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Fatti & Conti
Simest, bilancio in utile per 13 mln E l'obiettivo è crescere ancora

“Supportiamo 7000 aziende che esportano, le più dinamiche, quelle che stanno tenendo in alto l’export italiano e che, quindi, reggono il pil del Paese. E lo facciamo con risorse nostre, seguendo le regole del mercato”. L’amministratore delegato di Simest, Massimo D’Aiuto, presenta con queste parole e con un orgoglioso sorriso il bilancio 2013, il migliore da quando, nel lontano 1991, la finanziaria per lo sviluppo delle imprese italiane ha iniziato la sua attività. La Simest, partecipata per il 76% dalla Cdp e per il restante 24% da alcune grandi banche italiane (Unicredit, Intesa Sanpaolo, Montepaschi, Bnl), lo scorso anno ha consolidato ricavi per 47,7 milioni di euro, con un margine operativo di 25,7 e un utile netto di 13,3. Numeri in netta controtendenza con la profonda crisi dell’economia italiana, visto che dal 2007 Simest ha incrementato del 63,5% gli investimenti complessivi in aziende che competono sui mercati esteri, mentre il pil italiano è sceso di 10 punti. Oggi la partecipata dalla Cdp conta più di 7000 collaborazioni con imprese di ogni settore merceologico (elettromeccanico, tessile, servizi, agroalimentare, energia, chimico-farmaceutico, energia) di cui il 64% sono PMI.

“Ma abbiamo l’obiettivo di acquisire almeno altre 500 collaborazioni all’anno”, dice D’Aiuto, che spiega come “noi puntiamo su imprese che hanno ampi margini di miglioramento, ma può mancare il capitale sufficiente, magari sono sottodimensionate o prive degli strumenti necessari per competere nelle sfide che oggi pongono i mercati globali”. Simest, infatti, ha una serie di possibilità per aiutare chi esporta – sviluppate in sinergia con la stessa Cdp, il Ministero dello Sviluppo Economico, l’Ice, l’Abi e lo stesso governo – e che, come spiega D’Aiuto, “corrispondono esattamente al modello di business delle aziende”. Sono infatti possibili sia investimenti nel capitale delle imprese (ma mai oltre il 49% delle quote e mai oltre gli 8 anni per chi lavora in ambito extraeuropeo e poco meno per chi resta nel continente), sia l’accesso al credito agevolato all’esportazione, garantito dal governo con la legge 295 del 1973.

“Anche per i prossimi anni – chiosa l’amministratore delegato – ci auguriamo che anche l’attuale esecutivo continui a finanziare questo fondo, che ha ricadute positive sia sui bilanci pubblici, tramite il saldo delle partite correnti, l’Iva e gli utili Simest, sia sotto un profilo occupazionale. Inoltre, con questo tipo di finanziamenti, riusciamo a ridurre lo spread che le imprese nazionali hanno con quelle degli altri Paesi nell’accesso al credito”. Oggi Simest opera principalmente in Cina, Brasile, Messico, Usa, Maghreb e Est Europa. Dal 2011, inoltre, sta sviluppando sempre di più la presenza nell’Unione europea, come anche in Italia per quelle aziende che esportano mantenendo nella Penisola la base della produzione. Nell’ultimo anno gli investimenti in partecipazione di questo genere sono aumentati del 34%, arrivando a coprire il 10% dei progetti totali.

Con il sostegno all’internazionalizzazione si facilita anche, indirettamente, lo sviluppo dell’innovazione. “Perché la competitività, per chi fa impresa oggi, è figlia della presenza sui mercati esteri, e non essere sui mercati esteri significa scomparire”. Due passaggi fondamentali e concatenati che, secondo il presidente della finanziaria, l’ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci, “sono utili per chi vuole gareggiare in mercati come Cina, Brasile, Messico, veri motori della crescita, ma anche per chi desidera penetrare in quelli del futuro, come l’Africa Subsahariana, in primis, e poi in Perù, in Cile, in Indonesia, o negli altri Paesi dell’Asean”.

 

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