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"Calciatori di sinistra": la storia di Volker Ippig (squatter, sciamano e portiere...)

Il calcio è una cosa seria, molto spesso più vicina alla politica di quanto si possa pensare. "Calciatori di sinistra - Da Sòcrates a Lucarelli: quando la politica entra in campo" (Isbn edizioni, prefazione di Giorgio Porrà), la raccolta di storie di Quique Peinado, lo conferma: in ogni epoca e luogo ci sono stati calciatori che non hanno avuto paura di svelare il proprio impegno, anche fuori dal rettangolo di gioco. Da Augustìn Gòmez Pagola - inviato in Unione Sovietica durante la Guerra civile spagnola e poi diventato agente del Kgb - al più famoso Sòcrates, colonna della Nazionale brasiliana degli anni ottanta.

La politica è entrata in campo attraverso gesti coraggiosi come quello di Carlos Humberto Caszely, bomber cileno che si rifiutò di stringere la mano a Pinochet, o romantici come la fuga dal calcio di "Javi" Poves, che alla notorietà ha preferito una vita in giro per il mondo; ma anche grazie a personalità insospettabili, come Vincente del Bosque, David Villa, Lilian Thuram e Vikash Dhorasoo, e tra gli italiani Cristiano Luccarelli, Damiano Tommasi, Riccardo Zampagna, Paolo Sollier. Spaziando dal Sudamerica alla Russia, dalla Spagna all'Italia, Peinado offre una panoramica completa sui "calciatori di sinistra" attraverso il racconto delle storie e dei conflitti che hanno segnato le loro vite.

L'AUTORE - Quique Peinado è uno scrittore e giornalista spagnolo. Scrive di calcio e basket su diverse riviste e quotidiani, tra cui Esquire, La Informaciòn ed Eurosport.

VolkerIppig
 

LEGGI SU AFFARI ITALIANI IL CAPITOLO "SQUATTER, SCIAMANO E PORTIERE" DEDICATO AL PORTIERE VOLKER IPPIG, CRESCIUTO LEGGENDO CARLOS CASTANEDA
(per gentile concessione dell'editore)

«Lo spirito di un guerriero non è interessato alla vittoria o alla sconfitta. Lo spirito di un guerriero è interessato solo alla lotta, e vive ogni lotta come se fosse l’ultima battaglia sulla Terra.» Chissà se a Carlos Castaneda, l’antropologo e scrittore che negli anni settanta influenzò una generazione con il suo sogno di una controcultura possibile, piaceva il calcio. Non era certo se fosse nato in Brasile o in Perù, né tantomeno sapeva la sua età esatta: lui volle così. La sua opera si basa sul racconto degli insegnamenti di uno sciamano yaqui chiamato don Juan Matus, e che Castaneda diceva di avere incontrato in Arizona, dove l’indio stava cercando alcune piante. Insieme a lui, finì nel deserto di Sonora per apprendere le arti mistiche dei nativi americani che popolavano la frontiera tra Messico e Stati Uniti. Tutto, in lui, fu ambiguità calcolata: sebbene assicurasse che ogni cosa ogni cosa da lui scritta era autobiografica, non si poteva mettere la mano sul fuoco su niente, nemmeno sul fatto che il famoso indio don Juan esistesse davvero. Morì nel 1998 per un cancro al fegato, ma nessuno se ne accorse prima di due mesi. I suoi colleghi antropologi (si laureò all’Università della California, e sotto il caldo sole di questo Stato visse quasi tutta la sua vita) non lo presero mai sul serio, ma una legione di seguaci con la voglia di sperimentare le droghe e la meditazione trasformarono i suoi dieci libri in bestseller tradotti in diciassette lingue. Nessuno sa, dicevamo, se a Castaneda piacesse il calcio. E forse non si rese mai conto di quanta influenza ebbe su una delle figure più straordinarie della storia di questo sport. A migliaia di chilometri dalla California, in un luogo molto più freddo e meno luminoso, il giovane Volker Ippig divorava la bibliografia di Carlos Castaneda. Gli anni ottanta erano appena iniziati e il ragazzo, un gigante di un metro e ottantasei centimetri, giocava in porta con il tsv Lenshan, la squadra della sua città, cento chilometri a nord di Amburgo. Leggeva di guerrieri e battaglie, e della necessità di seguire il cammino indicato dal cuore; leggeva libri che lo invitavano a sperimentare sostanze sconosciute e a lavorare duramente. Parallelamente alla sua passione per la controcultura nasceva il suo impegno sociale. Nel frattempo andò a giocare con il St Pauli, il club povero di Amburgo, che lo ingaggiò per le giovanili quando aveva diciott’anni, anche se l’anno successivo era già il secondo portiere della prima squadra, in terza divisione. E lì, tutto acquistò un senso. Volker Ippig, con la sua criniera bionda e scapigliata, cominciò a impregnarsi della cultura del movimento che stava inondando di vita questo quartiere portuale e operaio di Amburgo: gli squatter. Viveva con loro e pensava come loro. Il quartiere era e continua a essere il quartiere rosso di Amburgo. All’inizio degli anni ottanta vi si mescolavano prostitute, lavoratori, punk, attivisti di sinistra, tossici. E poi una squadra di calcio con la maglia marrone, il St Pauli, si trasformò nel centro di tutto. Se un tempo i tifosi che occupavano gli spalti erano poche centinaia, ora erano diventati una piccola moltitudine. Allo stadio si affollavano creste, giacche di cuoio e bandiere di Che Guevara. Il quartiere era sempre più libertario, e il club pure. Ogni cosa veniva messa in dubbio. La bandiera pirata divenne il suo emblema, e l’attenzione internazionale verso il fenomeno cominciò a crescere. Oggi il St Pauli continua a essere un simbolo mondiale della sinistra calcistica. Nessuno meglio di Volker Ippig, il portiere che andava all’allenamento in bicicletta o in autobus, simboleggiava tutto ciò che il St Pauli rappresentava. Scendeva in campo con il pugno alzato e i tifosi lo adoravano. La sua marcata coscienza sociale lo trasformò in un modello per tutto il quartiere. Non rinunciò mai a essere quello che era, e nessuno glielo chiese. Al contrario: diventò il simbolo della più grande rivoluzione mai vista in uno stadio di calcio. Il tizio che indossava i guanti era il guardiano della porta e della rivolta. Fino ad allora il St Pauli non aveva mai avuto una tradizione di sinistra, e negli anni novanta la politicizzazione della tifoseria cominciò a scemare un po’ quando alcuni gruppi organizzati si mobilitarono in difesa di un cantante punk che era stato accusato di violenza sessuale. I casi di presidenti della società dichiaratamente progressisti sono pochi: si è sempre trattato di un fenomeno esclusivo dei tifosi. Ma nel 2002 al vertice del club arrivò Corny Littman, che ci sarebbe rimasto fino al 2010. Littman, regista teatrale omosessuale e uomo di cultura, si impegnò affinché il club riconquistasse il suo profilo più politico. Un profilo che, a dire il vero, non era stato del tutto snaturato dallo scorrere del tempo, soprattutto grazie alla maggioranza dei tifosi. Questi nel 1999 furono capaci di costringere la dirigenza a cambiare il nome dello stadio, che dal 1970 si chiamava Wilhelm Koch (come l’ex presidente del club di cui si seppe che era stato membro del Partito nazista e coinvolto nello spoglio di beni degli ebrei). Nel 2009 obbligarono la società a ritirare dallo stadio la pubblicità di una bevanda energetica chiamata Kalte Muschi (in italiano «figa fredda»). Il quartiere ha ventisettemila abitanti, e la capienza dello stadio Millerntorn è di ventitremila posti. Esistono cinquecento St Pauli club in tutto il mondo, e solo in Germania la sua base di simpatizzanti si stima intorno agli undici milioni di persone. È un fenomeno globale e un simbolo della sinistra che include nei suoi principi ufficiali «il rispetto di tutti i rapporti umani» e l’obbligo del club di impegnarsi politicamente e socialmente sul territorio, idee che furono dibattute e votate in un congresso del 2009. Il suo stadio si dichiara «zona libera dal razzismo e dall’omofobia», e può vantare la più grande percentuale di abbonati del calcio tedesco. Il St Pauli ha giocato in Bundesliga, ma anche in terza divisione, periodo in cui l’affluenza media allo stadio oscillava intorno ai tredicimila spettatori, mentre il resto delle squadre si fermava a poche centinaia. Ciononostante, questo poderoso congegno di sinistra – che nel tempo è stato capace di stipulare accordi con una casa automobilistica per lanciare un modello esclusivo con il nome del club o con una multinazionale dell’abbigliamento sportivo per produrre una linea di scarpette con i suoi colori e il suo stemma – impallidisce davanti all’autenticità di Volker Ippig e alla rivoluzione che guidò negli anni ottanta. Ippig fu il portiere della squadra dal 1981 al 1991, con alcune pause. Nel 1983 abbandonò il calcio per lavorare un anno in un asilo per bambini disabili, e costruì una capanna nel suo paese di seimila abitanti, Lensahn, dove viveva nei fine settimana, mentre durante i giorni feriali dormiva nella comune di Haffenstrasse, a St Pauli. «Ero stanco di giocare a calcio e basta» spiega in un’intervista concessa nel 2005 per un libro sulla storia dei tifosi del club. «Quando entravo nella mia capanna, accendevo un falò, che per me rappresentava la prima tv esistente. Lì potevo scordarmi di tutto» racconta. In un’altra delle sue pause lasciò il paese in cerca dell’utopia: si arruolò in una brigata di lavoro in Nicaragua. A ventinove anni, nel 1991, un grave infortunio mise fine alla sua carriera. Aveva vestito cento volte la maglia della sua unica squadra professionistica. A quel punto Ippig si allontanò dal resto del mondo. Visse come un eremita, studiò il potere delle piante, si lasciò crescere la barba e i capelli, e perse il contatto con l’umanità. «Ho passato molto tempo meditando, ma mi sono isolato troppo e sono arrivato a smarrire la concezione del mondo» dichiarava. Ma poi decise di tornare. Nel 1999 era di nuovo al St Pauli come allenatore dei portieri della prima squadra e tecnico delle giovanili. Alla conferenza stampa di presentazione mise in chiaro di avere l’intenzione di restituire al club la sua vecchia natura perduta. «Il mio cuore batte a sinistra. I miei valori politici e sociali non sono cambiati e continuano a essere gli stessi che animano il St Pauli» disse. Però, tra incidenti e continui alti e bassi, questa nuova tappa durò appena cinque anni, e Ippig arrivò anche a scontrarsi con la tifoseria per aver sostenuto pubblicamente il portiere Carlster Wehlmann nel suo desiderio di firmare per gli arcinemici dell’Amburgo. «Persino le vacche cambiano pascolo. Perché qualcuno del St Pauli non può giocare con l’Amburgo? Anch’io ero così testardo, ma questi miti dovrebbero dissolversi come bolle di sapone» dichiarò. I tifosi non gliel’hanno mai perdonato. Dopo essersene andato dal suo club per sempre, ha messo in piedi una scuola di portieri itinerante con dei metodi di allenamento particolari, che includono originali tecniche di preparazione fisica e trattamenti omeopatici. È ancora fedele agli insegnamenti ascetici di Carlos Castaneda: «Quando lo leggi, ti senti leggero come una piuma». E continua a essere un personaggio scomodo per il mondo professionistico: l’altra sua esperienza da allenatore dei portieri al Wolfsburg, nel 2007, è stata curiosa. Fu chiamato dal cervellotico Felix Magath in persona, che allora sedeva sulla panchina del club della Bassa Sassonia. Ma visto che rifiutò di lavorare più di tre giorni alla settimana, e che il nuovo portiere incoraggiato dal club aveva deciso di portare con sé il proprio preparatore personale, nel gennaio del 2008 fu licenziato. In seguito allenò la squadra dilettantistica con cui aveva cominciato, il tsv Lensahn, e ottenne una promozione nella terza divisione tedesca. Vincere la partita decisiva fu per Ippig «il momento più felice della mia vita». Le cose tra Volker Ippig e il calcio professionistico, non riescono a funzionare. È logico. A tal punto che attualmente ha ancora la sua scuola di portieri, ma per aiutare la sua famiglia (una compagna e due figli) lavora al porto di Amburgo, come un operaio qualsiasi. Inoltre, nel 2006 si concesse anche un breve svago artistico, recitando una piccola parte in fc Venus, una commedia che parla dei componenti di una squadra di calcio che giocano una partita contro le loro mogli. Un tempo il St Pauli è stato un laboratorio in cui il calcio ha potuto ridefinire i suoi rapporti e le sue regole. È stato uno degli ultimi tentativi utopistici di cambiare il mondo del professionismo. Non c’è riuscito. Oggi rimane un club di sinistra con una tifoseria di sinistra, che però non è mai arrivato a essere quello che sognava il suo portiere capellone degli anni ottanta. «Tutto ciò che so lo devo al calcio» dice, molto camusianamente, Volker Ippig. «Non sono mai stato l’ideologo che mi facevano sembrare, sono più un libero pensatore» aggiunge. E, con l’eterno disincanto di ogni utopista, di colui che non arriva mai a Itaca, definisce così il St Pauli di oggi: «Millerntorn è stato un laboratorio all’aria aperta per il calcio tedesco, e lo stretto rapporto venutosi a formare tra i giocatori, gli allenatori e i tifosi era già di per sé un fantastico successo. In quel momento era tutto reale. Oggi il St Pauli è qualcosa di orchestrato, artificiale. Rimane solo il mito. È tutto un mare di nebbia». Ippig ha ragione. Il St Pauli non è il club che lui e un gruppo di punk anarchici provarono a costruire. Il calcio non sarà mai quello sognato da qualche utopista, soprattutto all’inizio degli anni ottanta. Gli affari hanno travolto tutto. E nel calcio professionistico essere un guerriero, come insegna Carlos Castaneda, serve a poco. Al massimo per camminare da solo al di là della linea tracciata dal business. Ma Volker Ippig continua ad andare dritto per la sua strada. Una strada che forse gira al largo dal calcio come da quasi tutto il resto. «L’uomo comune è legato ai suoi prossimi, mentre il guerriero ha bisogno solo di se stesso.» Parola di Carlos Castaneda.

(continua in libreria)

Tags:
calciatori di sinistraisbn edizionisócrateslucarelli
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