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Esteri
A chi giova distruggere il Medio Oriente?


Di Paolo Sensini


"Posso intravedere un futuro dove la Siria sarà divisa in due o tre parti", così ha sentenziato il direttore della DIA Vincent R. Stewart, fresco di nomina della principale agenzia militare statunitense d'intelligente per l'estero, che ha poi seccamente aggiunto: "l'Iraq e la Siria non sopravvivranno come paesi".

Alle sue parole ha fatto eco il direttore della CIA, John Brennan, il quale si è affrettato a dichiarare che "gli iracheni e i siriani s'identificano con le sette religiose o con le tribù, più che per loro nazionalità: penso che il Medio Oriente avrà un radicale cambiamento nei prossimi tempi".

Il 24 novembre 2015, non appena le agenzie avevano diffuso questi pronunciamenti di un certo "peso", il progetto di smembrare Siria e Iraq è stato riproposto sulle pagine del "New York Times" dall'influente neocon John Bolton e poi rilanciato dai media di mezzo mondo - per l'Italia se ne sono fatti cassa di risonanza Maurizio Molinari sulla "Stampa" e Massimo Gaggi sul "Corriere della Sera".

Con un tempismo che ha dello straordinario, il giorno seguente (25 novembre) il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha votato la risoluzione 2249 che, sospendendo sine die la sovranità dei governi legittimi in Siria e Iraq, conferisce mandato a compiere azioni militari sui loro territori da parte di Stati che sono sia membri permanenti Consiglio di sicurezza sia della Coalizione Internazionale. In pratica ora è "legale" bombardarli a piacimento senza aver ricevuto alcuna autorizzazione da parte dei due paesi in questione, come finora è accaduto per la sola Russia che ha avuto un'esplicita richiesta in tal senso dai loro governi.

Insomma, ci troviamo in presenza di una sorta di duplicato della risoluzione ONU 1973 del 17 marzo 2011 con la quale si pose fine alla sovranità della Libia iniziando quel processo di disintegrazione del paese che ha portato al disastro sotto gli occhi di tutti. E per il quale nessuno degli uomini di Stato che l'hanno ridotta in quel modo, a partire da Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, sono stati ancora chiamati a risponderne davanti alla Corte penale internazionale.

Cosa significa tutto ciò sul piano pratico per Siria e Iraq? Significa che d'ora in avanti la coalizione internazionale avrà facoltà di determinare nuove configurazioni e assetti politico-territoriali in tutta l'area, magari ottenendo come effetto collaterale di "rovesciare" il presidente Bashar al-Assad. Sul piano squisitamente operativo vorrà inoltre dire, come ha sostenuto James Dobbins, già inviato speciale di Barack Obama in Afghanistan e Pakistan fino al luglio 2014, che "i negoziati di Vienna devono puntare al cessate il fuoco in tempi stretti per dare modo alla diplomazia di lavorare su una soluzione per la Siria sul modello della Germania 1945", ovvero suddividendola in quattro Stati: curdo nel Nord, sunnita nel Centro, alawita sulla costa e quindi un'"area internazionale" dove ora si trovano i territori occupati dall'ISIS. In breve, Raqqa come Berlino. "La Germania è rimasta divisa per 44 anni, perché non immaginare una soluzione simile per la Siria?" si chiede l'ex stretto collaboratore di John Kerry. Lo "schema tedesco" che suggerisce è a base etnica, coincidendo con gli scritti di Eric Kaufmann, docente di nazionalismo, etnie e conflitti religiosi al Birkbeck College di Londra, che prefigura "cantoni autonomi in Iraq e Siria all'interno di federazioni" oppure indipendenti.

Per chi è digiuno o conosce in maniera sommaria le vicende mediorientali, un simile progetto di "balcanizzazione" potrebbe apparire come qualcosa dettato da circostanze puramente contingenti, ma non è affatto così; perché di una riorganizzazione dell'intera area su linee etnico-religiose si discute ormai da più di quarant'anni.

Nel febbraio 1982, per esempio, un giornalista israeliano legato al ministero degli Esteri dello Stato ebraico, Oded Yinon, pubblicò un articolo per "Kivunim. A Journal for Judaism and Zionism" in cui enunciava in maniera esplicita, dettagliata e univoca la Strategia di Israele negli anni Ottanta del Novecento per il Medio Oriente. Yinon, in perfetta coerenza con il disegno sionista originario e, soprattutto, senza tanti giri di parole, propugnava inequivocabilmente che "la dissoluzione della Siria e, più tardi, dell'Iraq in aree peculiari per etnia o religione come in Libano è l'obiettivo primario a lungo termine di Israele sul fronte orientale, mentre la dissoluzione della forza militare di questi Stati lo è a breve termine. La Siria si sfascerà in base alla sua struttura etnica e religiosa in Stati diversi, come accade nel Libano di oggi, così ci sarà uno Stato sciita alawita lungo la costa, uno Stato sunnita nell'area di Aleppo, un altro Stato sunnita a Damasco, ostile al suo vicino settentrionale, e i drusi creeranno un loro Stato, forse addirittura nel nostro Golan, sicuramente nell'Hauran e nella Giordania settentrionale […]. L'Iraq, ricco di petrolio da un lato, dilaniato all'interno dall'altro, è un candidato sicuro a far parte degli obiettivi di Israele. Per noi la sua dissoluzione è perfino più importante di quello della Siria. L'Iraq è più forte della Siria […]. Qualunque tipo di scontro inter-arabo ci sarà d'aiuto nel breve termine e accorcerà la strada per l'obiettivo più importante che è quello di spezzettare l'Iraq in varie comunità statali come nei casi della Siria e del Libano. In Iraq è possibile una divisione in province su base etnica e religiosa simile a quella della Siria all'epoca dell'Impero ottomano. Così ci saranno tre (o più) Stati attorno alle tre città principali: Bassora, Baghdad e Mosul, e le aree sciite del sud saranno separate dal Nord sunnita e curdo".

Come vediamo, dunque, ciò che in effetti viene profilandosi oggi in "Siraq" non è un accidente di percorso che la coalizione internazionale si è trovata inopinatamente a dover fronteggiare. La creazione di un "Sunnistan" ritagliato sui territori occupati dall'ISIS e la nascita di altri staterelli in perenne stato di guerra fa parte, in altri termini, di un progetto metodicamente perseguito negli anni e del quale lo Stato d'Israele, per le sue finalità di egemonia sull'intera area mediorientale, sarebbe di fatto il maggiore beneficiario.

Per Tel Aviv, infatti, "la caduta della leadership alawita in Siria rappresenta un colpo durissimo all'influenza iraniana nel Levante e al suo alleato in Libano, Hezballah. Se la Siria si disintegra, Israele proteggerà i suoi interessi strategici" sostiene Yossi Alpher, ex consulente del ministro della Difesa Ehud Barak, che ha alle spalle anche molti anni nel Mossad. "Gli israeliani si preparano al dialogo anche con i Fratelli musulmani e salafiti - aggiunge Mordechai Kedar, che oltre a essere professore di Arabo alla Bar Ilan University si è occupato di Siria per conto dell'esercito con la stella di David -, perché lo Stato siriano si dissolverà in almeno sei enclave omogenee e Israele deve parlare con tutti […]. La Somalia sarebbe il modello del dopo Assad".

Non è perciò un caso che Yoav Limor, veterano degli analisti militari israeliani, tragga da tali premesse la conclusione che "per ridare stabilità al Medio Oriente bisogna passare dagli Stati geografici creati dagli accordi di Sykes-Picot nel 1916 a quelli etnici" e quindi "dopo la sconfitta dello Stato Islamico da parte della comunità internazionale" potranno nascere al posto degli attuali Siria e Iraq cinque o più diverse nazioni: sciita, sunnita, curda, drusa e alawita sui territori dove questi gruppi etnico-religiosi costituiscono la maggioranza degli abitanti.

La domanda che a questo punto dobbiamo porci è la seguente: sarà possibile nel breve o medio termine sconfiggere lo Stato Islamico? Se la guerra contro i tagliagole verrà condotta da russi, esercito regolare siriano, milizie iraniane ed Hezbollah, vi sono ragionevoli possibilità che ciò possa accadere in tempi non molto lunghi. Ma se a cimentarsi in questo compito sarà invece la coalizione guidata da Stati Uniti, Arabia Saudita, Qatar, Francia e Inghilterra, che da più di un anno afferma di bombardare l'ISIS ottenendo però come unico risultato il suo rafforzamento e la continua espansione dei territori sotto controllo jihadista, be' allora è molto verosimile che prima ancora di ottenere "la sconfitta dello Stato Islamico" si procederà a smembrare il Medio Oriente nella maniera esposta più sopra.

E per qualcuno, con buona pace degli "esportatori di democrazia" che a furia di smerciarla in giro per il mondo non ne hanno avanzata ormai più in casa propria, questa è l'unica cosa che conta.
 

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siria
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