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Fatti & Conti

Non c’erano solo i fan del regista Sorrentino a tifare per l’Italia agli Oscar… anche un altro italiano poteva ottenere la nomination per la statuetta di Hollywood: si tratta di Gabriele Mainetti, in lizza con il suo cortometraggio Tiger Boy tra i dieci finalisti. A meno di 40 anni, il romano Gabriele Mainetti ha già dimostrato talento su entrambi i fronti della macchina da presa: i suoi cortometraggi sono stati premiati da regie nazionali ed internazionali, mentre il grande pubblico lo conosce anche grazie ad alcune serie televisive molto note. Iniziamo dall’ultimo risultato: il cortometraggio Tiger Boy, di cui Gabriele è appunto il regista, è stato selezionato tra i 10 finalisti per la Nomination all’Oscar - categoria “live action short” - all'86esima edizione degli Academy Awards. Un successo sfiorato per Mainetti, che poteva finire nella short list dei cinque nominati all’Oscar grazie al premio ottenuto nel festival australiano Flickerfest, che dava accesso alle nomination per la statuetta. Non si tratta certo dell’unico riconoscimento internazionale: Tiger Boy era già stato notato in Francia per il Grand Prix du Film Court de la Ville de Brest e negli Stati Uniti come unica opera europea in concorso al 28° Santa Barbara International Film Festival. Anche in Italia il bambino mascherato protagonista del cortometraggio aveva conquistato il Nastro d’Argento 2013, il riconoscimento nazionale più importante per la categoria, colpendo al cuore la giuria del Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici. L’opera è stata poi finalista al Globo d’Oro 2012 e al David di Donatello 2012, è arrivata seconda al 42° Giffoni Film Festival - Generator +13.

La storia raccontata da Gabriele Mainetti con una regia che cita apertamente il mondo dei cartoon è quella di Matteo, un bambino di nove anni che si costruisce una maschera identica a quella del suo mito (il wrestler Tigre) e che non vuole toglierla nemmeno per dormire. L’atteggiamento di Matteo è il segnale di un disagio profondo, reso attraverso l’originalissima lente dei cartoni animati. E’ una storia di violenza, di solitudine e di un disagio infantile che gli adulti non riescono a cogliere. Prende vita lo straordinario personaggio del piccolo Matteo, un eroe dei nostri giorni in grado di liberarsi da solo del suo aguzzino per potersi riappropriare dell’identità celata da una maschera. Quanto al sogno di Hollywood, per il momento solo accarezzato, Gabriele Mainetti è comunque molto soddisfatto di essere riuscito ad emergere tra i 120 inizialmente in lizza per le 10 nominations. Il cinema americano esercita un grande fascino sul regista, fino a costituire un ricco immaginario di riferimento al quale attingere e da rielaborare. E così, accanto al candidato Paolo Sorrentino per La Grande Bellezza, l’altro italiano da Oscar dimostra che il nostro cinema è in grado di convincere le giurie internazionali con storie di grande delicatezza. Entrambe le opere, guarda caso, sono ambientate a Roma, sebbene l’una racconti la quotidianità bizzarra e stralunata del centro storico, mentre Tiger Boy è ambientato in un quartiere popolare. Gabriele Mainetti non è certo un esordiente della macchina da presa, visto che il primo cortometraggio, “Basette” con Valerio Mastrandrea, si era già fatto notare in più di 50 festival italiani.

Filo conduttore delle opere di Mainetti è dunque stata l’originale fusione tra un linguaggio inconsueto come quello dei cartoon e istantanee della periferia romana, con le sue quotidiane battaglie per la sopravvivenza. Sarà questo il mix del nuovo film “Lo chiamavano Jeeg Robot”? Bocche cucite su quest’opera – il primo lungometraggio – che il regista romano sta iniziando a girare, una coproduzione di Goon Films (la società di Mainetti) e Rai Fiction. Basti sapere che i finanziamenti del Ministero ci sono e c’è anche l’attore, un altro eccellente italiano, Claudio Santamaria.

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