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Fatti & Conti
“Per Renzi e Grillo chiamata alle armi Vince chi sa mobilitare gli elettori”

Di Marco Scotti

“La polarizzazione dell’elettorato è un dato di fatto. E sarà sempre più una questione tra Grillo e Renzi, con Berlusconi ridimensionato a fare da terzo incomodo”. È questa la previsione, a dieci giorni dal voto per le elezioni europee, fatto da Marco Cacciotto, docente di Marketing Politico e Public Affairs alla Statale di Milano e consulente politico presso Public. Elezioni europee che, come spesso accade per l’Italia, sono più un sondaggio per l’esecutivo in carica che una reale consultazione sulle tematiche europee.

Professore, era da tempo che delle elezioni europee non avevano un’eco così grande. È soltanto per la contrapposizione sì euro-no euro o ci sono altre questioni sul piatto?
In realtà, gli italiani sono sempre stati tra i più partecipi alle consultazioni europee: le ultime, ad esempio, hanno visto il 65% dell’elettorato confluire alle urne. Si potrà dire che è un dato significativamente più basso di quello delle elezioni politiche, ma gli italiani sono assai più partecipi di quanto non avvenga in altri paesi, dove si scende fino al 40%. Tutto però, in questo momento, è legato alle vicende interne, c’è poco interesse per le questioni europee. Lo si vede anche nelle parole di Grillo, quando dice che se vince le elezioni cade il Governo. Da noi è sempre stato così: le elezioni europee come banco di prova per la tenuta politica di questo o quell’esecutivo.

La politica di Renzi, fatta di un linguaggio nuovo e di “riforme ad ogni costo” è una nuova grammatica o è qualcosa di vecchio riattato, come gli viene imputato da più parti?
Il concetto di base è il cambio di approccio verso il marketing politico, è cambiato completamente il modo di porsi rispetto agli elettori. In passato, infatti, il centro-sinistra, ogni volta che è arrivato in vantaggio, si è sempre mostrato abbastanza passivo. Renzi, invece, semplifica il messaggio, fa molta attenzione a tenere l’agenda in mano. È un approccio proattivo e questo è la vera novità. In politica non si inventa nulla, ci sono per forza delle analogie con altri leader politici. Nel suo caso, in particolare, dal momento in cui usa messaggi di un certo tipo fa riferimento a quello che è il benchmark da oltre 20 anni, cioè Berlusconi. Da noi avevamo una anomalia: solo il Cavaliere faceva ricorso a un certo tipo di linguaggio e di approccio.

Passando ai contenuti, complice la crisi sono i “soldi” a farla da padrone: gli 80 euro sono, in questo senso, un provvedimento incisivo o rischiano di essere un mero palliativo?
Gli 80 euro veicolano due messaggi: “sono attento a una base sociale, che ha sofferto di più in questi anni”. Ed essendo rivolto ai dipendenti, è la base del Pd visto che, come sappiamo, gli elettori di centro-sinistra sono collocati soprattutto tra i lavoratori dipendenti e tra i pensionati. L’altro è riferito al concetto di “fare”. Gli 80 € sono un simbolo della voglia di fare, l’inizio di una rivoluzione, di un cambiamento. Il dibattito negli ultimi tempi è sempre stato attorno a questo tema, e questo è un vantaggio per Renzi: perché il premier ha messo in tasca questi soldi agli italiani, e su questo ha incentrato la campagna. È un provvedimento concreto con cui gli altri politici devono fare i conti, anche se lo definiscono una “mancia”.

Proprio oggi è stato approvato il Dl lavoro: una riforma significativa?
Gli effetti veri si vedranno nei prossimi mesi. È certo però che Renzi ha la necessità di portare avanti il suo slogan di una riforma al mese. Ha, cioè, l’urgenza di dimostrare che nonostante le difficoltà, lui va avanti. Fa parte del racconto alla base della sua vittoria elettorale, alle primarie prima e nell’arena politica poi. È vitale portare avanti le riforme e far vedere che il cambiamento avanza. È la cosa più rischiosa aver preso il comando senza passare dalle elezioni, e sono convinto che Renzi avrebbe preferito non farlo. Tant’è che il suo mantra è diventato “se questo non passa, si torna al voto”. Deve mantenere una leadership, e lo fa attraverso dei “ricatti”, forte del fatto di non avere nulla da perdere.

renzi
 

Sono in molti a imputare a Renzi, al di là dei proclami, un certo immobilismo. Colpa di un meccanismo per legiferare particolarmente difficile, di una certa resistenza interna al Pd o della carenza di capacità politiche del leader?
Storicamente in Italia è molto difficile fare le riforme, in più Renzi è al Governo con una maggioranza parlamentare che non si è formata intorno alla sua figura politica. Aggiungiamo anche che ci sono altre forze politiche all’esecutivo che normalmente starebbero all’opposizione. Ma, è bene ricordarlo, l’Italia non è mai stato un paese in cui la voglia di cambiare sia sempre stata dirompente. Si è arrivati a questa urgenza solo con la crisi economica, che ha però portato con sé rabbia e una certa furia iconoclasta.
 
Se sommiamo i voti (secondo gli ultimi sondaggi) dei partiti no-euro, in Italia arriviamo quasi al 36%, in Francia la Le Pen è accreditata del 30% e così anche in Gran Bretagna (che pure con l’euro non c’entra nulla): quali scossoni dobbiamo attenderci?
Bisogna innanzitutto ricordare che le forze no-euro hanno molte anime diverse. Ci sono i nazionalisti, contrari all’Europa perché rivogliono la sovranità nazionale; ci sono quei partiti, come il Movimento 5 Stelle, che hanno assunto una posizione estremamente critica rispetto alla situazione attuale. Ma dobbiamo porci una domanda più ampia: quali sono i partiti che hanno usato slogan a favore dell’Europa? Gli unici che portano un messaggio di questo tipo, ma forse sono troppo piccoli, sono quelli di Scelta Europea. Gli altri vogliono tutti cambiarla: in particolare, si ritiene che la Germania deve contare di meno. Non credo che qualcuno avrà la maggioranza, e sarà necessaria una grande coalizione tra Popolari e Socialisti, proprio per arginare quelle forze anti-europeiste che, pur non avendo la maggioranza, avranno comunque una forza significativa. Anche perché stiamo assistendo alla totale scomparsa dei liberaldemocratici.

Saranno le elezioni di Renzi o di Grillo?
Sarà un primo tempo di un duello che si correrà dopo, credo che alla fine entrambi potranno dire di aver vinto. La novità potrebbe essere che il centro-destra diventerà il terzo polo e i due sfidanti saranno Renzi e Grillo. Anche perché bisogna mettersi d’accordo su quali siano i criteri per determinare un vincitore: vince chi arriva primo? Vince chi guadagna più voti rispetto alle politiche del 2013? Ritengo, più che altro, che la polarizzazione non è destinata a scomparire velocemente, ma che in Italia è probabile che i due partiti che si giocheranno la leadership saranno i 5 Stelle e il Pd, mentre il centro-destra diventerà terzo polo, anche a causa della crisi economica che ha acuito l’insofferenza di molti.

Un pronostico secco: i risultati dei tre principali partiti e quando si voterà per le elezioni politiche?
Siamo in una situazione di tale fluidità di parte dell’elettorato che è difficilissimo riuscire a fare delle previsioni. La mia sensazione è che ci sarà la conferma forte dei 5 stelle e che alla fine sarà evidente che lo sconfitto sarà il centro-destra e la guida di Berlusconi. Le dinamiche decisive degli ultimi 10 giorni che precedono le elezioni le stiamo vivendo in questi giorni: Berlusconi attacca Grillo per recuperare una parte di elettorato che vuole votare 5 Stelle. La questione degli scandali, poi, può spostare degli equilibri, c’è un elettorato che si muoverà in questi ultimi 10 giorni e che se dovesse andare a votare sulla scia dei nuovi episodi di corruzione lo farebbe sicuramente in un’ottica anti-sistema. Se questa fosse una dinamica, le previsioni sarebbero stravolte. Per quanto riguarda i tempi delle prossime elezioni, ho sempre avuto l’idea che si andasse a votare prima della fine della legislatura, più che altro per la domanda: c’è una maggioranza tale per fare le riforme? I politici non si possono più permettere di vivacchiare. Per assurdo, potrebbe avere maggiore vantaggio dall’andare a votare il partito che dovesse ricevere la maggiore affermazione, anche se dovesse essere il Pd, per ricombinare una nuova maggioranza che sia più disponibile a portare avanti le riforme di Renzi. E, sempre per questa logica, se le cose non dovessero andare benissimo per il premier, avrebbe tutto l’interesse a restare in sella per riuscire a portare avanti quelle riforme che potrebbero far cambiare idea ad alcuni elettori. Renzi, insomma, divide tra rabbia e speranza, cerca di fare un’operazione di mobilitazione del proprio elettorato. Un’operazione che, come abbiamo visto negli ultimi anni, è sempre stata quella vincente. Lo spostamento di voti da una coalizione a un’altra non è mai in grado di determinare la vittoria o la sconfitta alle elezioni. Piuttosto, sono gli elettori che si disaffezionano che influenzano pesantemente il risultato. La “chiamata alle armi” è sicuramente uno degli strumenti più efficaci. Anche perché, negli ultimi anni, è cresciuta la quota degli elettori tiepidi; lo zoccolo duro, ovvero coloro disposti a votare è sempre più piccolo.

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