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Fatti & Conti

Intervista ad Axel Weber di Julia Chatterley per Mf

Il presidente di Ubs, Axel Weber, è stato presidente della Bundesbank dal 2004 al 2011. Sostenitore di una politica monetaria rigidissima, come del resto il suo successore Jens Weidmann, Weber ha inutilmente cercato di strappare a Mario Draghi la nomina alla presidenza della Bce. Ecco che cosa pensa dello stato attuale e delle prospettive dell'economia globale e di Eurolandia in particolare.
Se consideriamo la traiettoria di lungo periodo della ripresa dell'economia globale, a che punto siamo ora?
Attualmente siamo in una fase di normalizzazione. Gli Stati Uniti sono tornati in posizione predominante e la situazione dei mercati emergenti si sta normalizzando. Anche la Cina è in fase di stabilizzazione: sta normalizzando il suo tasso di crescita e ribilanciando la sua economia. In generale, direi che siamo sulla strada giusta, ma i rischi non mancano.
Quali sono i rischi?
Sono due i rischi fondamentali. Il primo è inerente all'ambito fiscale: mi riferisco al dibattito sul tetto del debito negli Stati Uniti, allo shutdown e all'Europa. Si tratta del consolidamento di politiche volte a ripristinare una finanza pubblica più sostenibile. E una questione molto importante ed è facile commettere errori in questo campo.
L'altro fattore di rischio?
Riguarda la politica monetaria. Quando la Federal Reserve ha iniziato a parlare di tapering, per poi tornare sui suoi passi, abbiamo registrato nervosismo e volatilità sui mercati e ora in molti si chiedono quando la Fed comincerà effettivamente a ridurre gli stimoli. Possiamo dire che il processo comincerà il prossimo marzo e verrà attuato gradualmente nel corso del 2014. Anche l'Europa ha assistito a qualche mossa inaspettata: non solo da parte della Bce, ma anche a opera di altre istituzioni. La politica monetaria dovrebbe contribuire a ridurre la volatilità nei mercati, ma di recente abbiamo visto esempi in cui essa stessa è stata fonte di problemi e questo non va bene.
Altri possibili rischi?
La Cina, che è in fase di normalizzazione, ma allo stesso tempo negli ultimi due anni ha assistito a una forte crescita del credito. Possiamo quindi concludere che l'eventualità di una bolla speculativa è piuttosto reale e di certo tutto questo contribuirà a un certo indebolimento economico del Paese nei tempi a venire. Ulteriori rischi possono essere individuati in molte altre zone, come il Giappone, la cui situazione è paragonabile a quella europea. In questo Paese servono ancora riforme che orientino la crescita nel lungo periodo per risollevare finalmente l'economia. Come vede, sono molti i rischi all'orizzonte, al momento ho elencato solo quelli principali.
Sulla stampa tedesca si parla molto della spaccatura avvenuta all'interno della Bce.
In molti accusano Draghi di aver tagliato i tassi di interesse per favorire le aziende italiane. Crede che la decisione di Draghi sia giustificabile?
Sono stato nel consiglio direttivo della Bce per sette anni e da due mi sono dimesso, quindi non voglio commentare troppo nei dettagli la politica monetaria di un'istituzione di cui ho fatto parte. Posso, però dire questo: l'Europa è stata in recessione per sei trimestri e ne sta uscendo solo ora, quindi non ci sono dubbi sul fatto che la sua economia versi in cattive condizioni. L'uscita dalla recessione non è un processo uniforme: gran parte delle aree periferiche quest'anno ha registrato tassi di crescita ancora negativi. Gli Stati centrali, come la Germania, sembrano invece più forti, quindi è difficile ideare una singola politica monetaria in un contesto così diversificato. La politica monetaria non deve favorire gli Stati centrali o le periferie, ma deve essere mediamente adeguata per tutta la zona euro, che nel complesso è ancora debole. Credo che l'impegno della Banca Centrale a mantenere il flusso di liquidità verso gli istituti finanziari sia la parte più importante delle decisioni prese durante lo scorso meeting. Non penso che un taglio di 25 punti base cambi di molto la situazione, considerando che i tassi erano già allo 0,50%.
L'Eurozona rischia di cadere in deflazione?
La stabilità dei prezzi è qualcosa a cui ho sempre riservato particolare attenzione. L'inflazione deve stare al di sotto del 2% e non mi preoccupa se si aggiri intorno all'1%, soprattutto dal momento che è stata piuttosto alta in alcune aree periferiche, dove c'è stato anche un forte incremento degli stipendi. In questi Paesi prezzi e salari devono scendere e se ciò avviene contribuisce a spingere verso il basso il livello di inflazione in tutta l'Eurozona. Il fatto che l'inflazione scenda sotto 1' 1% per un mese non mi preoccupa così tanto, mi concentro piuttosto sul medio e lungo periodo per capire se è destinata a tornare in area 2%. In effetti quello sarebbe il valore ottimale, ma non sono sicuro che sia anche una buona politica da adottare perché è difficile spiegare a chi non se ne intende che il 2% è decisamente meglio dell' 1%.
Quale banca centrale affronta meglio il problema dell'inflazione?
Nel perseguimento della stabilità dei prezzi, per esempio, la Banca Centrale Svizzera si prefigge di mantenere il tasso di inflazione tra lo O e il 2%. La Bce lo vuole, invece, su livelli appena inferiori al 2%, ma questo non significa che non possa scendere sotto il punto percentuale per un breve periodo, quindi non mi preoccuperei così tanto della strategia adottata attualmente.
La Commissione Europea ha avviato un'indagine sul surplus commerciale della Germania. Che cosa ne pensa?
Se l'intento è quello di esplorare il surplus commerciale tedesco per ricavarne un'importante lezione per le altre nazioni europee, per far sì che imparino come diventare competitive a livello globale, allora direi che la mossa di Bruxelles è giustificata. A mio parere, studiare come la Germania sia riuscita a ottenere tanto successo a livello internazionale è un esercizio più che legittimo perché se ne possono trarre molti insegnamenti soprattutto per le nazioni delle aree periferiche. Considerare invece la questione come un problema che riguardi le politiche adottate in Germania non è giustificabile perché la Germania non sta cercando di penalizzare le altre nazioni, ha semplicemente un'economia forte, con un ottimo settore privato. Quindi c'è ben poco che questo Paese possa fare per manipolare il proprio successo oltre ad avere una forte produttività, ad assicurarsi di possedere le giuste capacità e a concentrarsi sui prodotti più richiesti a livello globale.
Passiamo ora a Janet Yellen, che a fine gennaio salirà alla guida della Federal Reserve. È possibile che possa rivelarsi meno colomba e un po' più falco di quanto non si aspettino i mercati?
Penso che al mercato piacciano queste categorie: i falchi e le colombe. Io rientravo nella prima, Janet nella seconda. Credo che lei abbia una grande esperienza: prima di decidere quali politiche adottare analizzerà attentamente lo stato dell'economia e affronterà con molta serietà il doppio mandato della Fed di creare occupazione e tenere sotto controllo i prezzi, un mandato molto diverso da quello della Bce. La Yellen si preoccuperà di evitare il rischio di inflazione nel medio periodo e allo stesso tempo si concentrerà sulla crescita. Probabilmente nel breve termine la vedremo focalizzarsi maggiormente su questo secondo obiettivo e sull'occupazione, favorendo una politica monetaria più accomodante. Ma possiamo tranquillamente affermare che questo non sarà il suo atteggiamento generale.
Quindi sarà un falco?
Tutto dipenderà dallo stato dell'economia. Staremo a vedere come aggiusterà le politiche della Fed nel caso in cui l'economia dovesse ripartire seriamente. Abbiamo già qualche indicazione sulle strategie della Fed: nel 2015 la maggior parte dei membri del Fomc, il comitato di politica monetaria della banca centrale Usa, vede i tassi di interesse ancora al di sotto del 2%. Un dato che, per quanto mi concerne, potrebbe rivelarsi inappropriato, considerate le previsioni sul livello di crescita economica. Le aspettative sui tassi di interesse potrebbero quindi cambiare.

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