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Libri & Editori
Chiara Marchelli racconta la storia commovente di rinascita

Il giorno in cui Riccardo riceve la telefonata, per lui sua sorella è solo un pensiero sgradito, un ricordo scacciato con rabbia dalla mente. Irene è un’autrice molto amata, ma il fratello non le ha mai perdonato di aver scritto di lui nel romanzo che l’ha portata al successo. Di aver parlato di quel dolore che lo ha segnato e lo ha reso un uomo duro e cinico. Ora che Irene giace in coma dopo un grave incidente, però, ci si aspetta che lui le sia vicino. E di fronte a quella vita che lotta per stare a galla, pian piano la rabbia si allenta, lasciando uno spiraglio nel muro che si è costruito negli anni. La storia commovente di un risveglio. Dei sentimenti, dei ricordi, della voglia di vivere. Per trovare il coraggio di mettere da parte il dolore e prendersi cura degli affetti che rimangono...

L'AUTRICE - Chiara Marchelli, nata ad Aosta e laureata a Venezia in Lingue Orientali, vive a New York dal 1999. Nel 2003 ha pubblicato il suo primo romanzo, Angeli e cani (Marsilio Editori), vincitore del premio Rapallo Carige Opera Prima, e nel 2007 una raccolta di racconti, Sotto i tuoi occhi (Fazi Editore). Ha lavorato come docente di Scrittura creativa presso l’Università di Pavia e la John Cabot University di Roma. Dal 2004 insegna Italiano e Scrittura creativa alla New York University e collabora con varie case editrici americane e italiane come editor e traduttrice.

Piemme
 


LEGGI SU AFFARI ITALIANI I PRIMI DUE CAPITOLI
(© 2014 - EDIZIONI PIEMME Spa, Milano)

1

Il campus della Columbia è pieno di studenti. Sciamano da un edificio all’altro in continuo movimento, qualcuno in maglietta nonostante il freddo, un paio di ragazze in minigonna e infradito. Riccardo si ferma in mezzo alla croce delle vie che portano agli edifici dell’università; alla sua destra c’è la Butler Library, a sinistra la statua dell’Alma Mater. Una folata di vento gli passa nel cappotto, avrebbe dovuto portare un ombrello. Ma New York li spacca, gli ombrelli. Rabbrividisce, stringe il bavero intorno al collo: doveva essere una bella giornata, invece a Princeton piove e il cielo è un marmo che pesa in testa da stamattina quando, aprendo le finestre, gli è uscito un «Tempo di merda» che Anna ha finto di non sentire. E poi la telefonata. Sua moglie si è offerta di accompagnarlo, ma lui ha rifiutato.

«Chiamami quando sei lì.»

«Che c’è?»

Anna l’ha fissato con una pena nello sguardo, poi l’ha abbassato a sistemargli la giacca.

«Piangi?»

Ha sorriso, mostrando quei suoi denti piccoli da ragazzina: «Chiamami».

Quando è arrivato a New York, non pioveva più. La stazione era affollata, l’aria percorsa dalle voci degli altoparlanti che annunciavano partenze e dall’odore di pretzel che già a quell’ora circola nei sotterranei di Penn Station. Riccardo ci si perde sempre. Si è fermato, tra le insegne luminose dei bar e dei ristoranti ha cercato le indicazioni per la metropolitana, è calato nell’aria dolciastra della banchina. Intorno a lui, i newyorkesi di metà mattina: chi leggeva il giornale, chi scuoteva la testa con le cuffie nelle orecchie. Poco più in là, un gruppo di ispanici ciondolanti con i jeans sotto il culo e i gesti da audiolesi. Riccardo li ha squadrati, avranno avuto l’età di suo figlio. Chissà se anche lui fuori di casa si abbassa i pantaloni fino alle cosce, ha pensato. Christopher coi calzoni a mezz’asta per non essere escluso dagli amici. Come se il suo isolamento non fosse colpa di quella mania di correre, che gli ha fatto venire un fisico da denutrito. Ci manca solo più che si cali le braghe in pubblico.

«Cerchi sempre di distrarti dal dolore.»

Così gli aveva detto Anna tempo fa.

Funziona, avrebbe dovuto rispondere. Detestare con energia è un metodo infallibile. Perfetto questa mattina in metropolitana: concentrato a polverizzare l’aria da forno crematorio, i quattro emarginati di Santo Domingo, la pioggerella gelida del New Jersey, i pendolari che ogni mattina si soffocano di ciambelle aspettando il treno per New York, è riuscito a non pensare a sua sorella.

Poi l’ha sentito. Il suono di un violino. Si è voltato e ha visto un uomo dall’altra parte della banchina, la custodia dello strumento aperta ai piedi. In mezzo a quel caos, un uomo con gli occhi chiusi che suonava il Canone in D maggiore di Pachelbel.

Così è arrivata. Senza più difese a tenerla lontana, è arrivata.

La consapevolezza cruda e intera di quanto è successo.

Sua sorella.

Un incidente.

Nina.

Deve andare. Cosa sta aspettando piantato in mezzo al passaggio di questi studenti che tra un po’ inizieranno a chiedergli se si sente bene? Tanto, a fissarli non succede nulla. Non portano di certo scritto in fronte se sono allievi di sua sorella. E se anche fosse, cosa potrebbe chiedere? È una brava insegnante? Se gli fosse mai interessato, lo saprebbe.

Avanti, muoviti.

Riccardo muove un passo, dà un’ultima occhiata alla statua. Dicono che nel drappeggio nasconda una civetta, difficilissima da trovare. Guarda l’ora, le nove e tre quarti. Non ci prova nemmeno. Si avvia con gli occhi puntati al fondo della Centoquattordici, in una linea retta che non deve spezzarsi perché è laggiù che deve andare, verso il ponte di collegamento tra i blocchi dell’ospedale dove dovrà chiedere tre volte prima di raggiungere il reparto giusto. È stanco. Deve ancora vederla ed è già stanco.

«È un parente?»

«Sono il fratello.»

L’infermiera scorre alcune carte, abituata a quella routine. Chissà quanti le scoppiano a piangere davanti. Lui no. Lui posa le mani sul bordo del bancone e aspetta.

«La signora Martini è in terapia intensiva.»

La signora Martini. Dio ti ringrazio. Che almeno qui dentro sia quello che è.

«Ha già parlato con i medici?»

«No, sono appena arrivato.»

La donna prende il telefono: «Dottoressa Leonidis, c’è qui il fratello della signora Irene Martini».

Irene Martini. Pronunciato con le vocali sbagliate e un eccesso sul cognome. Ma è il nome di un cocktail, dopotutto. Mi sfottevano, all’università. Ehi tu, Martini Dry.

«La dottoressa arriva subito. Si vuole accomodare mentre aspetta?»

La donna fa il primo sorriso da quando è arrivato, ma non lo convince. Forse è stanca anche lei. Oppure odia il suo lavoro, ha litigato con il marito, è malata. Dovrebbero metterci qualcuno di sano, lì. E affabile. Qualcuno che ti sappia accogliere con calore, che capisca tutto prima che tu apra bocca per fare il nome di tuo padre, tua figlia, tua moglie.

Riccardo si siede su una delle poltroncine contro la parete. Da lì può osservare il passaggio, sporgersi a precedere la dottoressa. È una donna, quindi. C’è una pila di giornali alla sua sinistra, li scorre: materiale informativo su prostata, allattamento, osteoporosi. Una copia di «People» dimenticata da qualcuno. Porcherie. Dovrebbero metterci roba più interessante, qualcosa di utile, di istruttivo. Dei libri. Una bella fila di classici a disposizione di questi caproni con le dita sui telefonini. Non sono vietati, qui dentro?

«Posso?»

Un uomo indica il posto accanto. Riccardo lancia un’occhiata eloquente alle poltroncine libere intorno, poi a lui: «Prego».

L’uomo si siede, apre il giornale sull’articolo. Washington, legge Riccardo. Ne hanno scritto anche lì.

«Pare sia ricoverata in questo ospedale» dice l’uomo.

Riccardo guarda appena la foto di sua sorella accanto all’articolo.

«Lo vuole?» offre l’uomo porgendo il giornale. «Io l’ho già letto.»

Riccardo accetta: «Mi dispiace, ho appena buttato il mio».

«Non si preoccupi» dice sorridendo. «Oggi non riesco a capire nulla di quello che leggo.»

Ha pianto. Riccardo se ne accorge adesso che lo guarda in faccia. Gli occhi affondano dentro due catini rossi dai capillari rotti. Deve averli sfregati molto per provare a non piangere. In aereo da Washington, forse, in mezzo alla gente. Non attirare l’attenzione, tentare di distrarsi comprando un giornale che non è in grado di leggere. Per chi è qui?, vorrebbe chiedere. Gli occhi disperati di quest’uomo contro i suoi, asciutti. Vagamente irritati dal neon e dall’inchiostro del giornale, che gli ha sempre dato fastidio. Fastidio, pensa. Più di qualsiasi altra cosa, quello che prova da questa mattina è un gran fastidio.

«Vuole un caffè?» gli dice.

L’uomo scuote la testa: «No, grazie».

«Di niente» risponde Riccardo, cominciando a leggere.

Irene Walker investita ieri sera da un taxi.

Gravi le condizioni della scrittrice newyorkese

vincitrice del National Book Award.

Anche a Washington l’hanno saputo prima. I giornali. L’hanno saputo prima di me. Ci ho messo un po’ a capire. La telefonata, certo. Non mi avrebbero chiamato se non fosse stata lei. Se non fosse mia sorella.

Irene Walker, 46 anni, una delle scrittrici di primo piano del panorama letterario americano, è ricoverata in gravissime condizioni al St. Luke’s Roosevelt Hospital Center di New York per le ferite riportate dopo un incidente avvenuto ieri sera. Secondo la ricostruzione dei testimoni, la Walker avrebbe attraversato la strada senza rendersi conto che un’auto si stava avvicinando ad alta velocità. L’autista del taxi, Javinder Deol, ha detto alla polizia di averla vista sbucare all’improvviso dal marciapiede e di non essere riuscito a frenare in tempo.

Chi ha telefonato? Come hanno riconosciuto il mio numero nel cellulare di Nina? Non c’era di sicuro scritto «fratello» accanto. Non potevano sapere. Nessuno conosce il fratello della famosa Irene Walker. Il mio nome non l’ha mai detto.

La scrittrice stava percorrendo Frederick Douglass Boulevard dopo essere uscita da un teatro di Harlem, dove aveva partecipato a un reading del suo ultimo acclamato romanzo, ed era presumibilmente diretta verso casa. I testimoni raccontano di averla vista sola, al telefono, quando ha attraversato la strada.

Il suo ultimo acclamato romanzo.

Sola, al telefono.

Irene Walker ha subìto vasti traumi al cranio ed è stata trasportata immediatamente al St. Luke’s, dove i chirurghi l’hanno sottoposta a un delicato intervento. Al momento è ricoverata nel reparto di rianimazione, dove si trova in stato di coma.

La voce di Anna quando me l’ha detto.

«Ha telefonato uno, dice che conosce tua sorella.»

«Uno chi?»

«Ha avuto un incidente.»

Ascolta.

Sì, tu.

Ascoltami.

Mi stai guardando.

Adesso ascoltami, perché se tu mi ascolti, io vivo.

 

2

«Signor Martini.»

La dottoressa Leonidis è bassa, magra e pelosa. Più che greca – è greco il suo cognome, no? – sembra pakistana. Ha puntato verso Riccardo senza esitazioni, nemmeno l’avessero avvertita che dei due uomini seduti lungo la parete, lui è quello che non soffre.

«Signor Martini» ha detto.

Ha dei peli da non credere. Spuntano dalle maniche arrotolate sugli avambracci secchi e coprono le guance dagli zigomi in giù. È un medico, è in grado di curare il cancro, possibile che non sappia come trattare l’irsutismo? Con quella barba fa l’effetto di un dietologo obeso.

«Vogliamo sederci tranquilli in questa stanza?» dice aprendo una porta.

Riccardo guarda l’orologio: sono le dieci e un quarto. A quest’ora in ufficio sono alla terza pausa caffè.

La stanza è grande, tappezzata di disegni di bambini. In un angolo è accasciato un enorme elefante di peluche, che tocca il pavimento con la proboscide rosa.

«Mi scusi, signor Martini,» dice la dottoressa senza masticargli il cognome «il mio ufficio è al secondo piano e non volevo farle perdere tempo.»

Riccardo si siede in punta alla sedia, le gambe larghe di fronte a quelle incrociate di lei: e allora sbrighiamoci, sembra dirle.

«La signora Martini ha subito un grave trauma cranico. Ieri sera l’abbiamo operata, adesso si trova in uno stato di sedazione profonda. Dalla tac risulta che non ci sono stati altri traumi e questo è positivo. È una donna sana, senza patologie pregresse ed è probabile che...»

«Cos’avete fatto?»

«Prego?»

«Nel dettaglio, ieri sera.»

Fa caldo, qui dentro. Si soffoca. Le finestre chiuse, le ventole mute.

«Vorrei che mi spiegasse, dottoressa. E vorrei sapere le cose esattamente come stanno, senza giri di parole e semplificazioni. Capirà che preferisco essere informato da lei piuttosto che dai giornali.»

«Signor Martini, non...»

«Non si preoccupi se non capisco,» la interrompe «lei mi dica tutto.»

Troppo caldo per essere una nursery. La donna lo fissa in silenzio. Ha uno sguardo luminoso. Luminoso e diritto. Riccardo sente pizzicare le ascelle, svia gli occhi verso l’elefante.

«D’accordo» si schiarisce la gola. «Ieri sera abbiamo effettuato un intervento di evacuazione e drenaggio dell’ematoma e posizionato una pic per il monitoraggio della pressione intracranica. Poi le abbiamo somministrato dei farmaci per mettere a riposo il tessuto cerebrale, una prassi che viene adottata quando il cervello ha subito danni estesi.»

Riccardo vorrebbe togliersi la giacca, ma le braccia sono pesanti. C’è un’afa tremenda.

La donna scioglie le ginocchia, si sporge in avanti. In quella posizione è talmente vicina che potrebbe fargli un pompino. Così, per tirarlo su di morale.

«Nei prossimi giorni monitorizzeremo l’evoluzione dello stato cerebrale con una risonanza e faremo una rivalutazione neurologica attraverso quelle che chiamiamo finestre farmacologiche; ridurremo fino a sospenderli i sedativi e vedremo come risponde: se riprende conoscenza, se le funzioni vitali sono stabili, se ci sono danni indicativi di deficit permanenti.»

«Deficit permanenti?»

«È possibile, signor Martini.»

Ha la faccia tonda e piccola come una biglia. Mentre Riccardo assimila quanto ha appena sentito, il pensiero scarta improvvisamente di lato: Questa donna è identica a Mowgli.

«Cerchi sempre di distrarti dal dolore.»

Dolore?

Non è affatto certo si tratti di dolore. L’hanno operata, no? Le hanno aspirato questo benedetto ematoma e tra qualche giorno ne uscirà. Si sa come sono i medici qui. Se hai mal di denti, si sentono in dovere di prospettarti la leucemia, caso mai ti venisse davvero. Allarmisti delinquenti, altro che elefanti rosa.

«Il trauma riportato da sua sorella ha determinato lesioni gravi.»

La dottoressa lo guarda come gli avesse letto nei pensieri.

«Tutto dipenderà dal danno che il cervello ha subìto, è ancora troppo presto per saperlo. Al momento monitoriamo le funzioni vitali e aspettiamo di vedere come reagisce all’operazione.»

Riccardo apprezza che sia stata così chiara. E lo sguardo imparziale. Non sopporta la solidarietà non richiesta, soprattutto di chi ha un vantaggio su di lui.

«La accompagno?»

Uno sbalzo brusco. Accompagnarlo. Riccardo guarda verso la finestra chiusa: aveva quasi sperato di continuare a parlare in quella stanza surriscaldata e poi tornare all’aria fresca così, con le informazioni fondamentali in mano, aspettando svolgimenti. Non doverla vedere.

La dottoressa Leonidis si alza: forse ha pazienti in attesa. Riccardo la segue fuori della camera, nel corridoio sfila la giacca, slaccia il bottone della camicia.

«Devo anticiparle che il lato destro del viso è tumefatto, ma nulla che normalmente non possa risolversi con il tempo. Per operare abbiamo dovuto radere i capelli nella zona superiore del cranio.»

Arrivano di fronte a un corridoio, al termine del quale si vedono due porte chiuse.

La donna osserva il volto sudato di Riccardo: «Vuole aspettare qualche minuto, signor Martini?».

La camera è come se la immaginava. Non è mai stato in una sala di rianimazione prima, ma gli basta quel che ha visto in tv. Anna, che non si è persa una puntata di E.R., potrebbe leggergli i valori sui monitor dei macchinari, e si è laureata in letteratura inglese.

Adesso basta.

La luce entra vaporosa, filtrata dai vetri opacizzati e dalle veneziane tirate a metà.

Guardala.

Il letto ronza, attraversato dai tubi collegati alle macchine.

Guardala.

«La lascio tranquillo.»

«Aspetti.»

La dottoressa si volta.

«Mi spieghi il... le macchine, qui.»

«Adesso?»

Il corpo di Riccardo è ruotato completamente verso la donna, che d’istinto controlla che sia tutto a posto.

«Questo è un monitor elettrocardiografico,» dice superandolo per avvicinarsi al blocco dei macchinari «fornisce il tracciato elettrico cardiaco per controllare la funzione cardio-circolatoria, lo conoscerà. Quello è il respiratore automatico, da cui parte un tubo, vede?, che viene inserito in bocca. Il sondino al naso serve a portare il cibo allo stomaco e qui c’è l’accesso venoso, vede questo tubicino che parte dal collo?, a cui è attaccato un deflussore con flebo e pompa peristaltica, quella, per far scendere i liquidi.»

Riccardo tiene gli occhi sulle macchine, senza seguire i percorsi dei tubi che finiscono nel corpo di sua sorella.

«Questi sono i misuratori della pressione arteriosa, i flussometri, gli umidificatori, le maschere... Signor Martini, non ha molto tempo.»

Riccardo si sveglia: «Ah. Quando...?».

La dottoressa guarda l’orologio alla parete: «Ancora venti minuti. Le lascio una copia degli orari di visita alla postazione infermieristica».

«...Grazie.»

«Le parli, signor Martini.»

«Prego?»

«Le parli.»

Riccardo fa una risatina da barzelletta malriuscita: «Dicono che faccia bene, eh? Parlare ai comatosi e alle piante».

«Dicono, sì» risponde la Leonidis con un sorriso simile a quello di Anna questa mattina. «Dicono anche che non giovi solo a loro. Le farà meno paura, se le parla.»

La dottoressa esce, chiude la porta e Riccardo rimane solo, sua sorella coricata nel letto alle sue spalle. Si volta.

Confuso dal caos di lenzuola e tubi, lì per lì fatica a individuare il volto ricoperto di bende. Fa il giro del letto e trova un pezzo di faccia che sbuca dalle garze: l’occhio semichiuso grande come una boccia, lo zigomo tagliato, la guancia gonfia, la mascella dislocata. Se non sapesse che è sua sorella, non la riconoscerebbe. La guarda, per un momento non sente niente, ma poi un frizzare in testa e una mollezza nelle gambe gli fa riabbassare lo sguardo finché si forza a guardarla di nuovo, però non riesce a salire oltre la bocca. Che è piegata malamente sotto il peso del tubo del respiratore. Prende la sedia sotto la finestra, la avvicina. Non ricorda se la dottoressa gli abbia detto che la può toccare. Non che ne abbia voglia. Cala il viso sul corpo a vedere se si muove. No, non si muove. Immagina sia la prima cosa che fanno tutti i parenti. Chinarsi a verificare. Sbattersi in faccia la realtà, in tutto il suo ristagno. Il coma è quello, no? Stallo.

Eh, che dici tu?

Nina fa rumori meccanici, sibila e ronza e non risponde. Riccardo tiene gli occhi sul petto, che si alza a malapena. Fa caldo. Non ce l’hanno l’aria condizionata in questo ospedale? Allunga una mano verso il letto, con due dita afferra un lembo del lenzuolo all’altezza delle cosce. Facendo attenzione a non toccare niente, prova a sfilarlo leggermente da sotto il tubo. Fa pianissimo, gli occhi puntati sul respiratore che d’un tratto sbanda. Una scarica lungo la schiena, gli occhi sul monitor.

Bip. Bip.

Butta fuori l’aria.

Cazzo.

Si aggiusta sulla sedia, punta il polpastrello contro il tubo e riprende a sfilare, fino a quando è sufficiente. Guarda.

Braccia e gambe inermi, un ago per la flebo incerottato nell’incavo del gomito, una fasciatura sulla coscia, sporca della tinta aranciata dei disinfettanti. Il camice è sollevato sul pube e lascia intravedere un ciuffo di peli scuri. Riccardo balza via, mollando il lenzuolo che torna a posarsi sul corpo.

«Merda!»

Il lenzuolo è planato più in basso, scoprendo completamente il collare che tiene sollevata la testa di Nina e lascia esposta una minuscola porzione di collo.

Riccardo punta gli occhi lì, dove non ci sono segni. Quel triangolo di carne bianca pare essere l’unico frammento intoccato.

Incrocia le mani tra le ginocchia chiuse, manda un sospiro.

Però parlarle no, cazzo.

La luce del mattino a Húsavík, a marzo. Il vento che soffia via il fumo dalla terra nera sotto cui scorre la lava. I cieli. Tanti, sovrapposti, tirati, veloci di una velocità che non ci possiamo neanche immaginare. Sproporzionati sopra lingue di terra dura e fredda.

Credevo di riposare una volta arrivata; fuggita da tutto, nel luogo più lontano che fossi riuscita a concepire. Te lo ricordi il nostro saluto? Mi volevi bene. Ti arrabbiasti, disse la mamma. Perché non ero rimasta con voi. O perché non ti avevo portato con me. Saresti venuto?

Non hai voluto neppure venire a trovarmi. Non hai visitato la casa dove vivevo, non hai sentito il profumo dell’erba del prato che portava al mare, non hai visto il cielo di Húsavík un mattino di marzo.

Stai soffrendo adesso, stronzo?

Stai soffrendo, fratello mio amatissimo?

(continua in libreria)

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