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Euro, Sapelli: nuove valute alternative strumento prezioso

“Mi lasciano molto perplesso i bitcoin: è una società quotata che emette la sua valuta solo on-line.... Ma esistono altre realtà più affidabili, che prevedono un trasferimento di beni a riscontro dell’emissione dei loro titoli di scambio, e sono una versione evoluta del baratto. Questo tipo di valute alternative rappresenta sicuramente un aspetto interessante, evolutivo, di questa nostra epoca complessa”. Parola del professor Giulio Sapelli, ordinario di Storia dell’economia all’Università Statale di Milano. Con lui Affari Italiani ha parlato di Bitcoin e di altre valute alternative in un momento in cui la crisi greca ha fatto per la prima volta temere una decomposizione dell’euro ed evocato la possibilità del ricorso d’emergenza a valute alternative…

Professor Sapelli, che idea si è fatto delle monete parallele?
Intanto bisogna notare come ormai se ne parli in modo naturale, disinibito e non più come se fossero lo sterco del diavolo o il Monopoli. Questo è un bene. A patto però di non dar seguito a un’altra confusione. Bitcoin, che è l’esempio più rilevante ed è piuttosto utilizzato in Argentina, è un’unità valutaria online, che non ha riferimenti diretti a beni reali. Diverso, invece è il discorso che molti attori hanno fatto durante i momenti più drammatici della crisi greca: in quel caso hanno evocato il ricorso a unità valutarie diverse.

E’ un tema che l’appassiona, ne aveva già parlato a suo tempo…
Nel mio libro “Europa del Sud dopo il 1945”, appena ristampato, raccontavo cos’era la politica agricola europea, già allora molto criticata dai paesi del Sud perché avvantaggiava quelli del Nord. Ebbene, per calcolare le quote si usava un’unità di conto denominata “lira verde”. Era, di fatto, un’anticipazione di una moneta virtuale, il liquida, che però faceva riferimento a quantità fisiche. Ma attenzione: la “lira verde” non era una moneta ufficiale, era la commissione all’agricoltura che determinava i valori.

Dopo la crisi greca ha più senso pensare a valute alternative?
I problemi dell’euro sono esplosi adesso che è venuta fuori in modo drammatico una macrorigidità, un ingessamento globale che ha ampliato le divisioni tra Paesi creditori e debitori. Prima non esisteva questa distinzione, al massimo c’era un gap di produttività, di competitività, che i riallineamenti delle parità all’interno dello Sme si incaricavano di bilanciare. Oggi però assistiamo alla creazione di strumenti alternativi di pagamento che esulano dagli attori istituzionali come la Commissione Europea. Un esempio è quello di Marco Melega che, col suo circuito Crevit, ha saputo attrarre 3.500 imprese. Gli aderenti a quel circuito hanno attribuito un valore condiviso alla moneta e hanno deciso di lanciarsi in una sorta di nuovo baratto, in cui le imprese offrono e ricevono beni o ervizi pagandoli in valuta Crevit e ottenendo in questa forma anche finanziamenti.

Già, la stretta creditizia: il vero movente per la ricerca di alternative monetarie!
Sì, molto ha contribuito il credit crunch, quando le banche, per non capitolare, hanno chiuso i rubinetti del credito. Questi nuovi attori monetari privati emettono a loro rischio monete, ma ne consentono la circolazione solo all’interno di una comunità di persone e aziende che si iscrivono e che permettono solo ad altre imprese associate di accedere a questo sistema. Una cosa molto diversa dalla moneta ordinaria.

Crevit è un unicum o esistono altre realtà come questa?
Non è un unicum. A Nimes, in Francia, per esempio, si è diffusa una moneta alternativa, ma anche lì per usarla è necessario essere iscritti a un club che ne riconosce la transitabilità. Questi fenomeni sono stati molto sottovalutati dalla pubblicistica contemporanea. E’ un errore. E’ un ambito in cui non c’entra solo la fiducia, ma anche l’appartenenza a un club vasto, che è poi la vera grande garanzia: la moneta è trasferibile, scambiabile e fa riferimento a beni materiali. Nessuno può andare in banca a farsela cambiare in euro, ma ci si appoggia a una comunità che condivide questo riferimento. Volendo semplificare, si tratta di un baratto differito che condivide e usa un’unità di conto, basato sulla fiducia e sul giudizio arbitrario di chi scambia.

Che ruolo stanno giocando le istituzioni in questa trasformazione epocale?
Recentemente Bankitalia si è espressa sul tema delle monete condivise, di fatto aprendo a questo nuovo sistema valutario a patto che vengano rispettate alcune norme come, ad esempio, il mantenimento di una riserva in euro. Si sta diffondendo l’idea che tutto questo sia possibile, purché avvenga alla luce del sole.

Si tratta di una primizia nella storia valutaria?
Per nulla! Prima dell’avvento delle banche centrali, le singole banche emettevano moneta. Basti pensare alla Banca Subalpina, che emetteva una valuta diversa da quella del Regno delle Due Sicilie. In America, al momento della fondazione degli Stati Uniti, c’è stata una pressione fortissima per evitare la creazione di un’unica banca centrale. Thomas Jefferson, l’uomo che campeggia sulla banconota da due dollari, era assai contrario alla realizzazione di un soggetto unitario: ce l’aveva con le banche. Ezra Pound, più di un secolo dopo, si ispirò a lui.

Concludendo: queste valute alternative sono da considerarsi un’invenzione diabolica o uno strumento utile?
Sicuramente non un’invenzione diabolica, ma se si vogliono sviluppare devono essere curate con attenzione. Io, ad esempio, non utilizzerei mai i bitcoin, ripeto, perché è una società quotata che emette solo on-line. Invece guardo con attenzione le nuove valute che permettono uno scambio di beni e che esistono dal punto di vista fisico. Ma, come dicevo, bisogna fare le cose per bene: bisogna chiedersi, innanzitutto, che cosa accadrà quando queste comunità si espanderanno. Se al posto di 3.500 aderenti ce ne fossero un domani 3,5 milioni, che cosa farebbero? Sarebbe un guaio, per esempio, se si instaurasse un meccanismo anarchico populista che, al grido di “Viva Ezra Pound”, esautorasse completamente le banche. Così come si stanno sviluppando le cose ora, l’attenzione della Banca Centrale e della Commissione Europea fa capire che non si tratta di strumenti sovversivi ma, piuttosto, lenitivi. E, me lo lasci dire, meglio così.

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