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Esteri
Usa, Cina e India hanno in mano il futuro. Per l'Europa decideranno gli altri
Donald Trump e Xi Jinping (foto Lapresse)

Quanto più lo sguardo si spinge lontano, tanto più il panorama diviene indistinto e domina la foschia. Lo stesso avviene per il futuro. In questo caso anzi le incertezze sono anche più grandi di quelle che incontra l’occhio. Nondimeno, se non si vuole che il futuro ci assalga a tradimento, anche se periglioso, il tentativo della divinazione rimane indispensabile.

Riguardo alla storia del mondo, il grande spartiacque nelle coscienze contemporanee è la Seconda Guerra Mondiale. Prima c’è stata la preistoria, con gli scontri armati, lo Stato della Chiesa, le grandi scoperte, gli imperi e le liti di condominio europee; poi il Grande Incendio che ha insegnato quanto costi l’aggressività, e infine siamo nell’Età Moderna. Un’età in cui le guerre sono inconcepibili, armarsi diviene una spesa inutile e le carte sono state date una volta per tutte. Perfino quando avviene un fenomeno di enormi proporzioni, come l’implosione dell’Unione Sovietica, l’Età Moderna lo classifica, in fondo, come l’assestamento interno di una grande nazione: la Russia si scrolla di dosso un’eresia preistorica come il comunismo e rientra nel concerto europeo. Calma piatta.

In realtà, quando anni fa Francis Fukuyama parlò di “fine della storia”, commise un errore, perché la storia continua e i grandi cambiamenti sono tutt’altro che esclusi. E tuttavia il suo libro è stato un eccellente sintomo del fatto che gli esseri umani – forse perché non vivono neanche un secolo – tendono a confondere i momenti di stasi con l’eternità. Invece tutto cambia. A volte a grande velocità, a volte impercettibilmente, ma se il fiume rallenta, ciò non vuol dire che si fermerà.

È proprio per non essere colti alla sprovvista che bisogna guardare alla situazione presente. Per cercare di indovinare in che direzione sta cambiando. Ad esempio, oggi non siamo sull’orlo di una guerra, ma non bisogna mai dimenticare che essa è iscritta nel nostro Dna. Ecco perché il problema della Corea del Nord è stato più serio di quanto non si sia creduto ed ecco perché i Presidenti americani del passato sono colpevoli di non averlo capito.

A livello mondiale, la principale novità sembra essere l’ingresso in scena di un grande primattore: la Cina. Il suo peso inevitabilmente cambierà tutte le statistiche mondiali. Dal punto di vista militare, ciò riguarda soprattutto l’Asia. E infatti i più preoccupati sono i giapponesi. Anche l’America, pure lontana, considera il Pacifico uno dei suoi due mari e rimane attenta. Ma attualmente è inquieta soprattutto per la sua economia e per il dollaro.

Gli Stati Uniti, semplicemente a causa delle loro dimensioni e del loro sviluppo industriale, rimangono forti. Ma il loro stato d’animo generale è cambiato. Si sono resi conto di non essere più né una potenza “emergente”, com’era nella preistoria, né l’indefettibile potenza dominante del globo terracqueo, come era apparso negli anni seguenti il 1945 e fino a non molto tempo fa. Oggi Washington è cosciente di essere una potenza definitivamente “emersa”, che deve affrontare dei concorrenti e deve badare più a galleggiare che ad elevarsi ulteriormente dalle acque.

Il Presidente Trump si è reso acutamente conto che presentarsi come il gendarme mondiale importa un costo economico insopportabile: dunque non sogna di aprire nuove basi militari all’estero, sogna piuttosto di chiudere quelle esistenti. E preferirebbe anche sapere che il Giappone e la Corea del Sud sono capaci di difendersi da sé, piuttosto che essere costretto a garantirli. Seguendo la stessa linea, fa sapere all’Europa di essere sempre più riluttante a farsi carico delle spese militari per la sua difesa. Insomma il pendolo va risolutamente in direzione dell’isolazionismo: oggi America “first” significa anche America “alone”.

Fra l’altro, mentre gli Stati Uniti spopolati di un tempo, per acquisire nuovi cittadini, avevano stabilito un indiscriminato ius soli, oggi il problema è inverso: il desiderio più sentito è quello di avere un alto muro intorno. Addirittura bisogna cominciare a pensare a preservare la razza bianca (ormai minoranza) e un bene culturale a rischio: la lingua inglese. Un rovesciamento di prospettiva, rispetto al passato, ma anche una coraggiosa presa di coscienza delle proprie necessità. Stranamente, queste cose sono state percepite dal popolo molto prima degli intellettuali.

Il capitolo più doloroso riguarda l’Europa. Il suo futuro è piuttosto buio, da qualunque lato lo si guardi. Il Continente ha definitivamente perso la spinta propulsiva della sua civiltà: non sono più Parigi o Londra che lanciano le mode. Non sono loro che dominano il progresso scientifico o girano i migliori film. Dal punto di vista economico l’Europa sopravvive, ma gli economisti prendono anche in considerazione l’ipotesi che affondi, se salta l’euro o l’Unione Europea. E per certe cose non bastano gli scongiuri.

Non c’è da stare allegri. E tuttavia la massima decadenza è politica. L’Europa è peggio che disunita: è incapace di unirsi. È stanca, invecchiata, debole. Come la Roma della decadenza, è riluttante all’idea di difendersi da sé, in caso di pericolo. E si sa come è finita Roma. Il rifiuto generalizzato e pressoché religioso della violenza spinge tutti perfino al rifiuto dell’autodifesa. Mentre il popolo – come è avvenuto negli Stati Uniti - si rende conto del pericolo delle invasioni barbariche, le sue élite remano contro il buon senso e gli opinion leaders fanno concorrenza al Papa. Il comunismo si è suicidato ma la sinistra ne ha conservato i difetti: il collettivismo, lo statalismo, l’irenismo, e l’idealismo infantile. Così la sua crisi invece di essere una crisi è divenuta una malattia cronica.

Ecco perché, volendo prevedere il lontano futuro, bisognerebbe sapere che cosa faranno la Cina, gli Stati Uniti, l’India, forse il Giappone. Mentre per l’Europa è semplice: decideranno gli altri.

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