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Fatti & Conti
De Bortoli, Mieli e quel mea culpa tardivo su Tronchetti

di Sergio Luciano

Scrive Piero Tony, nel suo “Io non posso tacere” – un libro strepitoso, che finalmente fa emergere un sentimento di autocritica nell’inscalfibile protervia della casta giudiziaria – che in Italia il processo vero e proprio non esiste, perché dieci anni per celebrare la giustizia sono un lasso di tempo troppo lungo, tale da vanificare qualsiasi sana conseguenzialità culturale ed esistenziale… La vicenda di Marco Tronchetti Provera - il capo del gruppo Pirelli – anche se per fortuna su livelli oggi meramente storiografici, fa pensare proprio a questo. Otto anni fa, una raffica di attacchi politici e giudiziari lo inchiodò come un  “mostro” su tutte le prime pagine, per accuse rivelatesi tutte inconsistenti e finite in nulla, con assoluzioni piene, anche oltre la prescrizione che l’interessato, coraggiosamente, non ha voluto. E fa effetto oggi leggere quel che due ex bi-direttori del Corriere della Sera, come Ferruccio De Bortoli e Paolo Mieli, hanno detto del caso-Tronchetti: “Fu vittima di un pregiudizio ideologico del centrosinistra”, ha affermato il primo: “Io con lui ho avuto anche momenti di confronto ma devo dire che ha sempre rispettato l’autonomia dei giornalisti e che ha pagato un prezzo per questa sua indipendenza”. E Mieli: “In questi vent’anni abbiamo raccontato le bande di destra, ma non le bande affaristiche di sinistra che pure ci sono state e che l’hanno fatta franca, ma non credano che gli storici dimentichino”.

Be’, viva la faccia: rendere l’onore è sempre un atto lodevole, poco praticato in Italia. Stona soltanto, un poco, la timidezza, almeno in questa sede – un convegno rievocativo dei 120 anni della Pirelli – della valutazione autocritica delle modalità con cui la grande informazione (sia chiaro, non solo Il Corriere della Sera!) riceve dalle mani ufficiose o ufficiali delle Procure le “derrate” accusatorie contro i cittadini e, tanto più se costoro sono esponenti della classe dirigente, se ne fa megafono senza mai rendere simmetrica l’accusa e la difesa, come pure invece ormai prescrivono i codici. E come se fosse coraggioso comportarsi così: indifferente, la stampa, al piccolo particolare che dare risalto alle veline delle Procure altro non è che asservirsi ad esse, non si vede con quale coraggio se non quello di tradire lo spirito della professione, nella parte in cui prescrive di diffidare delle fonti, che sono sempre fonti interessate! Tronchetti è stato messo in croce enfatizzando le accuse degli inquirenti senza mai livellarle con gli argomenti difensivi, nonostante fosse editore o coeditore di vari grandi giornali, per ostentare, con ciò, un’indipendenza dal potere economico che nella sostanza in molti di questi stessi giornali non c’è più o non c’è mai stata.

Oggi che, pur con la sua criminale lentezza, la macchina giudiziaria lo ha assolto è facile darne notizia, anche se sarebbe stato doveroso – e non è accaduto – darne anche lo stesso risalto che ebbero ai tempi le notizie cattive… Oltretutto, il processo inquisitorio e mediatico sommario che colpì Tronchetti a suo tempo - come quotidianamente colpisce migliaia di incolpevoli dalle spalle assai meno larghe - sortisce i suoi effetti interdittori o lesivi nell’immediato senza mai essere poi cancellato da alcun genere di risarcimento: né economico, per l’inefficacia delle norme sulla responsabilità dei giudici, né di mercato, quando un’azienda ingiustamente travolta da accuse infondate, perde occasioni che non le si ripresenteranno mai più.

Ben venga l’autocritica, anzi è onorevole, ma sarebbe meglio se innescasse un processo attivo di riqualificazione delle regole del mestiere. Altrimenti ogni giorno si riproporranno nuovi “casi Tronchetti”, o peggio. E poi: se è vero, come coraggiosamente Mieli ha ricordato, che le “banche affaristiche della sinistra pure ci sono state”, lasciare agli storici il compito di raccontarle è un po’ un peccato, probabilmente ci sono ancora, e potrebbero ancora offrire buona materia di cronaca.

Tags:
de bortolimielitronchetti proverapirelliprocessigiudici

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