Il pagamento del tributo fra coscienza, politica e ideologia

Venerdì, 3 giugno 2011 - 13:43:00
1. Il pagamento del tributo fra coscienza, politica e ideologia

SOMMARIO: 1. Premessa. 2. Obiezione fiscale e resistenza alla legge. 3. La partita a scacchi degli obiettori.

1. Premessa
L'analisi dei profili etico-giuridici della tassazione ha ricevuto negli ultimi anni rinnovata attenzione da parte della dottrina tributaristica italiana, soprattutto con riguardo all'impatto e alle implicazioni che nel vigente sistema normativo rivestono, anche sotto tale aspetto, i princìpi di capacità contributiva e di progressività'. In effetti, la connotazione etica dei princìpi posti dall'art. 53 Cost. — nella loro duplice funzione di riparto e di garanzia e, dunque, nel loro contestuale richiamo ai doveri inderogabili di solidarietà sociale ed economica e alla tutela dei diritti proprietari individuali — emerge con evidenza già dai lavori dell'Assemblea costituente2 (oltre che da scritti elaborati, ancora in tempo di guerra, da studiosi di ispirazione cattolica che prefigurarono il momento della rifondazione democratica dello Stato e contribuirono in prima persona a redigerne la Carta fondamentale), ed è stata rimarcata dalla stessa giurisprudenza costituzionale. Si tratta di aspetti ben noti, sui quali si avrà modo di tornare in seguito.

La ricerca delle basi dogmatiche e la definizione dei contenuti di una moderna etica fiscale restano al centro anche del presente lavoro, che muove però da una prospettiva particolare, perché assume il punto di vista di chi mantiene nei confronti del tributo un atteggiamento manifestamente critico e, per ragioni di coscienza, ritiene doveroso sottrarsi in parte al pagamento. È questa invero la posizione dell'obiettore fiscale: posizione che, tra le diverse tipologie di resistenza alla legge, assume tratti specifici, che ne impediscono l'assimilazione a comportamenti forse più noti e diffusi (l'obiezione di coscienza e la disobbedienza civile, nelle loro varie forme) e inducono a parlare di un fenomeno di confine, segnato — sul piano giuridico e su quello socio-politico — da profili tipici e ben individuati.

L'interrelazione tra le forme di resistenza al tributo e la tematica dell'equità fiscale è più stretta ove il mancato versamento dell'imposta rappresenti per il contribuente la reazione a una situazione di ingiustizia imputata a una norma tributaria o a un comportamento dell'ente impositore; è più labile invece se il rifiuto del pagamento si ricollega a ragioni non direttamente connesse all'assetto o al funzionamento del sistema tributario. In ogni caso, la scelta di non adempiere a uno dei doveri costituzionali espressamente sanciti svela un punto di crisi nel rapporto tra il cittadino e le istituzioni chiamate a prelevare (prima) e a utilizzare (poi) il denaro dei contribuenti: crisi che — come ben avvertono ormai non soltanto gli specialisti della materia — affiora in molti settori della vita pubblica e impone di riflettere, oltre che sulle cause che ne hanno determinato la diffusione, sul grado di equità — e, dunque, di eticità — del nostro sistema fiscale.

2. Obiezione fiscale e resistenza alla legge

In termini generali, la resistenza fiscale può essere definita come il comportamento antigiuridico di chi, richiamandosi a valori o a princìpi morali, politici o ideologici, rifiuta pubblicamente di versare in tutto o in parte i tributi dovuti allo Stato o ad altri enti impositori, e si espone alle relative sanzioni. Si tratta quindi di una fattispecie omissiva (un non dare) che comprende condotte anche molto diverse fra loro nell'ispirazione e nelle finalità, e le distingue — almeno sul piano teorico — dall'evasione e dall'elusione fiscale, scevre da connotazioni morali o politiche perché intese a perseguire il mero tornaconto del trasgressore. In quanto diretta a contestare non l'intero ordinamento, ma singole norme, prassi o scelte di politica tributaria (a denunciare cioè "il mancato inveramento dell'idea di giustizia o di libertà in ambiti particolari; o, ancora, la contraddizione tra i fini e valori generali tuttora reputati dalla comunità come validi e singole leggi o situazioni ritenute ad essi non conformi"), essa si differenzia altresì da condotte che mirano a rovesciare l'ordinamento, non già ad emendarne e a migliorarne particolari aspetti.

Di fatto, la resistenza al tributo assume le forme dell'obiezione o della disobbedienza fiscale. L'obiezione fiscale si attua mediante omesso versamento all'erario di una quota dell'imposta personale sul reddito dichiarata e dovuta dall'obiettore, in misura percentualmente corrispondente alla quota di spesa destinata dallo Stato ad attività che l'obiettore ritiene inaccettabili sul piano etico. La quota di imposta non versata è devoluta a enti che operano per il perseguimento di finalità condivise dallo stesso obiettore; in alcuni casi, essa viene prima inviata al presidente della Repubblica, che la restituisce. La disobbedienza, protesta o 'sciopero' fiscale assume invece connotati propriamente politici o ideologici, e si traduce a volte nel totale rifiuto di versamento.

Il rilievo assunto dagli imperativi etici che muovono l'obiettore fiscale svela le analogie del fenomeno con l'obiezione di coscienza6. Comune è infatti "il rifiuto di obbedire alla legge positiva, o comunque all'ordine dell'autorità, per una ragione che attiene alla coscienza etica", conseguente al verificarsi di "un contrasto tra la norma esterna, giuridica, e la norma interna alla coscienza, cioè la norma morale". Si tratta dunque di forme non arbitrarie né occulte di disobbedienza, che possono essere appunto rappresentate come "un conflitto di doveri, o di lealtà o, ancora, di obbedienze: tra l'imperativo di coscienza, da un lato, e quello della norma giuridica esterna, dall'altro". L'obiezione di coscienza "rinvia certo al valore prioritario della persona rispetto allo Stato, ma in ultima analisi si radica nel possibile disvalore morale della legge civile", di modo che "la sua problematica si snoda nel difficile equilibrio fra tre vertici: obbligatorietà della legge, per cui le leggi vanno obbedite; coerenza della norma civile con il valore morale, per cui una legge che infrangesse gravemente questo aspetto non è più legge; dignità della persona e della sua coscienza, un valore che gli ordinamenti civili debbono riconoscere e rispettare, evitando che lo Stato appaia la fonte originaria dei diritti e dei doveri degli individui". Considerazioni che, com'è facile notare, appaiono senz'altro riferibili anche all'obiezione fiscale.

Si tratta però — ripetesi — di analogie che non determinano una sovrapposizione fra i due istituti, dal momento che l'obiezione fiscale si discosta sotto altri profili dalle classiche manifestazioni della libertà di coscienza e presenta aspetti comuni alla disobbedienza civile e a quella fiscale.

In effetti, uno sguardo d'insieme ai fenomeni appena richiamati permette di evidenziarne i punti di reciproco contatto e, al contempo, le più significative differenze. A parte la pubblicità dei comportamenti adottati (e la conseguente diffusione degli ideali perseguiti da chi li pone in essere), le scelte degli obiettori fiscali, degli obiettori di coscienza e di chi pratica la disobbedienza civile o quella fiscale non hanno elementi a tutte comuni. Si tratta di condotte diverse, in cui i caratteri della resistenza alla legge emergono e si combinano secondo modelli peculiari, che possono essere definiti in ragione di,tre principali criteri, attinenti rispettivamente ai fini perseguiti, al tipo di comportamento adottato e ai relativi effetti.

Sul piano teleologico, è possibile distinguere fra condotte propositive (o innovative), attuate allo scopo di sollecitare modifiche alle norme vigenti o alle politiche dei governi, e volte quindi a cercare di migliorare l'ordinamento senza stravolgerne l'assetto (obidione fiscale e di coscienza, disobbedienza civile), e condotte caratterizzate invece da una volontà di contestazione che, almeno nella maggioranza dei casi, prescinde dalla reale ricerca di soluzioni alternative, e più soddisfacenti, rispetto a quelle criticate (protesta fiscale). Nel contestare le politiche di spesa riprovate, l'obiettore fiscale prospetta sempre forme alternative di impiego del denaro pubblico, coerenti con gli obiettivi condivisi e idonee a realizzare le condizioni per il loro perseguimento. Questo profilo è assai significativo, perché svela i presupposti etici dell'azione degli obiettori e ne delinea i confini: l'obiettore fiscale, come l'obiettore di coscienza, assume nei confronti dell'ordinamento una posizione di solo parziale dissenso e agisce all'interno di un quadro normativo e valoriale che, pur ritenuto inadeguato sotto specifici aspetti, resta nel complesso condiviso.

Il suo atteggiamento è analogo in ciò anche a quello di chi pratica la disobbedienza civile, intesa quale "atto di coscienza pubblico, non violento, e tuttavia politico, contrario alla legge, in genere compiuto con lo scopo di produrre un cambiamento nelle leggi o nelle politiche del governo". A differenza della disobbedienza comune — in cui il singolo vìola la legge per fini egoistici e cerca di sottrarsi alle conseguenze sanzionatorie che ne derivano — la disobbedienza civile, come l'obiezione fiscale e di coscienza, intende denunciare pubblicamente l'immoralità o l'irragionevolezza (in una parola, l'ingiustizia) di una norma o di una condotta pubblica e provocarne la modifica: la sua connotazione civile risiede appunto nella volontà del cittadino di contribuire, con il proprio gesto, ad un più giusto assetto del sistema11, ed è confermata dall'accettazione delle conseguenze sanzionatorie che derivano dalla violazione commessa.
Evidente sotto questo aspetto la contrapposizione fra l'obiezione fiscale e l'evasione d'imposta attuata mediante omessa o infedele dichiarazione dei redditi, celata al fisco proprio per evitarne la reazione punitiva. Netta anche la differenza rispetto ai presupposti, alle finalità e alle forme della disobbedienza fiscale. Mentre l'obiettore non versa parte dell'imposta dovuta per motivi di coscienza e senza cercare il proprio tornaconto, i fautori della protesta o dello 'sciopero' fiscale agiscono per ragioni che non tocca no la sfera morale ed esprimono piuttosto posizioni di natura politica o ideologica, se non rivendicazioni personali o collettive: obiettivi che, in ogni caso, rimangono saldamente ancorati alla prospettiva di assicurare a chi li persegue un vantaggio personale, correlato in maniera più o meno diretta al mancato versamento dei tributi dovuti.

In definitiva, i fenomeni de quibus sono assimilabili per lo spirito che li caratterizza: spirito essenzialmente politico e propositivo, che persegue con convinzione e fierezza — anche se, almeno nel caso dell'obiezione fiscale, senza altrettanta lucidità ed efficacia — l'ideale di una maggiore giustizia e moralità sociale.

L'obiettore fiscale non è un mite, se per tale si intende chi "non entra nel rapporto con gli altri con il proposito di gareggiare, di confliggere, e alla fine di vincere"; lo è però sotto un altro profilo, perché "intimamente convinto che il mondo da lui vagheggiato sarà migliore di quello in cui è costretto a vivere, e lo prefigura nella sua azione quotidiana, esercitando appunto la virtù della mitezza, anche se sa che questo mondo non esiste qui e ora, e forse non esisterà mai". In ciò, appunto, gli obiettori fiscali riprendono e ripropongono modelli di condotta ascrivibili ai comportamenti degli obiettori di coscienza, alla ricerca di un sempre perfettibile bilanciamento tra i valori costituzionali della libertà individuale, della tutela della vita umana e della solidarietà sociale (di cui il dovere di concorso alle spese pubbliche costituisce specifica espressione).

A loro volta, i comportamenti realizzati per perseguire tali finalità risultano in certa misura condizionati dal tipo di norma o di azione contestata (di fronte a norme che prevedono prestazioni di fare o di dare, l'obiettore decide di non adempiere e di tenere un comportamento omissivo, mentre la disobbedienza civile può assumere carattere commissivo e tratti anche violenti), e riflettono il grado di 'politicità' della scelta espressa. La scelta dell'obiettore di coscienza ha dimensione tipicamente individuale perché, pur potendo anche essere manifestata congiuntamente da più soggetti, rimane sorretta da ragioni morali afferenti alla coscienza del singolo; quella di chi attua la disobbedienza civile o fiscale ha invece carattere collettivo, proprio in virtù della sua connotazione essenzialmente politica. L'obiezione fiscale si pone a mezza via, perché si traduce in un gesto pubblico (e dunque politico) ispirato però da preminenti esigenze morali.

Per quanto riguarda infine gli effetti prodotti, i comportamenti considerati si traducono (fatta eccezione per le ipotesi di obiezione di coscienza secundum legem, dove il legislatore interviene a disciplinare il fenomeno o ad eliminare le ragioni stesse del dissenso, modificando il contenuto delle prestazioni richieste) nella violazione di norme giuridiche, espressamente sanzionata. La disobbedienza civile "è sempre, necessariamente contra legem, essendo sua precipua finalità quella di provocare la reazione sanzionatoria del sistema, per denunciare in tal modo l'ingiustizia della legge disobbedita, renderne manifesta la contraddittorietà rispetto a preminenti dettami di giustizia", mentre l'obiezione di coscienza (come quella fiscale), pur manifestandosi anch'essa contra legem, "aspira, nella maggior parte dei casi, ad essere riconosciuta come comportamento legittimo, ancorché alternativo e diverso da quello seguito dalla maggioranza, a trasformarsi cioè in obiezione secundum legem"".

Tali condotte si riflettono in maniera più o meno diretta sulla sfera giuridica dei soggetti, diversi dal trasgressore, che ne risultano interessati. La posizione di costoro è immediatamente incisa dall'obiezione di coscienza a comportamenti che ne riguardano in modo specifico la vita o la salute; la lesione è meno immediata — ma sempre apprezzabile — quando l'obiettore rifiuta prestazioni di fare o di dare comunque rilevanti per la collettività.

È proprio quest'ultimo il caso degli obiettori fiscali che, rifiutando di versare imposte destinate per legge a finanziare l'intera spesa pubblica, attentano indirettamente alla posizione e ai diritti dei singoli beneficiari della spesa stessa.

3. La partita a scacchi degli obiettori
Per la sua marcata valenza politica e per le implicazioni etiche che sottende, l'obiezione fiscale ha suscitato l'attenzione dei sociologi e dei filosofi del diritto e della politica più che dei giuristi positivi, il cui ridotto interesse trova verosimilmente ragione proprio nell'incontestata antigiuridicità del fenomeno. La dottrina costituzionalistica, oltre a segnalarne le differenze rispetto alle tradizionali ipotesi di obiezione di coscienza, la distingue dall'evasione fiscale; mentre la Corte costituzionale, in una ormai risalente occasione, dichiarò inammissibile la questione di costituzionalità del decreto istitutivo dell'IRPEF nella parte in cui avrebbe obbligato i contribuenti obiettori "a versare allo Stato anche quella parte di imposta che certamente verrà utilizzata per fini di difesa armata"16. Rare anche le pronunce tributarie di merito, che hanno respinto i ricorsi degli obiettori volti a ottenere un riconoscimento de iure della propria condotta.

Il tema sollecita dunque un rinnovato esame che — ripercorrendo l'evoluzione storica del fenomeno e dando conto della sua attuale diffusione, non solo in Italia — cerchi di chiarirne profili, criticità e prospettive, in un contesto, come quello odierno, che, rispetto a venti o a trent'anni fa, sembra segnare una fase recessiva nell'esperienza (anche se non negli ideali e nelle aspirazioni) degli obiettori. La parte conclusiva del lavoro analizzerà l'obiezione fiscale alla luce della dottrina sociale della Chiesa, per verificare se il comportamento degli obiettori risulti coerente con il magistero cattolico e conforme a quei princìpi di giustizia e di carità evangelica che essi stessi più volte richiamano.

Una prima considerazione può essere formulata.

Nonostante le argomentate perplessità che una parte minoritaria della dottrina continua a manifestare sul punto (osservando che alla coscienza "vanno riconosciute molte pretese, ivi compresa quella alla rimozione di una legge, ma non il diritto di obiezione", perché "o una legge è incompatibile con gli imperativi etici sanciti dalla Costituzione, ed allora va rimossa e vanno esentati dalla sua osservanza tutti i cittadini", oppure "una legge è compatibile con detti imperativi costituzionali, ed allora essa dev'essere osservata, finché vigente, da tutti i cittadini")», l'obiezione di coscienza trova oggi — per effetto della ormai consolidata, e generalmente condivisa, interpretazione della Consulta — sicuro fondamento costituzionale, oltre che espresso riconoscimento normativo in determinate situazioni. Le tipologie di obiezione si moltiplicano nel tempo e investono pressoché tutti i settori di esercizio di attività eticamente sensibili (politico, giurisdizionale, medico-sanitario e farmaceutico, ambientale, lavoristico). La Corte costituzionale ha chiarito il contenuto della libertà di coscienza, ma ha anche segnato precisi limiti al suo esercizio, in relazione ai doveri sanciti dagli artt. 2, 52 e 54 Cost.; libertà e obiezione di coscienza si sono consolidate sul piano teorico e diffuse nella pratica, contribuendo a rafforzare l'idea di "una cittadinanza attiva e consapevole che passa certamente attraverso l'obbedienza alla legge, ma si esprime anche nella manifestazione e nell'affermazione dei propri convincimenti più intimi" .

L'obiezione fiscale è rimasta ai margini di questo processo e, sebbene ancora pubblicizzata e praticata da alcuni 'coscienti evasori', appare oggi (almeno in Italia) un fenomeno meno diffuso rispetto al passato e in declino sul piano sociale e politico, avendo perso in buona parte la propria funzione propositiva e il proprio ruolo di stimolo verso l'opinione pubblica e verso lo stesso legislatore. Le istanze degli obiettori fiscali riflettono valori diffusi nella coscienza della maggioranza dei cittadini, ma le loro proposte non trovano altrettanto seguito perché — a parte i profili di antigiuridicità e di irragionevolezza delle azioni di resistenza fiscale tuttora praticate — gli stessi progetti di legge elaborati nel corso degli anni per ottenere il riconoscimento di forme di opzione fiscale pongono seri problemi di opportunità e dovrebbero forse essere ripensati in una logica differente.

Gli obiettori fiscali combattono insomma una battaglia nobile e impegnativa, che potrà però risultare vincente solo se condotta con metodi adeguati alle situazioni sociali e ai contesti normativi di riferimento: il che impone innanzitutto di agire nel pieno rispetto degli ordinamenti giuridici vigenti. La loro posizione è simile a quella dello scacchista che, per ottenere la vittoria, sappia di dover giocare al meglio delle proprie possibilità, evitando di commettere errori e cercando al contempo combinazioni brillanti, in grado di spiazzare e far cedere l'avversario.

Si spiega così l'immagine riportata di seguito, che riproduce la posizione verificatasi nel corso di una celebre partita giocata a Rotterdam nel 1938 fra il russo Mikhail Botvinnik e il cubano José Raúl Capablanca. Quest'ultimo, in vantaggio di materiale e di spazio sull'ala di donna, confidava in un'ormai prossima vittoria; ma l'esito della partita volse in breve a favore di Botvinnik che, grazie a un doppio spettacolare sacrificio di alfiere e di cavallo, espose il re avversario all'attacco della propria regina, aprendo al contempo la strada alla promozione del pedone passato.

L'immagine vuol essere di auspicio agli obiettori fiscali e costituire per loro uno sprone alla ricerca di iniziative e di forme di dissenso non solo praticabili sul piano politico, ma anche — e ancor prima — coerenti e condivisibili su quello giuridico. Il rispetto della legge tributaria, che non attenta ai valori della coscienza e ai princìpi fondanti dell'ordinamento, dovrebbe rappresentare un punto fermo delle loro azioni, un dato da cui muovere e non un criterio rinunciabile in ragione di pretese superiori esigenze morali.

II tempo della disobbedienza è trascorso, e non ha portato esiti alla causa degli obiettori; si impongono — anche dal punto di vista etico — nuove riflessioni e nuove scelte incentrate sull'osservanza della legge e, proprio per questo, forse finalmente in grado di condurre a quel riconoscimento normativo del fenomeno che rappresenterebbe per loro la migliore (e non la più preventivabile) delle vittorie.
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