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Fatti & Conti

di Paola Serristori

Lana Gatto
 

“Si sta sgretolando la cultura industriale del tessile in Italia, questo dovrebbe essere denunciato. Biella, Prato, Como sono tutti distretti storicamente in crisi. Al di là del dato in sé sull'export, sono duri colpi”, osserva Lincoln Germanetti, Amministratore delegato di Filatura di Tollegno, Lanificio di Tollegno, e Manifattura di Valduggia. Il segno negativo accomuna i distretti, secondo il rapporto sull'andamento dell'export curato da Banca Intesa San Paolo. Il Gruppo Tollegno 1900 ha due divisioni, una di filati e tessuti con marchio Tollegno 1900 ed una retail a cui rispondono i marchi Tollegno 1900, Ragno, Julipet, Lana Gatto. I suoi filati sono venduti in tutto il mondo, clienti abituali i marchi della moda italiana, tra cui Max Mara con una lunga consuetudine, e molti americani: Theory, J. Crew, Brooks Brothers, Ralph Lauren... Gli americani apprezzano la qualità dei filati italiani al punto che, anche quando scelgono di fare confezionare i capi in Cina, uniscono l’etichetta che specifica fabric of yarn made in Italy, come simbolo di lusso. Però stare sul mercato globale non è semplice e, soprattutto, in pochi ci riescono.

L'economia italiana si è impoverita, prima le famiglie e, di conseguenza, le aziende.
“Sicuramente è quello che sta avvenendo. Sono all’ordine del giorno notizie di aziende che chiudono o fanno concordati per non fallire. E non sono solo le grandi aziende, ma è tutto l’indotto che si sta sgretolando. Per noi è che rimaniamo in Italia è sempre più difficile lavorare in Italia”.

Quali difficoltà emergono?
“Le aziende della nostra filiera in Italia sono fortemente in crisi, non hanno incentivi, c’è il problema del cuneo fiscale. Anche solo il cambio generazionale dei lavoratori, proprio come manodopera, è problematico. I ragazzi difficilmente rimangono in Italia, se possono emigrano. Dunque, si ritorna un po’ al passato”.

Come se ne esce?
“Bisognerebbe chiederlo alla nuova classe politica. Adesso è difficilissimo uscirne, perché non possiamo essere competitivi rispetto al resto del mondo. Abbiamo un costo del lavoro elevato in confronto ad Est Europa, Cina, India. Poi è vero che occorre fare investimenti per adeguarsi, ma in Italia il problema più grosso è sempre quello del cuneo fiscale. Non voglio entrare in questioni che sono all'ordine del giorno...”.

Ci entri...
“L’industria italiana è messa in secondo piano rispetto a tutto il resto, tant’è vero che oggi le aziende non assumono. Secondo me, sarebbe più giusto che il costo del dipendente rimanesse invariato per l’azienda, con una differenza tra quello che percepisce il lavoratore e quello che paga come contributi l’azienda”.

Ha qualche suggerimento?
“Non ho suggerimenti. Certo che un venti per cento in più in busta paga per il dipendente potrebbe già essere un buon inizio”.

Il rapporto trimestrale sui distretti della Lombardia, curato da Banca Intesa San Paolo, ha evidenziato nel 2013 un aumento delle esportazioni di macchine tessili, segno che la produzione si sta sempre più spostando verso Turchia, India, Cina?
“È un dato di fatto, al di là dell’aumento dell’export. Per quanto riguarda la vendita dei macchinari, essa è ciclica, ci sono degli anni in cui ci sono fortissimi aumenti ed altri no, non segue mai la domanda. Quando il mercato tende a ripartire, tutti investono, e magari negli anni successivi i dati compaiono col segno consecutivo 'meno'. Certo che investire oggi in Italia in macchinari è rischioso”.

Una classe emergente di cinesi cerca beni di lusso. Gli organizzatori di Pitti Immagine hanno reso nota la stima di 1 miliardo di nuovi compratori del lusso nel mondo, in Paesi come Corea, Cina, Hong Kong, Russia… Il Made in Italy saprà mantenere la posizione di eccellenza?
“Ci sono distretti di eccellenza che rimarranno. Ci sono produttori del lusso italiani e francesi che sviluppano la pelletteria in Italia, e che probabilmente incrementeranno sempre di più il loro peso sul mercato. Probabilmente per produzioni diverse, a causa di un calo della domanda, si svilupperanno altri distretti all’estero, dove ci saranno condizioni economiche più vantaggiose”.

Le piccole aziende che avevano una buona qualità di lavorazione stanno chiudendo e qui nessuno le rimpiazzerà. Nel frattempo, in altre parti del mondo si stanno creando aziende all’avanguardia nella tecnologia di produzione. L’Italia perderà altre fasi della lavorazione?
“Questo non lo so. Dipende dal fatto se le aziende piccole riescono a rimanere sul mercato, ad aggregarsi, a crescere di fatturato”.

Intanto c'è uno spostamento del know-how all’estero.
“Ci sono tecnici che continuano a viaggiare. Ogni volta che ci si mette in viaggio verso Cina, o l'Oriente, sugli aerei si incontrano sempre tecnici italiani, che vanno ad insegnare all’estero come si fa il lavoro. Con la globalizzazione il fenomeno si è amplificato tantissimo. Non lo considero neanche un dato”.

Chi non ha le forze per andare a produrre all’estero non produrrà più neanche qui.
“Sì, certo”.

Come sta andando per voi la produzione in questo inizio anno?
“Sostanzialmente stiamo consolidando i numeri dell’anno scorso ma è prematuro parlarne ora, c’è ottimismo, ma bisogna aspettare almeno il trimestre. Però c’è movimento”.

Movimento sul mercato estero?
“Anche dall’Italia, parlo sempre a trecentosessanta gradi,  riferendomi a tutti i marchi del Gruppo: Ragno è molto italiana, Filatura e Lanificio sono più estere”.

Tutti parlano di ripresa della produzione. Come vi spiegate la ripresa italiana?
“Non è che ci sia una ripresa. Piuttosto c’è stato un grosso calo negli ultimi anni, adesso c’è un consolidamento dei player rimasti. I consumi si sono abbassati e le aziende che sono rimaste si sono adeguate a quel livello di consumi”.

Com'è stato il 2013?
“Non abbiamo ancora chiuso il fatturato, questo avverrà ad aprile, ma siamo invariati rispetto al 2012, in cui era di 140 milioni di euro”.

Suddivisi?
“Settantacinque milioni filatura, 45 milioni come lanificio, 45 milioni Ragno. La somma fa 175 perché filatura e lanificio consolidano, e quando consolidano il dato consolidato è più basso. Per tutte e tre le aziende il mercato è 50 per cento in Italia ed altrettanto all'estero. Ragno ha il 90 per cento in Italia e questo dato sfasa un po’ la statistica. Abbiamo uffici diretti a New York, Shangai, Hong Kong e Tokyo, riusciamo a coprire tutti i mercati”.

Vi risulta un aumento di domanda dalla Cina?
“C’è molto movimento, ma entrare in quei mercati comporta investimenti importanti. Ci stiamo attrezzando”.

Non intravede il pericolo che in futuro si producano filati in Cina con la tecnologia ed i tecnici italiani?
“Speriamo di no! Sicuramente saremo sempre più 'in pericolo', ma cerchiamo con nuovi prodotti, nuovi colori, nuovo finissaggio, di restare competitivi”.

Tags:
tessituratollegnotessileitalia

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