Fondatore e direttore
Angelo Maria Perrino

La tracotanza di Facebook e i suoi fratelli. Di Sergio Luciano

di Sergio Luciano

Faceva un certo effetto l’altro giorno a Venezia ascoltare le proposte e gli auspici di tutti i “pezzi grossi” dell’industria mondiale delle telecomunicazioni per l‘Agenda digitale europea e sentire, poi, tra loro, gli interventi di pochi manager delle terze o quarte file che a quel tavolo rappresentavano i big di Internet. L’indifferenza, quasi la strafottenza dei cosiddetti “Ott” (over the top: i vari Facebook, eBay, Amazon, e naturalmente Google) verso ciò che è, ad oggi, la regolamentazione delle telecomunicazioni, in Europa e non solo, dimostra quanto si sentano padroni del campo. Indifferenti, quasi immuni dall’influenza che la normativa delle reti potrebbe (e dovrebbe!) avere sui loro interessi.

Già: perché gli Ott non investono sulle reti, che pure saturano con i contenuti e i servizi veicolati dai loro server, non assumono perché sono aziende leggerissime, non pagano le tasse negli Stati dove esercitano perché, professandosi globali, vanno a pagarle dove sono più lievi, e glielo lasciano fare… e si sentono, comprensibilmente, padroni del mondo. Inoltre, fanno soldi con i dati che, consapevolmente o meno, gli diamo su noi stessi, sui nostri gusti e sulle nostre attività; e di questa violazione sistematica della privacy (non fu del resto Zuckerberg di Facebook a dire che la privacy è finita, salvo poi schermare al mondo le foto del suo matrimonio…) fanno una leva di business a 360 gradi, dall’ovvio commercio elettronico allo spionaggio industriale.

Com’è possibile che la politica del mondo occidentale non si sia ancora svegliata da questo suo torpore intellettuale, la stessa politica che poi emana norme millimetriche per invasività e dirigismo sulle tariffe telefoniche, sulle lunghezze d’onda e, perché no, anche sulle lunghezze standard delle zucchine? Se fosse solo questioni di “lobbying”, si potrebbe concludere che mai un gruppo d’imprese abbia saputo fare lobby nel mondo come starebbero facendo Facebook, Amazon, eBay, Google e gli altri. Ma non è così. La ragione di tanta distrazione della politica è un’altra. Si ritiene che “tagliare le unghie” a questo settore di oligopolisti mondiali – roba che le Sette Sorelle del petrolio sono dei dilettanti – sia “politicamente scorretto” di fronte alla casta intellettuale di talebani del web libero e soprattutto al rischio di suscitare le rimostranze, inconsapevoli, di tutti coloro che, come noi, usando quotidianamente la Rete gratis, vogliono giustamente continuare a farlo e temono che qualunque intervento restrittivo sugli Ott possa limitare tutto questo.

La realtà è all’opposto. Senza freni politici, quando la Rete sarà stata saturata dai suoi leader – questione di qualche anno – ce ne condizioneranno l’uso. Vogliono solo fare soldi, e non è questo il male. Il male è che fingono di essere profeti dello sviluppo, di avere in tasca il sol dell’avvenire. Zuckerberg ha appena profetizzato la creazione di 150 milioni di nuovi posti di lavoro dall’espansione del web nei paesi in cui ancora non c’è, omettendo di dire quanti lavori di vecchio tipo saranno spazzati via da quelli nuovi, com’è già accaduto in Europa e in America, senza peraltro che la politica abbia messo in atto (mancano i soldi, ma ancor più idee e consapevolezze) nessuno di quegli ammortizzatori che negli scorsi decenni hanno ridotto l’impatto sociale delle precedenti discontinuità tecnologiche vissute dall’umanità dopo l’industrializzazione…

Insomma, è questione di tempo ma poi lo scontro finora così vilmente differito dai politici contro lo strapotere dei nuovi “padroni del vapore” diventerà inevitabile. E più tempo passa, meno sono le possibilità di vincerlo.

 


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