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MediaTech

di Daniele Chieffi
(da Intervistato.com)

Recentemente, durante una lezione, spiegavo ai miei studenti che “la condivisione è uno degli atti che possiamo compiere e che innesca la viralità dei contenuti, insieme con il voto (leggi “like” o “+1”) e il commento”.
Mentre parlavo mi sono reso conto, però, che il concetto di condivisione che stavo spiegando era puramente meccanico ed emozionale: un paio di click, magari una riga per dire quanto piaceva o non piaceva quel contenuto e via. Il tutto, però era, ed è, piuttosto lontano da quello che solo pochi anni fa, intesseva di sé la “filosofia di internet”.

Giuseppe Granieri, nel suo Blog generation, spiega bene come i blogger fossero dediti a trovare “contenuti interessanti in Rete e a condividerli con gli altri”. Un lavoro a volte certosino di ricerca, selezione e “messa a disposizione collettiva” di nuovo sapere. D’altronde la Rete stessa, non certo Arpanet ma Internet in sé, nacque per collegare Università e quindi “mettere a sistema” il sapere. L’obiettivo era la tanto sbandierata “intelligenza collettiva, superiore alla semplice somma di quelle che la compongono”. In buona sostanza il concetto era che il ragionare insieme, il mettere in rete le intelligenze, avrebbe portato a un arricchimento collettivo altrimenti irraggiungibile separatamente.

Tornando a ciò che stavo spiegando ai miei studenti, appare evidente che non sia più così. Si condivide nell’ottica della semplice trasmissione di una informazione, poco di diverso dalla tendenza, nelle riunioni fra amici, del dire “ma lo sai cosa è successo o cosa hanno fatto Tizio o a Caio?” e ad accompagnare e ad accogliere questa informazione solo espressioni emotive, istintive: bello, brutto, divertente, sconcertante, incredibile, ecc. Latorsione del concetto di condivisione, operata dai Social Network lo ha portato molto ma molto vicino a ciò che viene chiamato Gossip. Più che “condividi”, lo script di Facebook si dovrebbe chiamare “trasmetti” o “spiffera”.

E’ la dinamica del passaparola, mi risponderà qualcuno. In fondo, il web altro non è che la proiezione digitale della società umana e quindi ne replica le dinamiche, bello o brutte che siano. Qui però il problema non è che questo fenomeno sia bello o brutto, giusto o sbagliato è che non ci porta a nulla, anzi, ci crea parecchi problemi, a cominciare ad esempio, dalla sempre minore affidabilità delle informazioni che viaggiano sulla Rete. La dinamica del gossip non prevede ovviamente né una verifica della veridicità dell’informazione né, tantomeno, alcuna preoccupazione in termini di responsabilità rispetto al fatto che, comunque, stiamo “pubblicando qualcosa”.

Se a questo aggiungiamo i tempi del Web e le dinamiche dell’attenzione delle persone, appare abbastanza ovvio che, alla fine, si reagisca in maniera istintiva, immediata, trasmettendo emozioni e non “sapere” e che, anzi, si tenda ad evitare di usufruire di contenuti complessi, impegnativi. Anche questo post, per esempio, sarà sicuramente troppo lungo per la maggior parte delle persone che ci entreranno in contatto.

Ma che ne è del buon Jon Postel, vero padre fondatore di Internet, che nel 1981, postulava la legge che porta il suo nome e che descrive il “funzionamento sociale” della Rete: “Sii prudente in quello che fai, sii liberale in quello che accetti dagli altri” (“be conservative in what you do, be liberal in what you accept from others”), che poi vuol dire che in Rete è necessario essere “prudenti” e quindi rigorosi, rispettosi, esatti e precisi per quel che riguarda ciò che si propone agli altri. Mentre bisogna essere “liberali” ovvero disposti ad ascoltare e favorire e rispettare la libertà di pensiero e d’iniziativa altrui nell’atto di ricevere.
In sostanza Postel postulò che la Rete è un ecosistema sociale il cui motore è la comunicazione basata sullo scambio, sull’ascolto, sul rispetto dell’altro, sull’apporto di valore da parte di ognuno, sull’interazione. Chi entra e comunica in Rete si assume una responsabilità per ciò che dice o fa ma anche una responsabilità verso l’altro, ovvero l’impegno a interagire, ad ascoltare, a condividere. Appunto, a condividere, in un’ottica di impegno e contributo in termini di valore, non certo di gossip.

Questa legge è ormai lettera morta, in una Rete dove fluiscono miliardi di contenuti e in cui la viralità è uno strumento sempre più incoraggiato per fini commerciali e dove finanche i cosiddetti influencers si misurano non tanto sulla qualità di ciò che dicono quanto su quanto riescano a ingaggiare le loro communities: la visibilità prima di tutto.
Mi rileggo e ho la sensazione di aver parlato come i simpatici vecchietti che dicono “eh, ai miei tempi le cose erano diverse”. Sarà, ma io continuo a pensare che questa Rete gossippara e sempre più simile alla televisione commerciale sia, più che altro, una gigantesca occasione mancata.

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