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Esteri
Russia, torna la voglia di Unione Sovietica. Putin a un bivio


Di Alberto Maggi (@AlbertoMaggi74)


Sembra lontanissimo quel 31 dicembre 1991 quando sul pennone più alto del Cremlino, a Mosca, fu ammainata la bandiera rossa dell'Unione Sovietica. Da allora sventola il tricolore bianco-blu-rosso della Federazione Russa. Ma ben presto la falce, il martello e la stella rossa dell'Urss potrebbero tornare più forti di prima. Nella Russia di questo fine 2015 si moltiplicano le manifestazioni dei partiti e dei movimenti che si rifanno ai fasti dell'impero sovietico. In tutte le città, dalla capitale a Leningrado (oggi San Pietroburgo) fino all'estremo oriente sibieriano, quasi ogni settimana sempre un maggior numero di persone scende in strada con i vessilli del comunismo e le immagini di Marx, Lenin e Stalin. Quello che Gorbaciov e Eltsin hanno cercato in tutti i modi di annientare - il socialismo reale - continua a vivere e a guadagnare nuovi adepti in tutte le repubbliche ex sovietiche.

Dalla Bielorussia al Kazakistan, fino all'Ucraina governata dai filo-occidentali, serpeggia e cresce la voglia di tornare al passato. Molto è stato scritto in questi anni sulla nostalgia per l'Urss, ma questa volta siamo di fronte a un fenomeno molto più consistente. I segnali, d'altronde, ci sono tutti. Vladimir Putin ha appena deciso di ampliare l'arsenale militare russo, che da quest'anno può contare su 35 nuovi missili balistici nucleari. Una prova di forza necessaria dopo l'abbattimento da parte della Turchia amica di Obama del jet di Mosca impegnato nei bombardamenti contro l'Isis in Siria. Non solo, quella del Cremlino è anche una risposta alle sanzioni europee e americane e ai piani di espansione verso est della Nato (su chiara volontà della Casa Bianca e del Pentagono). Nella popolazione russa (e, come detto, non solo) aumenta di giorno in giorno la volontà di tornare a giocare un ruolo strategico sul palcoscenico mondiale.

E, allo stesso tempo, la crisi economica prodotta dal capitalismo in salsa russa sta spingendo masse di lavoratori, donne, giovani e pensionati a riscoprire i lati positivi del regime sovietico. Un'era di libertà condizionata ma di grandi soddisfazioni per il popolo dell'Urss, temuto all'ovest e rispettato nei consessi internazionali. Pochi mesi fa il candidato comunista Sergei Levchenko ha clamorosamente vinto le elezioni per il posto di governatore della regione siberiana di Irkutsk, battendo l'uomo scelto da Putin. E' stata la prima sconfitta di Russia Unita, il partito del presidente, da quando l'ex ufficiale del Kgb ha preso il potere. Non solo. Il Partito Comunista Operaio Russo di Viktor Tjul'kin, che a differenza di quello di Ziuganov si oppone senza se e senza ma a Putin, sta crescendo in termini di iscritti sia nelle grandi città sia nelle zone rurali. Un recente sondaggio ha dimostrato come quasi il 60% della popolazione russa consideri Stalin un padre della patria e non un criminale come viene dipinto in Occidente.

A questo punto il presidente Putin è di fronte a un bivio: o dà vita ad una svolta socialista e comunista, rompendo con gli oligarchi (ovvero i potenti che si sono arricchiti durante l'epoca di Eltsin), oppure svolta a destra con il rischio concreto di una guerra civile. Il McDonald's, la Coca-Cola e tutti gli altri simboli dell'Ovest e dell'America che hanno invaso il mercato ex sovietico da ormai 25 anni non hanno scalfito l'orgoglio socialista e proletario del popolo. Se Putin commettesse l'errore di non ascoltare la pancia e la testa della sua gente, favorendo quindi un graduale ritorno verso l'Urss e il marxismo-leninismo, lo scontento di una sempre maggiore fetta dell'opinione pubblica potrebbe portare con la forza la Russia (ma anche altre repubbliche ex sovietiche) al tempo dei soviet, del Pcus e della proprietà dei mezzi di produzione nelle mani dei lavoratori. Quella bandiera rossa ammainata a fine dicembre 1991 e che sempre più spesso viene sbandierata con orgoglio dai tifosi russi in varie manifestazioni sportive in patria e all'estero sta per essere tolta dal cassetto e rimessa là dove la Rivoluzione Bolscevica del 1917 gli aveva garantito un posto di primo piano nella storia.
 

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