anche quei magistrati che magari rimettono in libertà personaggi pericolosi perché vanno a vedere il codice o il codicillo. Ecco, codici o codicilli devono tenerseli in tasca. Dobbiamo renderci conto che la Francia ha dichiarato lo stato di emergenza per 90 giorni prorogabili. Significa che la situazione è davvero davvero seria.

Come si possono evitare i continui allarmi di questi giorni?

Il governo dovrebbe dare delle direttive ai media. Capisco la necessità di dare le notizie ma arrivare allo sciacallaggio non aiuta. Anche l'Italia corre dei rischi, checché se ne dica. Lo Stato Islamico ha un modo di ragionare diverso dal nostro e non interpretano i nostri segnali nel modo in cui crediamo che li interpretino. Certo, abbiamo un numero minori di estremisti o di foreign fighters rispetto per esempio alla Francia ma per portare avanti degli attacchi abbiamo visto che bastano anche poche persone, come accaduto per Charlie Hebdo. E comunque l'Italia rischia anche per ragioni simboliche, visto che per esempio abbiamo il Vaticano.

Gli eventi del Mali ci dicono che c'è anche un fronte dell'Africa occidentale?

Certamente, e non da oggi. Ora si sono attivati tutti anche grazie all'escalation e alla risonanza che hanno avuto gli attacchi di Parigi. D'altra parte sia i jihadisti del Medio Oriente che quelli del Mali o dell'Africa occidentale hanno lo stesso nemico  e questo momento per loro è particolarmente propizio grazie all'enorme eco mediatica. Hanno una strategia di comunicazione eccellente. 

Quanto pesa il ruolo della Francia in Mali e nella regione?

Pesa moltissimo. La gestione degli interessi esteri francesi ha spesso seguito il principio, molto diffuso, secondo il quale io mi considero forte e tecnologicamente avanzato e se succede qualcosa di male vado lì e bombardo. La Francia ha usato questo approccio in Libia ma anche in Mali. Per questo la loro esposizione è molto più forte. 

Qualcuno dice che in Belgio ci sia un patto di non belligeranza tra le forze dell'ordine e i jihadisti. E' un'ipotesi reale?

Assolutamente no, Ripeto, è un errore grave pensare che l'Isis sia un movimento terroristico. Questi pseudo accordi erano possibili con quei terroristi, come i palestinesi, che rivendicavano qualcosa. Qui siamo di fronte a persone, di solito giovanissimi ai quali è stato fatto il lavaggio del cervello, pronti e disposti al martirio nelle città nelle quali vivono. Non c'è nessuna trattativa possibile, vogliono solo portare nella tomba quanta più gente possibile. Non conta in che modo: attentati nelle città, aerei, kamikaze... quello che conta è uccidere. E allora dobbiamo deciderci ad attuare una strategia militare comune per contrastarli, altrimenti saremo costretti a vivere sempre con una spada di Damocle sulla testa.


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