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Fatti & Conti
Barbagallo contro Renzi: "Ma chi rappresenta?"

di Massimo Pittarello
@gingerrosh

L’apparenza potrebbe trarre in inganno, ma dietro la scorza siciliana, il mite pizzetto canuto e l’inusuale cravatta per un sindacalista, Carmelo Barbagallo cela carattere arcigno e approccio diretto. Il neo segretario della Uil, infatti, con prosa ammantata da spiccato accento siculo, a volume basso e costante, inizia a sganciare sonori colpi non appena entra nel foyer dell’Ara Pacis, dove arriva come ospite della trasmissione televisiva di Enrico Cisnetto. Il primo pugno lo piazza sulla scarsa affluenza alle regionali di Emilia-Romagna e Calabria, nel tentativo di condividere con la politica il male della delegittimazione che affligge il sindacato. “Quando noi andiamo alle elezioni per le rsu partecipa l’85% dei lavoratori e l’80% votano per Cgil, Cisl e Uil. Poi ci dicono che non siamo rappresentativi. Alle elezioni regionali la partecipazione è stata al di sotto del 50%. Quindi loro chi rappresentano?”.  Il gong del match con Matteo Renzi è però suonato qualche settimana fa proprio nella Sala Verde di Palazzo Chigi, luogo principe della concertazione, quando ad un Barbagallo segretario in pectore ma non de facto, Renzi chiese chi fosse. E lui, sornione, replicò “presidente, imparerà a conoscermi”.

Non appena sale sul palco con Enrico Cisnetto, poi, rincara la dose: “il Pd è fortunato che non ci sono alternative, altrimenti il risultato elettorale sarebbe assai peggiore. Renzi è un cantastorie: ne racconta una la mattina, una il pomeriggio, una la sera. Ma l’unica cosa che ha fatto è stato prendersela con sindacati, lavoratori e pensionati”. Sarà, ma è quantomeno certo che dietro il tipico profilo composito di dignità e umiltà che ti taglia addosso la Sicilia, potrebbe nascondersi un inaspettato avversario per la filosofia renziana che professa l’abolizione dei corpi intermedi. “Dalla boxe ho imparato a non abbassare mai lo sguardo, perché quando sei nell’angolo devi guardare l’avversario per riuscire a uscirne”. Eccolo, il sindacalista boxeur, cattivo, ma non troppo, almeno secondo il padre che “da vero campione di boxe – riporta  Barbagallo – era convinto che non fossi il tipo giusto per mandare al tappeto l'avversario quando potevo”. Vedremo quali saranno le schivate, i rientri e i ko nello scontro tra Pd e sindacati, ma attualmente la Triplice è spezzata e alle corde.

Per valutare le future risposte della Uil potrebbe essere utile guardare al passato di Barbagallo, di cui il ring non è stata certo l’esperienza più pericolosa. Nei decenni di attività sindacale in Sicilia il neo segretario ha subito minacce fisiche e meno fisiche, “come un colpo di fucile esploso dentro casa”, racconta Cisnetto. Ma Barbagallo non si scompone e anzi, da buon siciliano rilancia, continuando a legare sport e politica: “Vede, sono sempre andato su un deltaplano che mi costruivo da solo, con scotch e fil di ferro. Qualcuno mi chiede come mai non ho paura. E’ semplice, faccio il sindacalista”. E non ha paura nemmeno di rivendicare un passato scomodo per l’opinione pubblica. “Ero socialista e continuo ad esserlo, e rimpiango Craxi come statista”, dice con pizzico d’orgoglio isolano. Barbagallo, comunque, è uomo d’apparato. Già nei primi anni Novanta guida la Uil Sicilia.

Nel 2000, proprio quando il suo predecessore Luigi Angeletti saliva al comando, entra nella segreteria confederale con la responsabilità del settore organizzativo. E deve essersi fatto voler bene perché, pur avendo superato i 65 anni (età entro cui si può diventare segretari) il congresso della Uil ha votato per posticipare l’entrata in vigore del limite dei 67 anni dopo il termine dei lavori assembleare. Insomma, una deroga da personam di qualche ora. Però, almeno, può difendersi dal classifico cliché di “quello che non ha mai lavorato in vita sua”. Il suo curriculum inizia infatti all’età di 8 anni in una concessionaria d’auto, prosegue con la bottega di un barbiere, una cooperativa ittica, un magazzino postale, e finisce con la qualifica di operaio specializzato a Termini Imerese. Dove inizia anche l’attività sindacale. L’esperienza sul campo Barbagallo la rivendica, anche come testimonianza, quando l’intervista fa rotta sulla politica: “si, è vero, il problema del Jobs Act non è tanto l’articolo 18, quanto i voucher, che creano precarietà per i giovani. Però quando dicono che ci sono solo 3 mila cause di licenziamenti illegittimi dicono una cosa non vera. Ed io lo so – sottolinea – che quando lavoravo al pastificio sono stato licenziato più volte senza motivo, anche se poi rientravo perché lavoravo”. Ecco, difesa e attacco, schivata e rientro, anche sullo sciopero generale del 12 dicembre: “il mio obiettivo è chiudere contratti e accordi, ma non li posso fare da solo. Serve la controparte e se questa non vuole confronti non resta che scioperare”. Schivata. “Dal Congresso ho lanciato una sfida a Renzi: ci tolga le scuse per fare sciopero”. Diretto sinistro. “E poi, se Squinzi dice che lo sciopero non danneggia gli imprenditori perché gli ordinativi sono bassi, vuol dire che lui rappresenta solo le aziende che vanno male”. Gancio destro.

Qualcuno ha sostenuto che l’inedita coppia Cgil-Uil che scenderà in piazza il 12 sia dovuta soprattutto al desiderio di visibilità del neo segretario, il quale ha praticato un’inversione a U rispetto al tradizionale carattere riformista della Uil (Ichino). “Noi non facciamo scioperi politici – replica Barbagallo – e anche se sul merito il governo non si confronta, noi avanziamo proposte, a cominciare dalla stabilità per i giovani, in modo che possano avere un futuro e fare figli, e alla flessibilità in uscita per i lavoratori anziani. Per esempio ci vuole il carro attrezzi per una maestra di 70 anni con 30 bambini in un asilo nido che giocano con l’iPhone. Ad una certa età alcuni lavori non si possono più fare”. Per mandare definitivamente al tappeto il politicamente corretto arriva l’assist di Enrico Cisnetto: “le piace il maglioncino di Marchionne?”. Barbagallo scarica tutto quello che gli rimane: “si fa confusione tra il lavoro degli italiani e le aziende italiane. Sulla 500, che è fatta in Polonia, gli italiani non gli mettono nemmeno un bullone. Mentre il 30% dei componenti della Volkswagen sono fatti in Italia. Che in questi casi è più italiana della 500”.

E’ passato solo qualche giorno dal suo insediamento alla guida della Uil e Barbagallo ha già fatto volare gli stracci con Renzi, Poletti e con la Cisl. Con la Cgil e Landini? “Mi sento a sinistra di Renzi, ed è facile. Ma se essere a sinistra di Renzi è facile, essere rappresentati da Landini è cosa diversa. E anche se sono un po’ nell’occhio del ciclone, ho una buona resistenza”. Eccoci, da qui al 12, se nulla cambierà, si andrà a braccetto con la Camusso. Poi, un altro gong e un’altra ripresa. “In bocca al lupo, allora”, dice Cisnetto. “In bocca al lupo a me?? No no, poveri lupi. Sono in estinzione, se poi mi metto ad ucciderli pure io ...”. 

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