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Libri & Editori
Guido Mattioni: "Nel nuovo romanzo racconto una vera storia americana..."

Dopo che il suo romanzo d’esordio, Ascoltavo le maree, uscito prima in e-book e poi in cartacero (per Ink) è diventato un caso editoriale anche all’estero (qui e qui i dettagli), Guido Mattioni, classe ’52, ex inviato speciale (per Il Giornale ed Epoca) è appena tornato in libreria con la sua seconda prova narrativa, Soltanto il cielo non ha confini, sempre pubblicata dal marchio di Francesco Bogliari. Il nuovo romanzo affronta un tema attuale, quello dell’immigrazione. Mattioni racconta una storia vera, di cui è stato testimone negli anni '80. La trama ci porta lungo la frontiera messicana, dove due gemelli, in momenti diversi e senza che l'uno sapesse dell'altro, tentano la fuga negli Stati Uniti. Affaritaliani.it ne ha parlato con l’autore.

Mattioni, il suo è un libro duro e ricco di emozioni sull’American Dream: ma qual è il suo rapporto con gli Stati Uniti, terra che ha subito riconosciuto la qualità della sua scrittura (tanto per fare un esempio, "Ascoltavo le maree" è stato adottato nei corsi di Italiano alla Georgia State University)?
“Inizierei col dire che quello tra me e gli Stati Uniti è un rapporto antico, dato che sono ormai vicino alla mia cinquantesima volta oltre Oceano. Aggiungerei che si tratta di un rapporto anche ben collaudato, come quello di una vecchia coppia nella quale l’uno conosce ormai tutto dell’altro, prendendolo e accettandolo appunto così com’è; con tutti i suoi difetti, oltre che con i suoi pregi. Premesso questo, non esito a dire che quello tra me e gli States sia sempre stato e sia tutt’ora soprattutto un rapporto ‘fisico’, qualcosa di cui di tanto in tanto sento un gran bisogno. Mi riferisco a quella salutare overdose di libertà che traggo ogni volta dai loro grandi spazi, quelli che noi non abbiamo in Europa, dove i panorami sono sempre limitati da antiche pur se bellissime pietre, siano esse castelli o cattedrali o altro. C’è in proposito un dato che pochi conoscono e che penso spieghi bene il mio sentire: tutte le aree urbane americane, dal più piccolo villaggio alla più grande metropoli, se messe insieme coprirebbero soltanto il 3% della superficie totale del Paese. Tutto il resto è spazio, è Natura, in una esplosione di libertà fisica che almeno per me diventa anche mentale”.

E qual è il suo rapporto con la natura, grande protagonista del libro, ambientato lungo il Rio Grande, che  traccia per più di 1400 chilometri la frontiera tra Messico e Stati Uniti?
“È al tempo stesso un rapporto di riconoscente amore e di doveroso rispetto. Da residente forzato in una grande città come Milano, alla quale sono comunque affezionato, ho imparato a godere della Natura quando mi regala spettacoli meravigliosi come le infinite sfumature cromatiche di un tramonto; ma ho anche imparato a rispettarla quando mi ricorda, con i suoi terribili cambi d’umore, chi per davvero comanda, a questo mondo: appunto Lei, la Natura, una straordinaria Lei. Tanti anni fa conobbi per esempio gli effetti di un uragano tropicale a Savannah, in Georgia, là dove ho ambientato il mio primo romanzo, Ascoltavo le maree; e due anni fa ho rivissuto la medesima esperienza a New York, durante l’uragano Sandy, constatando come nell’arco di sole ventiquattr’ore anche una città simbolo della modernità, del progresso tecnologico e se vogliamo anche dell’arroganza del denaro, possa ripiombare quasi all’età della pietra, diventando una sorta di navicella spaziale senza luci né vita abbandonata a se stessa. Proprio per questo nei miei romanzi (ma lo facevo anche prima, da giornalista) scrivo sempre Natura con la ‘enne’ maiuscola, o ancor meglio all’americana: Madre Natura. Mentre da essere vivente, da Guido Mattioni e basta, ho imparato a rivolgermi a Lei e a parlarle; e la cosa più bella è che Lei puntualmente mi risponde”.

Veniamo al tema dell’immigrazione: ogni notte, da decenni, migliaia di disperati tentano di fuggire dal Messico. Ma dagli anni ’80 ad oggi la situazione è cambiata lungo il confine?
“Quei disperati non arrivano in verità soltanto dal Messico, ma da tutto il Sud e il Centro America, anche se negli ultimi due o tre anni il fenomeno ha smesso di crescere e ci sono addirittura dei primi timidi accenni di rientri a casa. Rimane il fatto che sia comunque una titanica e tragica risacca umana, quella che si infrange lungo il confine meridionale degli Stati Uniti, finendo per arenarsi contro le reti metalliche che separano quello che è ancora Terzo Mondo dalla Grande Giostra a stelle e strisce. Lì si fermano, in una megalopoli sempre più grande e più pericolosa come Ciudad Juarez, la città con il più alto tasso di criminalità al mondo; si fermano in attesa di trovare il momento migliore e i soldi - soprattutto i soldi, a qualunque prezzo - per poter pagare i trafficanti di braccia, i cosiddetti coyotes, e farsi portare clandestinamente in America. Ho conosciuto questo fenomeno sul campo, nel 1986, quando in Italia non si sapeva nemmeno che cosa fosse l’immigrazione clandestina, dato che la nave Vlora, con 20 mila albanesi a bordo, sarebbe arrivata in Italia soltanto nel 1991. Io mi trovavo a El Paso, in Texas, come inviato del settimanale Epoca. Stavo girando gli Stati Uniti da un mese e lì riuscii ad aggregarmi a una pattuglia del Border Patrol, la polizia di confine americana. Così potei vedere con i miei occhi - anche nel buio della notte grazie a un visore a infrarossi - cose che non avrei più dimenticato. E al temo stessi capii cose che nessuno potrà mai comprendere standosene seduto nella tranquillità della sua abitazione o tantomeno pontificando o sbraitando da uno scranno parlamentare. Capii che quei poveri disperati non li fermi, che continueranno ad arrivare anche a costo di morire, pur sapendo di poter morire. È così, che ci piaccia oppure no: se hai fame o non hai la libertà, non sarà certamente una legge a fermarti”.

Cos’è cambiato nel suo approccio alla scrittura narrativa dal suo primo al suo secondo romanzo?
“Penso innanzitutto, con un filo di legittima presunzione, che non sia cambiata la qualità del mio Italiano, altra parola che come Natura scrivo sempre, per rispetto, con la maiuscola; del resto, il fatto che una prestigiosa università americana come la Georgia State di Atlanta abbia adottato il mio primo romanzo come testo di esercitazione nei suoi corsi dove si insegna la nostra lingua, vorrà in fondo dire qualcosa. Detto questo, il primo e il secondo libro sono molto diversi tra di loro: Ascoltavo le maree è una storia molto intimista, commovente e divertente al tempo stesso, mentre il secondo è più un romanzo vero e proprio, con azione e con un intrico di vicende e di personaggi contrastanti. Tuttavia, detto questo, voglio sottolineare come anche in Soltanto il cielo non ha confini i sentimenti umani, nel bene come nel male, rimangano il filo rosso che tiene unito il racconto”.

Ha già in mente la trama del suo prossimo libro?
“Direi qualcosa di più di averlo soltanto in mente, dal momento che lo sto già scrivendo. Posso anticipare che sarà anche questa una storia americana, forse la più americana di tutte, dato che la vera protagonista del romanzo, al di là dei personaggi in carne e ossa che lo popoleranno, sarà la strada. Lungi da me, ovviamente, la velleità di imitare un maestro come Jack Kerouac; il mio vuole essere piuttosto un doveroso omaggio a quella che in tanti viaggi attraverso gli States - finora ne ho visitati 37 su 50 - ho imparato a considerare come l’autentica struttura nervosa e vitale di quel grande Paese. È soltanto lì, lungo le strade, che puoi scoprire e imparare a conoscere per davvero gli americani e l’America. Che non è, come molti presumono, un Paese facile da comprendere fino in fondo: è molto più complesso di quanto appaia”.

@PrudenzanoAnton

 

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