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Fatti & Conti

di Sergio Luciano

“Ma chi può permettersi, oggi in Italia, di rimproverare un italiano che venda la sua azienda a uno straniero?”: è asciutto e sereno Andrea Morante, amministratore delegato della Pomellato, nel commentare la vendita annunciata ieri della sua azienda al colosso francese Kering, come si chiama da pochi giorni il gruppo Ppr di Francois Pinault. “Certo, abbiamo avuto anche contatti con alcuni potenziali acquirenti italiani, ma nessuno si è concretizzato. E davvero sfido chiunque a rimproverarci di scarso patriottismo!”. Morante sa quel che dice. Ha all'attivo una lunga esperienza di banchiere d'affari internazionale – era nel “gotha” del Credit Suisse – e ha rivelato una capacità manageriale in un settore manifatturiero di lusso come la gioielleria che forse lui stesso, qualche anno fa, non era sicurissimo di avere. Sotto la sua guida, la Pomellato – che il principale azionista Pino Rabolini aveva già da tempo “managerializzato”, è ulteriormente cresciuta, si è rafforzata finanziariamente, si è “fatta bella” per una vendita che la proprietà aveva deciso di fare non avendo eredi interessati a proseguire la gestione diretta dell'impresa. Destinatario naturale dell'acquisizione avrebbe potuto essere l'ultimo grande gruppo italiano della gioielleria, Damiani, che ha il 18% della Pomellato e che non ha voluto rilasciare dichiarazioni su un evento che, ovviamente, lo taglia fuori nel confronto con un colosso come Kering. Né si è saputo di trattative con l'altra griffe di qualità del gioiello, la storica Buccellati, recentemente partecipata dalla Simest e da Clessidra.

“Non è facile per un imprenditore italiano, almeno per quelli che hanno fondato la propria impresa, acquistare l'azienda di un altro”, spiega Morante, da fine osservatore delle dinamiche psicologiche degli imprenditori “puri”, da tanti anni suoi clienti nelle banche d'affari prima di divenire lui stesso partner di uno di essi in Pomellato: “Non sempre, ma assai spesso, la cultura imprenditoriale di queste persone è tipica del self-made-man, che è profondamente immerso nella sua impresa, nelle sue opinioni, tende a vedere soltanto i difetti degli altri, magari non ha una forte formazione manageriale... ritiene che l'acquisto giusto sia l'acquisto del concorrente che sta sull'orlo del fallimento, ha poche risorse finanziarie, teme il debito come teme il diavolo... Sono tutte caratteristiche che non facilitano le aggregazioni tra imprese nazionali”. Morante non fa nomi, ma i principali, potenziali acquirenti di Pomellato vengono in mente a tutti. Sono i colossi del lusso italiano a capitale nazionale, da Prada a Zegna, da Luxottica ad Armani a Della Valle. Poco più di un anno fa avremmo dovuto aggiungere Bulgari, ma l'altra griffe della gioielleria italiana – molto più grande di Pomellato – ha a sua volta preso la strada della Francia, scegliendo di farsi comprare dall'altro colosso transalpino del lusso, Lvmh di Bernard Arnault. Nessuna polemica, dunque, ma è chiaro che il sistema-Paese – con le sue macroscopiche inefficienze, lo “spread” finanziario che infligge a chi intraprende un costo del denaro molto maggiore di quello che si sostiene in Francia o in Germania, una burocrazia paralizzante, un'assoluta incertezza del diritto e un costo del lavoro insensato – sta inducendo un vero e proprio esodo di imprese verso l'estero: o attraverso questo stillicidio di vendite a gruppi stranieri, o attraverso la migrazione fisica di tanti, troppi impianti produttivi in Paesi stranieri, sia frontalieri sia molto lontani: dov'è più facile intraprendere e crescere.

“Un gruppo come Kering non è un gruppo imprenditoriale del genere di quelli italiani, a fondazione e conduzione personale”, aggiunge Morante, tornando al caso-Pomellato: “E per quanto in esso esista un leader indiscusso, dotato di una forte visione strategica, la gestione operativa è delegata. E' una corporation, che sceglie di specializzarsi nella gestione dei suoi investimenti finanziari, che però restano tali, e presuppone l'autonomia gestionale delle aziende che vengono aggiunte alla corona e che, insieme, possono sviluppare delle ottime sinergie”. E sarà appunto questo anche il caso di Pomellato, dove Morante resta ai comandi, conservando tra l'altro una piccola ma interessante quota azionaria, per sviluppare l'azienda al di fuori dei confini italiani ed europei, dove ricava attualmente la maggior parte del fatturato.

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