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Fatti & Conti

di Sergio Luciano

La vicenda Malacalza-Tronchetti ha avuto una dinamica paradossale che per fortuna si è conclusa positivamente nell'interesse del bene conteso, il gruppo Pirelli, ma va oggi analizzata retrospettivamente per capire da quali errori è nata e cosa insegna sulla classe imprenditoriale di questo Paese. La cronaca di Affari riepiloga già bene la vicenda. Quel che conta rimarcare è che il gruppo Pirelli – oggi forse la multinazionale manifatturiera più globalizzata che abbia l'Italia (lo è ormai divenuta anche la Fiat, ma “per linee esterne”, ossia grazie alla brillante acquisizione di Chrysler) – sia stato finalmente “messo in sicurezza”. Sia stato cioè scelto da tre investitori istituzionali di alto profilo come oggetto di un investimento strategico che avalla e rilancia la miglior gestione che Pirelli abbia conosciuto – lo dicono i numeri – dal '92 in poi, quella presidiata da Marco Tronchetti Provera. Unicredit, Intesa e Clessidra – le prime due banche del Paese e uno dei principali player europei del private equity – hanno scelto di affiancare Tronchetti e i suoi due soci storici, Moratti e Acutis, in una nuova stagione di sviluppo industriale, con un'operazione che finalmente semplificherà la catena di controllo del gruppo, finora molto (troppo) articolata come peraltro quella di quasi tutti i grandi gruppi a controllo familiare, compresi Agnelli e De Benedetti; e che pone fine dopo un anno di battaglie giudiziarie a una bega esplosa con il socio di minoranza di Tronchetti, appunto la famiglia Malacalza, che era entrata nell'azionariato in un trasparente e condiviso ruolo da comprimario, e si è poi scoperta – a suo dire – misconosciuta nei suoi diritti.

Diciamo subito che questo è uno dei punti paradossali della vicenda: che lo scontro sia arrivato alla fine, con firme vincolanti sugli accordi di separazione consensuale, senza che si sia capito con chiarezza il perché di questo disinganno. L'impressione di tutti è che sia nato, o almeno deflagrato, soprattutto per una questione personale, per una malintesa ambizione di visibilità che il nuovo socio avrebbe desiderato di poter soddisfare e che è rimasta frustrata. Ma accreditare e anche solo occuparsi più di tanto di queste voci sarebbe alimentare il gossip. Il vero problema di questo Paese – riverberato anche da questa lite e dalla sua ricomposizione - è che le famiglie imprenditoriali, che ne costituiscono la linfa, piuttosto che allearsi, litigano; piuttosto che fare sistema, vendono all'estero le loro imprese; piuttosto che trovare accordi, si fanno concorrenza acerrima. In questo caso, sia chiaro, tutti gli estremi di cronaca dicono che la rottura, il malinteso, la polemica è stata tutta di Malacalza verso Tronchetti, e non il reciproco: diciamo che l'imprenditore genovese, per quanto bravissimo nei suoi business (ed anche in questo, visti i 60 milioni di plusvalenza in tre anni sui 100 investiti!) se la sia cantata e suonata da solo...

Resta la sostanza, che è poi la conferma di una linea gestionale efficiente, che ha negli ultimi anni condotto la Pirelli su livelli di eccellenza internazionale e che – oltre ai due soci storici – altri tre, di carattere istituzionale, ratificano: oltretutto, facendo passare sul mercato la “sanatoria” con i Malacalza e quindi gratificando appunto anche la Borsa. C'è anche un altro dato: che cioè Tronchetti accetta, con una maturità inconsueta nel panorama italiano, una programmazione - non blindata ma ragionevolmente attendibile - di un futuro  ridimensionamento del suo ruolo: per quattro anni (e salvo eventuali proroghe), “viene confermata, la preminenza di Nuove Partecipazioni (controllata in ultima istanza da Marco Tronchetti Provera & C. S.p.A.) nella composizione degli organi di gestione e di controllo” ma dopo si vedrà, perché insomma, la cosa non è garantita. E tra quattro anni Tronchetti sarà vicino ai settant'anni...

La morale della favola è semplice. L'impresa familiare è tutt'altro che morta, ed anzi il capitalismo selvaggio si è incaricato di dimostrare al mondo che una proprietà tutta composta di fondi d'investimento o banche d'affari spesso genera mostri quanto e più di una famiglia; d'altronde, le dimensioni che la globalizzazione impone ai gruppi industriali fa sì che le casse di una sola famiglia spesso non riescano a seguire la crescita di un gruppo nei mercati mondiali. Ne consegue che occorre una convergenza tra capitali istituzionali (banche e private equity) e capitali familiari nella proprietà di queste imprese: è oggi il caso di Pirelli, come di tante grandissime imprese non italiane, comprese alcune “Blue chip” mondiali – da Microsoft alla stessa Facebook – che trovano proprio nella confluenza tra una componente familiare della proprietà e una istituzionale la ricetta del successo. A patto che la gestione sia professionale, competente. E così è stato finora per la Pirelli, con Tronchetti al timone: ed è questo che i mercati hanno riconosciuto e gli investitori anche, che non a caso - prima e a prescindere da Unicredit, Intesa e Clessidra - erano già saliti al 70% del flottante della società rispetto al 30% di pochi anni fa...

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tronchetti proveramalacalzapirelli
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