A- A+
Libri & Editori
Giuseppe Munforte racconta i dubbi di un uomo

LA PRESENTAZIONE DEL ROMANZO FIRMATA DA ANDREA CATERINI - Cos’è una famiglia felice? È questa la domanda impellente che Giuseppe Munforte ci pone. Davide, voce narrante del libro, padre di Andreas e marito di Elena (con la quale cresce anche una figlia concepita con un altro uomo, Sara) osserva la vita dei suoi cari con discrezione. Vede Sara che si sistema gli occhiali mentre impara a leggere una nuova parola, e poi Elena che trattiene il dolore – ma per cosa? – e non smette di far quadrare la gestione familiare. La casa nella quale condividono il quotidiano sembra protetta da una bolla di vetro mentre appena fuori dalla finestra, sulla tangenziale milanese, le macchine sfrecciano in un frastuono. Ma quella bolla è la voce stessa del narratore a crearla, quasi volesse posare sulla casa un’aura che la difenda dagli urti col mondo. Davide si nasconde, forse non c’è, vede soltanto, e si domanda se questa esistenza che un giorno lasceremo, tutto ciò che abbiamo costruito, le persone che abbiamo amato, continuerà anche senza di noi. Com’è il mondo quando gli voltiamo le spalle? Nella casa di vetro è una favola metropolitana, o una preghiera, quella di un padre, e di un marito, che cerca di conservare ogni attimo d’amore, di non dissipare il tempo condiviso, perché sa che questo è il solo modo per riconsegnarli all’eternità.

L'AUTORE - Giuseppe Munforte, milanese classe '62, finora ha pubblicato quattro romanzi: "Meridiano" (Castelvecchi, 1998, Premio Assisi), "La prima regola di Clay" (Mondadori, 2008), "Cantico della galera" (Italic peQuod, 2011) e "La resurrezione di Van Gogh" (Barbera, 2013).

LEGGI SU AFFARI TALIANI.IT UN ESTRATTO DAL CAPITOLO 21
(per gentile concessione di Gaffi)

Nadia si è offerta di tenere la bambina al mattino e di portarla al nido. Vado io da lei. Certe volte mi aspetta in strada, anche d’inverno. Come una madre. Aspetta sul marciapiede, sotto il palazzo. Prende la piccola in braccio e mi saluta. Altre volte sono io a salire, trovo la porta accostata. L’aria è ancora dolcemente penetrata dal tepore della notte. In sala, sul tappeto, è appoggiato il gioco preferito di Sara.
Quante mattine sono sceso nell’aria gelida, la piccola Sara vicino a me… Ora le rivedo come un dono che non ho ancora conosciuto interamente. Quando ha iniziato a camminare, non ha più voluto essere presa in braccio. Amo la sua forza testarda. Sta a un passo da me, il viso serio. Stringe al petto un pupazzo di pelouche grande quasi come lei. Non sono ancora le sette. La brina copre le siepi, l’acciaio, stende corolle luccicanti sull’asfalto. Le auto in fila appena oltre il portone. Il gas di scarico nell’aria bianca apre ghirlande pesanti, che non scendono e non salgono, il contorno si annienta in fili veloci. Non incontriamo quasi mai persone. Se vedessi una piccola come lei camminare decisa, a quest’ora, quando tutti gli altri bambini ancora dormono, non so cosa penserei. Ma ora, mentre il mattino ci sferza con i suoi richiami di luce e di gelo, non provo tenerezza né compassione. Provo solo gioia.
La piccola sale in macchina. Io accendo il motore, poi inizio a raschiare il ghiaccio dal parabrezza e dai finestrini. Gli aloni biancastri, la polvere di brina che resta attaccata al vetro, copre di veli le strade che attraversiamo. Il breve viaggio con la piccola Sara, con cui la mia vita si apre, ogni mattina, è il momento più alto della mia giornata.
Sara ama gli animali. È sempre piena di curiosità e di domande su di loro. Ne conosce tantissimi, molti più di me. Mi ha insegnato il verso del lupo. Alza gli occhi, arriccia le labbra, tende un po’ il viso e libera la sua vocina in un suono lungo e imprevedibile che mi riempie di allegria. Senza che
possa difendermi. Al mattino, in auto, provo a ululare come fa lei, e lei mi segue, iniziamo a intenderci così, come due giovani lupi che corrono, giocando a perdifiato con il nostro grande segreto. Oppure le chiedo di cantare, una delle sue lunghe filastrocche piene di sorprese. Io la seguo nei ritornelli, batto il tempo con le mani sul volante. Quelli che filano di fianco a noi dormono ancora, sono piegati sul sedile come cavalli a riposo.
Lei è già di buonumore appena sveglia, ha l’ottimo umore di quando si è svegli da molto tempo e tutto fila bene. Ricordo una volta che eravamo ancora nella penombra del pianerottolo, c’era Elena con noi. Era molto presto, non si sentivano rumori dalle case. Io ero intontito dal sonno. Mentre aspettavamo l’ascensore, si è sentita la sua vocina sicura: «Aceto, Zenzero, Peperino!».
«Tu sei Aceto» ha detto, «la mamma Zenzero». Io mi sono abbassato sulle ginocchia per vederla da vicino. Lei mi ha guardato negli occhi e ha detto: «E io sono…».
E poi quando scivolo sulle strade ancora bagnate dalla notte, nella luce mortale di queste mattine, e vedo il colore sporco dei muri e delle cose, l’umidità come cenere di un fuoco che nessuno ricorda, caduta ovunque, e cerco una via più breve passando per campi dove vecchie costruzioni si stanno spegnendo dentro una terra senza padrone, e vedo cumuli di roba abbandonata agli angoli e contro le fiancate, semicoperta, roba in terra, e nei vialetti, e panchine e case cieche e trascurate, e tutto sembra un po’ immondizia che nessuno si decide a spostare, quando, curvando piano nelle stradine dei quartieri che improvvisamente si aprono e sembrano lontani da tutto, osservo le madri che portano i piccoli in una costruzione bassa con disegni alle finestre e luci ancora spente, e vedo finestre che si aprono nei palazzi e altre ancora chiuse sotto il cielo sporco di una giornata senza luce, e gente indecisa che cammina piano per non dover già rientrare, quando vedo questo, e lo vedo sempre, tutte le mattine, penso a lei, la piccola Sara, che ho lasciata dentro questo labirinto di materia che non si ridesta, e sento la sua presenza che mi riconosce. Una corrente calda che mi penetra e mi porta al mondo. Io, pieno di gioia, di stupide lacrime da nascondere. E sento il movimento che mi separa da lei come l’azione incolpevole di blocchi di sostanza mossi dalla gravità, estranei al destino che decidono.
L’immagine di Sara lasciata in quella strada cupa, delle nostre canzoni folli e dei giochi nell’auto prima di salutarci, mi accompagna per una lunga parte della giornata.
Quando è così, sento che è un buon giorno.
La saluto sussurrandole qualcosa all’orecchio. Lei ascolta sorridendo. Questa mattina le ho detto: «Oggi io sarò il tuo cagnolino invisibile. Non dimenticarti di me».
Elena esce prima di noi. La sento muoversi piano in cucina, accostare porte, filare in punta di piedi per non disturbarci. Mi piace percepirla dal sonno, sentire la sua forza mentre ancora
non posso muovermi. L’odore del caffè, il suono del mobile, della tazza sul tavolo, di una poltroncina liberata dal peso.
Poi, accende una luce in corridoio, viene a chiamarmi, mi saluta. Bacia la bambina, se è sveglia le parla. A me sembra che sia già trascorso un tempo lunghissimo, come se stessi per cadere di nuovo nel sonno. Vedo una lunga fila di giorni e di risvegli come frutti ancora intatti, quasi segni che i piccoli della fiaba, anziché lasciarsi alle spalle, gettassero di fronte a sé per tracciare il cammino. Certe volte la trattengo. Mi piace farla sedere così, già vestita con il cappotto, un istante, sul
letto, vicino a me.
Non dico niente. Infilo una mano sotto i suoi capelli. Lei appoggia il viso sulla mia mano, socchiudendo gli occhi.
La casa è ancora fredda. Preparo il latte per la bambina, poi la chiamo. Lei di solito si sveglia subito. Mi piace guardarla mentre si sveglia. La tengo in braccio, per non farle prendere freddo. Dice sempre qualcosa di simpatico. Io vorrei sapere cosa ha sognato. Le chiedo: «Cosa hai visto, stanotte?».
La vesto. Prima di uscire le metto il cappellino, i guanti, stringo i lacci della giacca, le allaccio lentamente le scarpe mentre lei mi osserva, perché vorrebbe già imparare a farlo. Quando infine apro la porta e usciamo, sento come se un signore invisibile ci governasse. Qualcuno che non conosce i nostri nomi, non vede i nostri occhi. Noi spacchiamo il cemento e liberiamo qualcosa, abbiamo le tasche piene di doni che non potrà toccare. Come una pianta prigioniera da cui crescono fiori e rametti ingovernabili. Tra poco saremo nell’aria potente della mattina. Io penso a Elena, a Sara che mi segue stretta al suo pupazzo, e sento che il signore invisibile non può finirci, anche se la mia giornata è già quasi conclusa – anche se il nostro, io dico, è un lavoro spietato.
 

(continua in libreria...)

Tags:
giuseppe munfortenella casa di vetrogaffipremio strega
Loading...
in vetrina
Neve in pianura al Nord e neve a Milano in arrivo. Ecco quando. Meteo neve

Neve in pianura al Nord e neve a Milano in arrivo. Ecco quando. Meteo neve

i più visti
in evidenza
7 donne su 10 fingono l’orgasmo Uomini, stress da prestazione

Sondaggio di JOYclub

7 donne su 10 fingono l’orgasmo
Uomini, stress da prestazione


Zurich Connect

Zurich Connect ti permette di risparmiare sull'assicurazione auto senza compromessi sulla qualità del servizio. Scopri la polizza auto e fai un preventivo

casa, immobiliare
motori
Nissan GT-R50 by Italdesign, prodotta in soli 50 esemplari

Nissan GT-R50 by Italdesign, prodotta in soli 50 esemplari


RICHIEDI ONLINE IL TUO MUTUO
Finalità del mutuo
Importo del mutuo
Euro
Durata del mutuo
anni
in collaborazione con
logo MutuiOnline.it
Testata giornalistica registrata - Direttore responsabile Angelo Maria Perrino - Reg. Trib. di Milano n° 210 dell'11 aprile 1996 - P.I. 11321290154

© 1996 - 2019 Uomini & Affari S.r.l. Tutti i diritti sono riservati

Per la tua pubblicità sul sito: Clicca qui

Contatti

Cookie Policy Privacy Policy

Affaritaliani, prima di pubblicare foto, video o testi da internet, compie tutte le opportune verifiche al fine di accertarne il libero regime di circolazione e non violare i diritti di autore o altri diritti esclusivi di terzi. Per segnalare alla redazione eventuali errori nell'uso del materiale riservato, scriveteci a segnalafoto@affaritaliani.it: provvederemo prontamente alla rimozione del materiale lesivo di diritti di terzi.