Roma, 28 ago. (Labitalia) - "Un po’ più di occupati, un po' meno di ore lavorate, un po’ meno di retribuzione. Una risposta realistica in periodo di crisi, ma senza crescita si rischia il collasso". Claudio Negro, economista della Fondazione Kuliscioff, sintetizza così la fotografia del mercato del lavoro secondo i recenti dati Istat di giugno. "La lieve crescita occupazionale -dice Negro in un'analisi pubblicata sulla newsletter Mdl News 53/19- si è bloccata al mese di maggio, adesso anzi cala leggerissimamente (-6.000 unità). La curva dell'occupazione, che aveva ripreso a salire dopo il calo del secondo semestre 2018, si è nuovamente fermata".La fine della crescita occupazionale, sottolinea Negro, "è essenzialmente dovuta al calo del numero dei lavoratori autonomi (-58.000 rispetto a maggio, pari a -1,1%) non compensato dall'aumento modesto dei subordinati (+0,3%)". "Il che, però, mette in luce il fatto che la crescita dei mesi precedenti era robustamente sostenuta dall'aumento dei lavoratori autonomi (+0,15% mediamente negli ultimi 3 mesi) molto vicino a quello dei dipendenti (+0,23%)", avverte. "L'aumento dei dipendenti a giugno resta nello stesso ordine di grandezza (0,3%) ma viene a mancare il contributo degli autonomi. Nella sostanza, per quanto concerne i dipendenti, tra il secondo semestre 2018 e il primo 2019, c'è una crescita reale anche se non impetuosa (+1%)", osserva Negro.Anche il processo di riequilibrio tra contratti stabili e a termine, iniziato nel 2015 con le incentivazioni del Jobs Act, pare aver raggiunto la conclusione: il dato di giugno 2019 su maggio mostra un incremento uguale per entrambe le tipologie (+0,3%). "Anche il dato del secondo trimestre rispetto al primo evidenzia tassi di crescita simili (+0,8% i contratti stabili, +0,6% quelli a termine)", aggiunge. Tuttavia, permane una forbice molto ampia tra le due tipologie contrattuali. "I contratti stabili sono 15.053.000 -dice Negro- e hanno ormai superato i numeri ante crisi (non sono comunque mai scesi sotto i 14.428.000, nonostante i media rappresentassero un paese fondato sul precariato) e quelli a termine 3.072.000, circa 900.000 in più del periodo precrisi".Il fatto che gli incrementi percentuali delle due tipologie sia sostanzialmente analogo dimostra che, "almeno nell'attuale congiuntura e più probabilmente in termini strutturali (come in tutta Europa), esista uno spazio incomprimibile di lavoro cui le imprese ritengono opportuno far fronte con contratti flessibili (quantificabile mediamente tra il 15% e il 20%)", afferma Negro che rimarca: "Non c'è decreto Dignità che tenga: la Job Property non esiste più e non può certo essere riportata in vita ope legis".Un altro dato negativo, che però viene oscurato dal calo (-0,1%) del tasso di disoccupazione, è che il tasso di inattività (persone che non lavorano e non cercano lavoro) è fisso al 34,3% da 8 mesi e, anzi, aumenta, dello 0,2% rispetto a un anno fa. "La sensazione, del resto in linea tutti i dati sopra citati, è che sul piano occupazionale si sia arrivati al fondo del barile, almeno nella situazione data e con gli strumenti esistenti. Del resto, con il Pil ormai proteso alla crescita zero, è difficile pensare che si creino le condizioni per una aumento della partecipazione al mercato del lavoro", spiega Negro."Viceversa, ci sono i segnali che stia ripartendo un riflesso classico del sistema economico in tempi di crisi o stagnazione: la diminuzione delle ore lavorate ed eventualmente la loro redistribuzione tra gli addetti. A dicembre 2018 il monte ore lavorate annuo era inferiore del 5,8% a quello del 2008, nonostante gli occupati siano più numerosi", ricorda. "Anche l'Inps informa che a giugno 2019 le ore di cassa integrazione autorizzate sono state del 42,6% più numerose di quelle di 12 mesi fa, e in maggior parte di cig Straordinaria, quindi non di breve termine. A fine 2019 il monte ore lavorate sarà ancora sceso sensibilmente, con effetti certamente sulle retribuzioni e poi, forse, anche sull'occupazione stessa", sostiene Negro.

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