Google, l'Italia non è la Cina/ Il catastrofismo dei commenti sul web non è giustificato

Sabato, 27 febbraio 2010 - 14:21:00

di Luca Maria de Grazia
avvocato

Riprendo il discorso portato avanti con l'articolo pubblicato nei giorni scorsi, e mi sembra giusto precisare alcune altre cose.
Sto leggendo su internet i commenti più disparati, in linea di massima quasi tutti tendenti al catastrofismo. Si grida all'attentato alla libertà di iniziativa economica, alla libertà di espressione, l'Italia è stata paragonata alla Cina...

Andiamo con ordine, fermo restando e ribadendo nella maniera più assoluta che ogni commento dovrebbe essere effettuato, nel bene e nel male, solamente dopo avere letto la motivazione della sentenza.
Per ora si sa soltanto che i dirigenti di Google sono stati condannati per violazione del D.Lgs. n.196/2003. Punto e basta.
Ecco, il primo "refuso". Non è stata condannata Google, ma alcuni suoi dirigenti. Sono state condannate delle persone che probabilmente hanno omesso di svolgere, di esercitare quel potere/dovere di controllo sulla struttura amministrata.

Non dimentichiamo che la responsabilità penale è personale, ora anche una società può essere condannata per varie violazioni (vedi il D.Lgs n.231/2001), ma si tratta di responsabilità concorrenti e che non si escludono a vicenda.
Ecco chi sono: ex presidente del consiglio di amministrazione di Google Italy, David Carl Drummond, un ex membro del consiglio di amministrazione e Ceo di Google Italy, George De Los Reyes, il responsabile delle politiche sulla privacy europeo di Google, Peter Fleitcher, e Arvind Desikan, l'ex-responsabile di Google Video per l'Europa.

Poi, il paragone con la Cina... qui è stato un giudice, organo della magistratura, che ha emesso una sentenza, che è appellabile, mentre per la vicenda Google in Cina si è trattato di una imposizione governativa.
Ci siamo dimenticati la differenza e la distinzione tra i poteri costituzionali? Governo, Parlamento, Magistratura? Non ritengo che sia troppo corretto parlare delle interferenze tra questi poteri solamente in alcuni casi... o lo si fa sempre o non lo si fa mai. Almeno da un punto di vista logico dovrebbe essere così.

Poi se passiamo ad esaminare più specificatamente la vicenda, da quanto risulterebbe (sempre se confermato):
il video NON E' STATO rimosso immediatamente. Il video è stato online più o meno due mesi raggiungendo il primo posto tra i video più visti nella categoria “video divertenti”. Ogni commento è superfluo.
Il capo di imputazione dovrebbe essere relativo alla violazione di alcuni articoli del D.Lgs. n.196/2003. Come ha scritto un mio carissimo e validissimo collega,  Google semplicemente si rifiuta di accettare che si applichi la legge sulla privacy. Avrebbe potuto sollevare l'eccezione di non competenza del Tribunale di Milano. Se ha accettato di essere giudicata dal Giudice Italiano, dovrà pur accettarne le conseguenze. O no?
Il trattamento dei dati personali da parte di Google dovrebbe, tra l'altro, essere previamente condizionato dall'adesione della medesima ai c.d. safe harbor; in caso contrario per definizione della legge il trattamento dei dati personali, per di più sensibili, è vietato! Posso essere d'accordo che il D.Lgs. n.196/2003 sia una legge difficile da applicare, che possa costituire delle pastoie per certe attività, ma mi sembra che non si possa lasciare al singolo la libertà di scelta su quanto rispettare le legge e quando no.
• Una possibile obiezione potrebbe essere che attraverso la pubblicazione del video siano  stati individuati i colpevoli. Ma sarebbe stato considerato ben diversamente il comportamento di Google qualora avesse presentato lei stessa denuncia alla autorità competenti. Ma così non è stato! e passiamo al punto successivo...
Penso si possa tranquillamente affermare che Google viva mettendo a disposizione informazioni, le quali fanno da volano per il traffico degli utenti, il quale traffico rende la pubblicità un investimento con margini di profitto piuttosto ampi. Google afferma che la messa a disposizione delle informazioni è il suo business fondamentale. Se questo è il loro prodotto/servizio, come tutti coloro che vendono un prodotto/servizio, ne ha la responsabilità.
La libertà di internet: come ho più volte ed in tempi non sospetti scritto, se la libertà significa poter liberamente pubblicare anche cose del genere, e se limitarle suscita reazioni di questo tipo, allora occorre prendere atto che il senso della misura non è più di questi tempi.

Sinceramente, mi lascia molto più sconfortato il coro di proteste che la sentenza, almeno per ora.

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