Politica internazionale, Romney flop. Le gaffe del candidato repubblicano
Di Massimiliano Santalucia

Henry Kissinger, James Baker, Colin Powell oppure Richard Allen, ma se ne potrebbero nominare molti altri ancora. Ciò che accomuna questi uomini è la loro riconosciuta competenza nelle questioni di politica internazionale, capacità che sono state messe a disposizioni di amministrazioni rigorosamente repubblicane e che hanno contribuito a creare il mito per cui l'Old Party sarebbe più competente in politica estera rispetto ai democratici. Tale caratteristica però potrebbe essere rimessa in dubbio dal recente tour mondiale del candidato repubblicano alla presidenza Mitt Romney: un viaggio attraverso Gran Bretagna, Israele e Polonia per esporre le posizione del leader repubblicano in materia di politica estera ma che è stato contrassegnato da un elevato numero di gaffe. Dopo aver espresso dubbi sul modo in cui i “cugini britannici” avrebbero organizzato le Olimpiadi, a Gerusalemme Romney si è lanciato in un'invettiva contro la politica di Obama in Israele accusandola di essere troppo fredda nei confronti dello stato ebraica e troppo pro-araba. Non solo, il candidato repubblicano ha implicitamente bollato i Palestinesi come una categoria “inferiore” rispetto agli Israeliani giustificando tale teoria con la differenza del reddito pro-capite. Su tale punto Romney si è distinto per un ulteriore errore: oltre a non aver accennato al contesto particolare in cui si trovano i territori palestinesi ha sbagliato completamente i dati affermando che il reddito pro-capite di un Israeliano sarebbe di 21.000 $ contro i 10.000 di un Palestinese. In realtà la cifra reale per i primi è di 31.000 $ mentre per i secondi di soli 1.500 $.
I viaggi all'estero dei candidati presidenziali, per promuovere la loro visione internazionale, non costituiscono una novità, anche perché spesso sono un modo per accattivarsi il consenso delle minoranze americane in vista del voto di novembre. Tuttavia suscita perplessità l'enfasi con cui Romney ha affrontato tale esperienza e i punti attraverso cui essa si è sviluppata. Il leader repubblicano ha sposato una linea marcatamente filo-israeliana per guadagnare l'appoggio della comunità ebraica, ma la maggior parte degli statunitensi di origini israelita sembra orientata a votare Obama e in ogni caso essa presta molta più attenzione alle questioni interne americane che non ai problemi del Medioriente. Inoltre Romney ha accusato Obama di essere stato molto freddo con gli amici tradizionali di Washington mentre di contrasto avrebbe dato prova di accondiscendenza con rivali tradizionali quali Russia e Cina. Tale lettura dei fatti però si scontra con la realtà concernente i quattro anni della gestione Obama. Se da un lato l'attuale presidente si è effettivamente presentato come un interlocutore meno estremista del suo predecessore Bush Jr., dall'altro è sembrato essere meno debole di quanto Romney voglia far credere. Nella lotta ad Al Quaeda Obama ha avviato una campagna di attacchi mirati con i droni, sfociata nell'uccisione di Bin Laden, che ha causato più danni all'organizzazione terroristica di quanto non avesse fatto l'invasione in Iraq. Contro la Cina inoltre l'attuale amministrazione americana ha attuato una politica di contenimento che ha portato alla formazione di una vera e propria “cintura di sicurezza” anti-cinese lungo tutto il sud-asiatico e a cui hanno aderito vari paesi fra i quali Vietnam, Filippine e Australia.
Il bilancio del tour di Romney è perciò complessivamente negativo. Da un lato esso non ha fatto bene all'immagine dell'America in quanto rischia, in caso di vittoria repubblicana a novembre, di minarne il ruolo di mediatore super-partes nella questione israelo-palestine. Dall'altro il fallimento della missione di Romney pone l'interrogativo se l'Old party sia ancora in grado di gestire la politica internazionale con maggiore acume rispetto al partito democratico. “Più che un problema generale dei repubblicani si tratta di una questione specifica di Romney: è lui che sembra avere poca esperienza in materia di politica estera” spiega ad Affaritaliani.it il professor Rogers Smith, docente di scienza politica presso la University of Pensylvania. “E' però sicuramente anche vero che sulla politica estera i repubblicani sono oggi meno uniti rispetto ai democratici. La guerra in Iraq è stata molto impopolare e i repubblicani non vogliono essere identificati con l'operato di Bush Jr. Allo stesso tempo però non hanno ancora una vera politica alternativa.”
Malgrado tutto non è ancora detto che il flop della tournée estera di Romney abbia un impatto negativo sulla campagna presidenziale repubblicana. Infatti se in Europa e in Medioriente il viaggio del candidato dell'Old Party ha avuto una grande risonanza, negli Usa è stato pressoché ignorato. Il tema cruciale delle elezioni resta sempre l'economia e su questo punto Romney ha ancora importanti carte da giocare sfruttando le difficoltà dell'attuale congiuntura economica statunitense. Anche sul fronte della politica estera non si possono escludere cambiamenti, magari attraverso il reclutamento di nuovi consiglieri in materia (a tal proposito sembra già sicura la presenza in un ipotetico futuro staff presidenziale di John Bolton, ex-ambasciatore di Bush Jr. all'ONU).
“Sicuramente Romney si circonderà di esperti di questioni internazionali” aggiunge ancora il professor Smiths. “Il punto è che Lui non ha ancora una sua visione chiara di politica estera mentre i risultati che Obama ha raggiunto, come la morte di Bin Laden e il ritiro dall'Iraq, sono comunque visti positivamente dall'opinione pubblica statunitense.” Nel breve periodo Romney può incassare il colpo delle critiche sul suo viaggio senza troppe preoccupazioni per la sua corsa alla Casa Bianca. Tuttavia prima o poi dovrà dimostrare di poter dar vita a una vera politica estera repubblicana che sia diversa da quella dell'ultimo presidente repubblicana Bush Jr., su questo aspetto non troppo rimpianto dagli Americani. Ma soprattutto dovrà dar prova di competenza nel solco della tradizione repubblicana sulle questioni internazionali, capacità di cui non è emersa traccia in questo suo primo viaggio oltreoceano.


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