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Fatti & Conti
Costa Crociere, pronto trasferimento ad Amburgo

Di Marco Scotti
@marcoscotti83

C’è un nuovo allarme occupazionale: la Costa Crociere, storica azienda navale che fa parte della multinazionale Carnival, rischia di vedere trasferito un “pezzetto” della propria filiera produttiva in Germania, più precisamente ad Amburgo. La situazione è precipitata rapidamente: il 28 gennaio scorso, infatti, l’amministratore delegato Michael Thamm ha comunicato alle rappresentanze sindacali e ai 1.050 lavoratori la propria decisione di trasferire quattro reparti operativi in Germania. Perché? In questo caso è necessario procedere al contrario, mostrando quali non possono essere le cause, e cercando quindi di capire perché si sia presa una decisione di questo tipo, che potrebbe diventare – come ci è stato confermato dal segretario regionale della Filt Cgil Giacomo Santoro – già nei prossimi mesi.

Il trasferimento coinvolgerebbe almeno 161 posti di lavoro a Genova, cui se ne aggiungono almeno altri 100 nello stabilimento di Aida Cruise, con sede a Rostock. Anche Aida fa parte del gruppo Carnival e gli oltre 100 lavoratori tedeschi, insieme a quelli italiani, dovrebbero confluire in una nuova azienda, la Carnival Maritime. Sì, ma perché? Dicevamo quali non possono essere i motivi: prima di tutto, non può trattarsi di una questione economica: il bilancio di Costa, nonostante la tragedia della Costa Concordia, ha ripreso a funzionare, con ricavi per oltre un miliardo e un utile di 154 milioni di euro. Né si può addebitare l’idea di trasferirsi semplicemente alla crisi sistemica, perché il settore, nonostante qualche ristrettezza nel Mediterraneo, non sta attraversando un periodo particolarmente difficile grazie ai nuovi ricchi soprattutto cinesi.

Rimane il sospetto, allora, che all’amministratore delegato non piaccia il nostro paese e che preferisca tornare nella sua città natale, cioè la stessa Amburgo in cui andrebbe trasferito il ramo d’azienda. Intanto, i 161 lavoratori coinvolti a Genova sono già diventati 156: cinque contratti non sono stati rinnovati. L’idea di Thamm, quindi, non è un semplice spostamento da Genova ad Amburgo ma, piuttosto, una nuova azienda (appunto Carnival Maritime), con regole nuove e, soprattutto, con ulteriori esuberi sia a Genova che a Rostock. Ma in ballo c’è molto più della sopravvivenza di quasi 300 persone (che pure sarebbe già motivo degnissimo per drizzare le antenne): il problema è che si rischia di creare un precedente, di permettere a multinazionali straniere che hanno sfruttato (e sfruttano tuttora) il brand Italia, di procedere a spostamenti e riorganizzazioni aziendali facendosi belli del brand del nostro Paese.

Che a Thamm l’Italia non piaccia non è un mistero: negli ultimi giorni ha portato attacchi contro i lavoratori, sostenendo che in Germania vi siano tutte le migliori condizioni per lavorare, sottintendendo che gli operai che si oppongono al trasferimento si stiano lasciando andare a infantili capricci. E poi ha fatto di peggio: ha usato l’incidente della Concordia per dimostrare come in Italia non vi siano adeguate norme di sicurezza (e il naufragio ne sarebbe la riprova) e che quindi il settore controllo, uno dei quattro che dovrebbe essere spostato ad Amburgo, starebbe sicuramente meglio in Germania. Se non è razzismo, poco ci manca.

Ancora: Thamm ha dichiarato che non vuole fare la fine di Pierluigi Foschi, il suo predecessore. “Non permetteremo a nessuno di metterci pressione e io non sono una persona che può essere influenzata. La Concordia si è portata via 33 vite, ma ha anche distrutto la vita di. Io non sono Foschi, prendo le mie decisioni e non mi curo delle pressioni. E a quelli di voi che passano informazioni ai giornali dico di pensare bene a quello che fanno, ai pro e ai contro”. Insomma, velate (ma neanche troppo minacce) e una certa insofferenza verso i lavoratori non allineati.

In tutto ciò, che fa il Governo? Il ministro Lupi nei giorni scorsi ha tuonato contro Costa. Anche perché l’azienda beneficia di sgravi fiscali a livello comunitario grazie alla Legge 30. Insomma, non può permettersi di fare come le pare. Peccato che il Ministro abbia deciso di indire un incontro venerdì 13 febbraio, presso il MIT, senza invitare le parti sociali. Un faccia a faccia tra lui e Michael Thamm senza sentire che cos’hanno da dire i lavoratori. Sarebbe un autentico peccato se, alla fine di questa “chiacchierata”, l’Italia si ritrovasse “scippata” di una delle sue (poche) eccellenze. 

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