Fondatore e direttore
Angelo Maria Perrino

Ecco perchè i dipendenti pubblici sono troppi...

Nel suo nuovo libro-inchiesta, Paolo Bracalini ci guida nel mastodontico intreccio della burocrazia italiana... - Leggi su Affari Italiani un estratto da "La Repubblica dei mandarini. Viaggio nell'Italia della burocrazia, delle tasse e delle leggi inutili"

LaRepubblicaDeiMandarini
Marsilio
 

C’è il ristoratore multato per aver servito troppi spaghetti. Ci sono le 118 procedure da compilare per legge se si vuole aprire un’attività da estetista. C’è la famigerata «tassa sull’ombra», dovuta allo Stato per l’ombra che le tende dei negozi proiettano sul suolo pubblico, e la dichiarazione «peli di foca» per chi esporta un prodotto. C’è Equitalia con il suo «aggio», l’interesse praticato sulle temibili cartelle esattoriali, e le sue vittime. E poi l’Agenzia delle entrate con i premi per chi tartassa di più (spesso a torto). Ogni anno la burocrazia italiana costa 31 miliardi di euro: due punti di Pil persi in scartoffie e pratiche inutili. Si può dire che tutto manchi all’Italia, tranne le regole. Al contrario, i proverbiali lacci e lacciuoli, il groviglio di leggi - statali, regionali, provinciali, comunali - è così intricato che la giungla normativa italiana non ha paragoni in Europa e contribuisce all’indebolimento dei diritti dei «sudditi». I «mandarini», invece, comandano nell’ombra, con un potere enorme: nei ministeri, nella Ragioneria di Stato, nelle segrete stanze del Tesoro e del Quirinale, ma anche nei Tar che paralizzano il paese. Nel suo nuovo libro, Paolo Bracalini ci guida nel mastodontico intreccio della burocrazia italiana con un’inchiesta illuminante che è anche un pugno allo stomaco: storie vere, testimonianze, documenti inediti, cifre e resoconti di una follia tutta nostrana. Da questo viaggio emergono le contraddizioni di uno Stato parassita che è vorace quando deve incassare, ma lento, lentissimo, quando deve pagare. Al punto da stritolare, in molti casi, famiglie e imprese...

Pubblichiamo un estratto da "La Repubblica dei mandarini. Viaggio nell'Italia della burocrazia, delle tasse e delle leggi inutili" (Marsilio, pag 208, euro 14), scritto Paolo Bracalini (con la prefazione di Edward N. Luttwak)

Ecco perchè i dipendenti pubblici in Italia sono troppi

«Il numero dei dipendenti pubblici in Italia è in linea con l’Europa, non è vero che ce ne sono troppi», riportano con soddisfazione i dossier sul numero di statali in Italia, spesso redatti dagli uffici studi dei sindacati. Una voce non esattamente imparziale, dato che i sindacati difendono il lavoro pubblico, prima fonte del loro tesseramento. Le statistiche dicono in effetti che in Italia, nel 2012, i dipendenti pubblici erano 3.238.474, l’1,4% in meno rispetto a cinque anni prima, dunque in leggero calo. Non solo, il confronto con l’Europa sarebbe positivo, nel senso che gli statali, in termini assoluti, sarebbero molti di più in Francia (5,5 milioni) e in Gran Bretagna (5,7 milioni). (…)Ci sono dunque più dipendenti pubblici in Gran Bretagna o in Olanda che in Italia, patria dello statale? Qualcosa, evidentemente, non torna. Il numero di dipendenti statali ufficiale è quello fornito dalla Ragioneria generale dello Stato. Che però dice anche qualcosa di più 2. In primo luogo i 3,2 milioni di statali italiani calcolati sono quelli con contratto «a tempo indeterminato». Ma ci sono gli altri, quelli con contratti diversi, che comunque paghiamo. Per esempio il «personale a tempo determinato e con contratto di formazione e lavoro», altre 80.413 persone secondo i dati 2012 della Ragioneria dello Stato. La quale poi ci informa che questa cifra non comprende «i supplenti brevi della scuola, dei quali si rileva solo la spesa», e che sono esclusi anche i «professori universitari a contratto e i ricercatori assegnisti dell’Università», pari a circa 20 mila. Dunque, sommando tutto, dobbiamo aggiungere almeno altre 100 mila persone. Senza contare che nella cifra ufficiale non sono compresi i dipendenti degli organi costituzionali, che hanno un bilancio a parte: i dipendenti della Camera (1500 circa), del Senato (829), del Quirinale (2 mila circa), della Corte costituzionale (350). La somma, dunque, è ben più elevata. Ma non basta ancora. Nella pubblica amministrazione lavorano anche altri tipi di impiegati. Nel 2009 lo Stato ha distribuito la bellezza di 299.281 3 consulenze esterne (con un costo pari a 1.390.430.276 euro). A cui aggiungere altri 27 mila incarichi esterni assegnati dal Servizio sanitario nazionale. Ma è una cifra parziale, perché meno della metà delle amministrazioni pubbliche ha comunicato i propri dati al ministero, perciò – stimava la funzione pubblica – si può supporre che le consulenze siano circa 500 mila in un anno, mezzo milione di consulenti esterni, una mole spaventosa quando già lo Stato può contare su 3,5 milioni di impiegati. «I dati evidenziano ancora una situazione allarmante », ha spiegato nel 2012 il ministero della Funzione pubblica. «Il ricorso alle professionalità esterne alla pubblica amministrazione continua a essere eccessivo e forse, in certi casi, anche di dubbia utilità». Dunque, sommando anche i consulenti, arriviamo a circa 4 milioni di persone stipendiate dallo Stato. Restano però da calcolare gli interinali (altri 8 mila) e gli Lsu, i cosiddetti «lavoratori socialmente utili», impiegati soprattutto al Sud (17 mila circa), e le collaborazioni coordinate e continuative (37.443 persone) 5. Aggiungiamo quindi circa 60 mila persone, arrivando a oltre 4 milioni di stipendiati dallo Stato su circa 22 milioni di occupati. Un lavoratore su 5. Cifra che dovrebbe scendere un po’, se si realizzasse il taglio di 85 mila dipendenti pubblici previsto dalla spending review, ma è tutto da vedere. E non è finita. L’addetto che vi controlla i biglietti sul tram va forse considerato un dipendente privato? Difficile. Le statistiche precedenti, quelle dello Stato centrale, non li comprendono, perché tecnicamente non sono dipendenti né del settore statale (scuola, ministeri, polizia, forze armate) né del settore pubblico non statale (Servizio sanitario nazionale, regioni e autonomie locali). Il motivo è che il bigliettaio dipende da una società partecipata spesso controllata dal pubblico, ma non interamente pubblica. Ma anche loro formano l’enorme massa del lavoro pubblico italiano. In questo l’Italia può vantare una posizione di primato mondiale. «Secondo un recente studio dell’Ocse, l’Italia figura tra i paesi in cui la dimensione del settore pubblico è maggiore», si legge in un dossier della Banca d’Italia. «Nel 2009 il valore complessivo delle imprese controllate dal governo centrale era pari per l’Italia a 105 miliardi di dollari; solo Corea, Francia e Norvegia presentavano valori più elevati. Considerando le società quotate in cui lo Stato detiene almeno il 10%, l’Italia risulta il secondo paese dietro la Francia per valore delle partecipazioni. Va inoltre considerato che tali dati non tengono conto del valore effettivo delle partecipazioni che, pur essendo minoritarie, consentono l’esercizio del controllo». In altre parole, l’Italia supera tutti per partecipazioni pubbliche in aziende e società di servizi. Il bello, per modo di dire, è che non si riesce a sapere quante sono le società partecipate soltanto dagli enti locali e quanti i loro dipendenti. L’Anci parla di 3662 partecipate dai comuni; per l’Irpa (Istituto di ricerca sulla pubblica amministrazione) sono di più, ma è impossibile sapere il numero esatto: «I dati, sebbene concordi nel mostrare un fenomeno di vaste dimensioni, non consentono una stima esatta del numero delle partecipate dagli enti territoriali. Le stime vanno dalle 3000 alle 6000 società partecipate, ma i dati risentono inevitabilmente di alcune variabili legate a ciò che si include nel calcolo e alla scarsa completezza delle informazioni fornite e raccolte». In definitiva, lo Stato non sa quante aziende possiede. E se volessimo aggiungere al totale degli statali, oltre all’esercito delle partecipate e controllate locali, anche quello delle partecipate del Tesoro? Come la Rai, posseduta al 99,5% dal ministero dell’Economia, e i suoi 13.299 dipendenti. O l’Anas (100% del Tesoro) con 6357 dipendenti, di cui 2 mila dirigenti. O Fs ferrovie dello Stato (100%) con 71.191 dipendenti. O Posteitaliane Spa (100%) con 144 mila dipendenti. O ancora l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, meglio nota come Invitalia (100% pubblica), un altro migliaio di stipendi. E poi molte altre società possedute o partecipate dal ministero dell’Economia (Eni, Enel, Finmeccanica…), in tutto 33, e altre migliaia e migliaia di persone. Stime dell’Istat parlano di 4186 aziende in cui la partecipazione pubblica supera il 50%, per un totale di 681 mila occupati 12. Siamo proprio sicuri di essere nel settore del pubblico impiego «in linea con l’Europa»?


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