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Libri & Editori
L'invettiva contro il Veneto del vincitore del premio Calvino

Michele Tessari è un avvocato che avvocato non vuole essere, ex necroforo, affetto da un disturbo bipolare, intrappolato nella vita come una cavia isterica ma consenziente, persino complice. Un "complice debole" del mondo in cui è immerso. Il disfacimento della sua terra si rispecchia in quello della sua esistenza, inquinata da un odio "che cammina come l'infezione, dalle caviglie alla bocca", dove si trasforma in grido. E quel grido investe la classe politica, le carceri, la giustizia, il sistema universitario, giù giù fino ai singoli individui, fino al narratore stesso, imbibito degli stessi mali contro cui si scaglia. È un grido modulato da una scrittura apocalittica, con una portentosa violenza evocativa.

L'AUTORE - Francesco Maino è nato nel 1972 a Motta di Livenza, nella Marca Trevigiana. Oggi risiede a San Donà di Piave e fa l'avvocato penalista a Venezia. Cartongesso (Einaudi 2014), premiato con il Calvino, è il suo primo libro.

LEGGI SU AFFARI ITALIANI UN ESTRATTO
(© 2014 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino)

La vita in veneto è in offerta speciale, non verità millenaria sotto il sole, nel caígo, in barchin, la vita è offerta lancio come la morte, vivi e morti non si distinguono perché non hanno piú faccia, vivi e morti si includono nella lista delle cose che si devono consumare. Vivi e morti si producono. La morte sceneggiata in casa segna sempre un confine tra l’ottimismo della farsa giornaliera e la piaga incurabile del vivere lavorativo; anche se le commedie durano a lungo, alla fine viene il tempo della conta, il tempo in cui non si può piú mentire, non si riesce piú, non si deve. Come si fa a mentire al cancro da zigaretta? Alla cirrosi da Fernet Branca? All’infezione da recionea? All’intossicazione cronica da cozze marze? Come si fa a mentire alla dipendenza da videopoker? Come si fa a mentire allo scoerto di conto? Come si fa a mentire alle troie? Alla moglie beca1? Al fiol tossicomane? Alle carte del tressette? Come si fa a non dire ai fioi che non ci son piú commesse? Che si va tutti in cassa? Che si deve salvare chi può? Non che io ritenga disdicevole la parte che ognun di noi recita sulla terra, per un certo periodo, in certe occasioni, ma c’è tutto un gozzovigliamento professionale e baraccone, una forma d’irreligiosità permanente che mi ripugna. Comandi? diceva mia nonna, quando non capiva un piacere che le chiedevo, ai suoi ordini, nipote mio, voleva dire… popolame randagio, popolame in coda, servile e ineducato, o meglio educato unicamente alle brutture, sia morali che estetiche, il quale si presta e aderisce alla perfezione ai mercati degli insaccati artificiali, coppa artificiale, panzetta artificiale, cotoletta artificiale, mortadella artificiale, soppressa artificiale, ossocollo artificiale, sottocosta artificiale, ai mercati dei pesci surgelati, delle birre commerciali, dei tramezzini in atmosfera modificata, che si vendono negli autogrill della Milano-Venezia, ai mercati dell’intransigenza e della sicurezza, e infine al dominio di un pensiero unico, alla monomania del piccolo pianeta del bassopiave, all’idea che l’unica soluzione di vita accettabile, l’unico obiettivo, l’unico progetto, come sosteneva Robert Merton, universalmente condiviso dall’ormai ex contado sia la tensione all’accumulo, xe tuto mio, xe tuto de nialtri2. Ma cosa sarebbe tutto nostro? Penso all’acquisto della cosiddetta oggettistica vacua e inservibile; oggettistica celebrativa di un indigente successo e di una completa disintegrazione culturale, quindi morale: questo cosiddetto successo indigente per essere tale, per autoalimentarsi, per esistere, abbisogna di continue manifestazioni d’ostentazione, tanto voluminose quanto grottesche per forma e sostanza, poiché qui nel pianeta venetorientale degli ex miracolati non abbiamo la grazia e l’energia d’un popolo, una lingua doc, un orgoglio similnazionale, un certo nazionalismo regionale d’origine controllata, una capitale, un giornale, degli statisti o, piú semplicemente, una classe dirigente ad un tempo rigorosa e folle o anche solo dotata d’un minimo di coerenza o idealità. Non ce la siamo conquistata, dunque non possiamo meritarcela. C’è solo un popolame di mentecatti, oltre ai cosiddetti puitici, la naturale protesi di quella nientitudine in termini d’idealità, o forse no, forse mi sbaglio io, sono io il vero mentecatto del paese, né contadino né borghesino, l’unico mentecatto in circolazione a Insaponata, con la carta d’identità appena rinnovata: occhi castani, capelli castani, un metro e settantacinque, professione: avvocato; che ne so io della fame, della sete, del freddo, della malaria, della pellagra, della schiavitú, e della morte? Non ne so un belniente eppur ne parlo, chi sono io per poter parlare della fame, della sete, del freddo, della malaria? Non sono nessu 1 Tradita. 2 È tutto mio, è tutto nostro. no. Nessuno. Anzi: sono il re mentecatto delle baracche, il mentecatto divoratosi per rabbia e birra, il mentecatto che vuol migliorare la campagna in città, trasformar gli slogan in lingua, Giuda nel Battista, l’acqua in vin, io sono questo tipo di mentecatto di Cana, qui, col cappio al collo e le emorroidi negli occhi, il resto è solo zente buona, c’è solo della buona gente, penso, qui a Insaponata, buonissima. Gente impaurita, mi vien da pensare, oppure vaporizzata, sradicata, delocalizzata, bancomattata, che ha arrangiato liberamente la libertà dando sfogo agli istinti per battere il complesso di colpa che deriva dalla pellagra secolare, mai vinta veramente fino in fondo, lavorando diciotto (18) ore al giorno, come se fraccare allo sfinimento come l’uomo di Cro-Magnon per diciotto (18) ore al giorno possa aver avuto un qualche significato meritorio a lunga gittata, e cosí facendo, fraccando senza tregua diciotto (18) ore al giorno per trecentocinquanta (350) giorni all’anno per dieci (10) anni di fila, approfittando della particolare fortunata congiuntura storico-economica, ha potuto ingrassare molto. I risultati di questa magnada sconcia, della sbueata sgolza1, del cosiddetto benessere diffuso, del miracolo, sono sotto gli occhi di tutti.

(continua in libreria)

FrancescoMainoCartongessoEi
 
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francesco mainocartongessoeinaudipremio calvinoveneto
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