di Antonio Vanuzzo
Vividown-Google: uno a zero. Stamattina, al Tribunale di Milano, il giudice della quarta sezione penale Oscar Magi ha accolto la costituzione di parte civile dell’associazione nel procedimento che vede imputati quattro dirigenti della divisione italiana del motore di ricerca per aver diffuso – era il settembre 2006 – il video del pestaggio di un minorenne down in un istituto tecnico di Torino. Facendo scattare l’immediata denuncia da parte di Vividown, esplicitamente offesa dai protagonisti dell’episodio, nei confronti di quattro dirigenti di Google Italia, tra cui il presidente del Consiglio di amministrazione David Drummond.
Dopo l’udienza di stamattina, l’associazione in tutela delle persone affette da sindrome di Down e il Comune di Milano rimangono di fatto in gioco nella fase pre–dibattimentale, nonostante, a sorpresa, stamani si sia appreso che la famiglia del ragazzo diversamente abile abbia ritirato la querela, senza renderne noti i motivi. Una mossa che, dicono i maligni, potrebbe essere stata concordata proprio con Google.
Al di là delle dietrologie, il caso è destinato a diventare un precedente di portata globale, anche in Italia. Sebbene il nostro ordinamento giuridico, a differenza di quello dei paesi anglosassoni, non si basi sui precedenti processuali, l’esito del procedimento potrebbe costituire un primo passo per coprire il buco normativo che riguarda la regolamentazione dei contenuti caricati online dagli utenti.
"Sono soddisfatto di com’è andata oggi", dichiara ad Affaritaliani l’avvocato di Vividown, Guido Camera: "Il giudice ha accolto la nostra costituzione di parte civile sia per la diffamazione che per la violazione della privacy". Un risultato che va considerato "molto positivamente".
E’ ancora presto, comunque, per cantare vittoria. Il momento della verità, infatti, sarà il prossimo 17 marzo, quando il giudice dovrà decidere in merito alla competenza territoriale: Milano, dove ha la sede legale Google Italia, o Torino, dove si sono svolti i fatti. Ma, prima ancora, se un tribunale italiano abbia la facoltà di processare un’azienda che abita sulla Rete, e i cui server si trovano nella contea di Sacramento, in California. Ed è proprio su questo problema di giurisdizione che, con ogni probabilità, verterà la difesa del motore di ricerca di Mountain View.