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Fatti & Conti

di Giuseppe Corsentino

“Se le cose continuano così e i Comuni non riescono a mettere un freno ai costi facendosi finanziare come sempre dallo Stato, che resta il grande esattore dell’Imu, imposta municipale solo a parole  - visto che i municipi incassano e il governo deve poi dannarsi a trovare il gettito e le coperture inseguendo le liberalità dei sindaci – ecco se la questione Imu continua ad essere il grande scoglio della finanza locale, come s’è visto anche in questi giorni, allora è meglio tornare alla vecchia Ici, farla pagare a tutti, prime e seconde case, e soprattutto anche agli inquilini…”

Quasi un sospiro di sollievo dopo una lunga chiaccherata nel bel palazzo romano di Confedilizia, in via Borgognona, appena dopo via Condotti, cuore dello shopping e della rendita immobiliare della Capitale. L’avvocato Corrado Sforza Fogliani, piacentino, da venticinque anni alla guida della storica confederazione della proprietà edilizia, è un presidente appassionato, competente, uno capace di tenerti lì e spiegarti con puntuali argomentazioni come e perché tutti i guai dei proprietari di case, palazzi e capannoni e perfino immobili agricoli, insomma non solo la proprietà edilizia in senso stretto ma anche la proprietà che fa capo agli industriali, agli artigiani, agli agricoltori, sono cominciati con il governo Monti che, per le ragioni che sappiamo, per rispettare tutti i vincoli di bilancio imposti da Bruxelles (ce lo chiede l’Europa, etc etc), non solo ha anticipato l’Imu, inventata dal precedente governo, cioè da Berlusconi, diciamolo!, ma ha moltiplicato per 160 tutte le rendite, o quasi, portando così il gettito dai 9,2 miliardi di euro dell’Ici 2011 ai 23,7 miliardi dell’Imu 202 con un balzo di 14,5 miliardi in una sola annualità. L’anno dopo, 2013, informa uno studio della Confedilizia il gettito è sceso, si fa per dire, a 20 miliardi e tale resta anche nel 2014, nonostante l’esenzione della prima casa, voluta fortissimamente voluta da Berlusconi che, come si sa e come ricorda lo stesso Sforza Fogliani, sul tema, sensibile per la psicologia del Paese, ha costruito tre campagne elettorali, nel 2006, nel 2008 e quest’anno.

Presidente Fogliani, l’Imu è diventata la dannazione del Paese. Per questo lei dice: basta, torniamo alla vecchia Ici. Quindi facciamo pagare (magari solo un po’) anche le prime case.
Ormai il dibattito politico sull’Imu ha perso qualsiasi connotato contabile. Non si ragiona più su come e in che limiti sostenere la finanza locale attraverso la fiscalità immobiliare, ma solo di colpire, per questa via, i proprietari di attici e belle case, icone edilizie della ricchezza.

Però far pagare anche i proprietari di attici e belle case non sarebbe male. Che ne dice?
Potrebbe essere giusto in via di principio, ma se le rispondo così, cado anch’io nel pregiudizio ideologico che ha ormai ha stravolto un’analisi seria e contabilmente corretta sulla fiscalità immobiliare. Potrei rispondere che ci sono inquilini più ricchi, infinitamente più ricchi, dei proprietari delle belle case in cui vivono e che, essendo inquilini, non pagano un centesimo.

Ma non pagavano neanche con la vecchia Ici inventata dal governo Amato nel ’92, il primo annus horribilis della finanza pubblica italiana. Come vede, torniamo al punto, alla necessità impellente di far quadrare i conti.
Ma l’Ici a cui penso io è diversa dall’Ici che poi fu approvata dal Parlamento. Amato e il suo ministro del Tesoro, Piero Barucci, avevano in mente un altro modello di tassazione

Cioè?
Avevano in mente un’imposta che colpisse non solo i proprietari ma anche, in parte, gli inquilini. Insomma, una via di mezzo tra la tax fonciere e la tax d’habitation com’è in Francia, la prima a carico della ricchezza fondiaria, la seconda a carico di chi utilizza i servizi pubblici collegati all’abitazione.

Però quell’Ici non passò. Quindi perché ne parliamo?
Perché fa capire quanti guai può combinare il pregiudizio ideologico. Per tutelare gli inquilini, considerati gli attori poveri della sacra rappresentazione del mercato immobiliare – una rappresentazione appunto, non il mercato reale con le sue dinamiche – tutto il peso della tassazione fu spostato sulla proprietà con tutte le distorsioni che ne sono venute.

A seguire, l’Imu nella versione Monti ha aggravato le cose.
Guardi che un aumento così repentino della pressione fiscale sulla casa, cioè sul bene più importante e più sensibile delle famiglie, non c’è mai registrato in nessun Paese occidentale. Una cosa mai vista. Eppure gli italiani, brava gente, hanno accettato il sacrificio.

Forse perché in passato la tassazione immobiliare era lieve, di gran lunga inferiore a quella degli altri Paesi europei, Francia, Germania e Gran Bretagna soprattutto.
Falso, falso, falso. E’ stata la propaganda montiana a mettere in circolazione nel sistema dei media e quindi nell’opinione pubblica l’idea che gli italiani, come al solito, pagavano meno tasse sulla casa rispetto agli altri cittadini europei. Non è vero. La pressione fiscale immobiliare, prima dell’introduzione dell’Imu, era pari allo 0,7% del pil, la media europea dello 0,69%. Non lo dico io, lo dice uno studio comparato fatto da un economista come il professor Francesco Forte.

Che la Confedilizia ha pubblicato…
E allora? Che cosa vuole insinuare? Che gli economisti travisano i dati? Lo studio è pieno di tavole comparative. Basterebbe leggerle per rendersi conto dello stato di vera e propria eccezionalità fiscale in cui vivono i proprietari di case.

Tutti? A pagina 36 dello studio si spiega, per esempio, che il presidente Monti ha colpito duro, durissimo su alcune categorie (le case di classe A, C2, C6, C7) portando la rivalutazione da 100 a 160, mentre ha portato da 50 a 80 gli immobili A10 (uffici e studi privati) e ha aumentato solo di 10 punti, da 50 a 60, gli immobili di categoria D. E quali sono gli immobili di categoria D? Quelli “adibiti a servizi bancari e assicurativi”. “E’ difficile capire la ratio di queste sperequazioni” conclude prudentemente lo studio.
Io invece concludo, meno prudentemente, dicendo che Monti con la sua Imu ha messo in piedi un sistema iniquo con l’obiettivo di colpire scientemente la piccola e media proprietà immobiliare, penalizzando il risparmio delle famiglie a tutto vantaggio della finanza e delle banche. Nella visione di tecnocrati come Monti non ci deve essere spazio per il capitalismo popolare, che ha storicamente nel mattone il suo sottostante, ma solo per il grande capitale finanziario.

Insomma, è un altro complotto demo-pluto-giudaico, presidente Sforza Fogliani…
Non faccia di questa ironia, per favore. C’è un altro episodio, dopo quello dello sconto fatto alle banche e alle assicurazioni di cui parla il nostro studio, che dimostra che è proprio quella la strada di politica economica intrapresa dal governo Monti e da cui l’attuale governo fa difficoltà ad allontanarsi, dati i vincoli di spesa pubblica e la voracità finanziaria dei Comuni. E, in genere, si dice che due indizi fanno una prova…

Sia più chiaro, per favore.
Sto parlando della service tax, quel modello di tassazione immobiliare che lega strettamente l’imposizione ai livello (quantità e qualità) dei servizi forniti dalla comunità come avviene in gran parte dei Paesi occidentali. Più servizi (reali) alla proprietà immobiliare, più tasse.

E allora?
La prego di andarsi a rileggere il comunicato di Palazzo Chigi del 30 agosto scorso. Con toni trionfalistici si annunciava la fine dell’Imu e l’introduzione della service tax. Dopo tre mesi la service tax, che è stata una bandiera di Confedilizia e che avrebbe davvero cambiato tutto il panorama della fiscalità immobiliare togliendo qualsiasi alibi demagogico ai sedicenti difensori dei proprietari di case, a destra come a sinistra; dopo tre mesi, dicevo, la service tax è sparita, inghiottita dal turbine delle polemiche sull’Imu e le sue coperture finanziarie.

La reazione di Confedilizia è stata durissima. In un comunicato del 12 novembre scorso si legge che “il governo Letta si è arreso all’inaccettabile dogma della incomprimibilità della spesa e dello spreco di Regioni e Comuni…”
Con l’Imu i Comuni hanno gioco facile: aumentano le aliquote ed è fatta. Il caso dell’ultimo decreto legge che non copre le aliquote oltre lo 0,4% (per le prime case, teoricamente esenti) ha scoperto il gioco. I Comuni volevano mettere il governo di fronte al fatto compiuto. Vorrei vedere se, di fronte a un no di Palazzo Chigi, i Comuni sarebbero in grado di esigere loro, non l’Agenzia delle Entrate, la quota di Imu eccedente lo 0,4%. Vorrei proprio vederlo!

Sempre sulla service tax la Confedilizia accusa il governo e l’alta burocrazia di essersi arresi al “privilegio delle immobiliari del grosso capitale finanziario e cooperativo”. Detto così, è incomprensibile.
Chiarisco. Sulla service tax ci sono due questioni. Una è l’incapacità, per accidia e incompetenza, della burocrazia italiana di individuare i contenuti veri di una service tax, una tassa che serve a coprire i costi dei servizi pubblici. Si tratta, quindi, di individuare i servizi e calcolare il loro costo. Se li immagina i burocrati dell’Agenzia delle Entrate fare questo lavoro

E l’altra questione?
E’ il tentativo dell’alta burocrazia contabile, sollecitata da forze lobbistiche poderose, di inserire vantaggi fiscali, una vera area di privilegio, a favore delle grandi immobiliari del sistema finanziario e cooperativo, perfino nel disegno di legge cosiddetto “Destinazione Italia” destinato a incentivare gli investimenti stranieri.

Potenza delle lobby finanziarie.
Si è chiesto quante sono le immobiliari della grande finanza in Italia?

Lo dica lei, presidente.
Due. La Beni Stabili che fa riferimento alle Generali e la Igd controllate dalle coop. Debbo aggiungere altro?

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