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Medicina
Olfatto ed occhi rivelano l'Alzheimer. Nuovi test per diagnosi e monitoraggio

di Paola Serristori

Una diminuzione della capacità di identificare gli odori potrebbe essere un primo segnale di decadimento cognitivo e dello sviluppo dell'Alzheimer. E l'esame della retina permetterebbe di “vedere” i depositi anomali della proteina Beta-amiloide, che è associata al morbo. I ricercatori ne sono convinti. Ad Alzheimer's Association International Conference (AAIC 2014) sono stati presentati due studi che confermano l'ipotesi che riguarda il coinvolgimento dell'olfatto nelle fasi iniziali dell'Alzheimer. Altri studi rivelano una corrispondenza tra il livello di Beta-amiloide (la proteina con anomalo comportamento all'inizio del processo di malattia che conduce all'Alzheimer) negli occhi ed il deposito della stessa proteina nel cervello. La proteina Beta-amiloide forma placche nei cervelli dei malati di Alzheimer molti anni prima che la persona si accorga di avere problemi di memoria o altri deficit cognitivi.

Clinicamente è solo possibile diagnosticare l'Alzheimer nello sviluppo avanzato, quando danni significativi si sono verificati nel cervello. Invece, marcatori biologici dell'Alzheimer possono esser in grado di diagnosticare la malattia nella fase iniziale. Ma bisogna individuarli per capire a quali esami sottoporre i malati del morbo che non hanno ancora sintomi. Questo è possibile usando PET con uno speciale composto chimico che si lega alla proteina Beta-amiloide, di modo che gli accumuli di proteina sotto forma di placche nel cervello possono essere rivelati anni prima che i sintomi appaiano. Tuttavia, le scansioni sono costose e non disponibili ovunque. L'Amiloide può anche essere individuata nell'esame del liquido cerebrospinale attraverso una puntura lombare, un ago inserito tra due vertebre nella regione lombare preleva un campione di fluido che permea il cervello ed il midollo spinale.

PERCHE' NON SI PERCEPISCONO ODORI

La difficoltà nell'identificare gli odori è un segnale di “cognitive impairment”, declino cognitivo, ed una precoce caratteristica dell'Alzheimer. Com'è noto, la malattia uccide le cellule del cervello, incluse quelle che sono importanti per il senso dell'olfatto. Una nuova via è aperta dallo studio Harvard Aging Brain, condotto da Matthew E. Growdon, Harvard Medical School e Harvard School of Public Health, finanziato da National Institute on Aging (NIA) ed Alzheimer’s Association. Growdon ed i colleghi hanno esaminato le associazioni tra olfatto, performance della memoria, biomarcatori di perdita della funzione delle cellule del cervello, e deposito di Amiloide in 215 anziani clinicamente normali arruolati ad Harvard Aging Brain Study, Massachusetts General Hospital. I ricercatori hanno assegnato i 40 temi del test University of Pennsylvania Smell Identification (UPSIT) ed una batteria completa di test cognitivi. Essi hanno anche misurato la dimensione di due profonde strutture del cervello, la corteccia entorinale e l'ippocampo (che sono importanti per la memoria), ed i depositi di Amiloide nel cervello.

Ad AAIC 2014, Growdon ha riferito che in questo studio della popolazione un più piccolo ippocampo ed una più sottile corteccia entorinale erano associati a peggiore identificazione dell'odore e peggiore memoria. Gli scienziati hanno anche rilevato che in un sottogruppo dei partecipanti allo studio con elevati livelli di Amiloide nel cervello una più spiccata morte delle cellule del cervello, come indicato da una più sottile corteccia entorinale, era significativamente associata con peggiore funzione dell'olfatto.

“La nostra ricerca suggerisce che il test di identificazione degli odori è indicato negli individui clinicamente normali, in particolare i più anziani che sono a rischio di Alzheimer - ha detto Growdon - . Per esempio, esso può identificare i giusti candidati per più costosi ed invasivi test. I nostri risultati sono promettenti, ma devono esser interpretati con cautela. Questi risultati sono come una foto istantanea. La ricerca condotta nel tempo ci darà una migliore idea dell'utilità di testare l'olfatto per la diagnosi precoce dell'Alzheimer”.

Heather Snyder, Direttore Medical and Scientific Operations Alzheimer's Association, ha aggiunto: “Di fronte all'aumento di casi di Alzheimer nel mondo, è indispensabile trovare semplici, poco invasivi, test per identificare al più presto il rischio di Alzheimer. La ricerca nell'area molto promettente dei biomarcatori della malattia di Alzheimer è necessaria e va sollecitata poiché la diagnosi precoce è essenziale per trattamento iniziale e prevenzione, nel frattempo che si attendono nuove indicazioni terapeutiche. Questi studi conducono a possibili metodi di diagnosi precoce e nel campo della ricerca rendono possibile una migliore impostazione degli studi individuando la popolazione per la sperimentazione clinica nella prevenzione e trattamento dell'Alzheimer”.

Il secondo studio sull'olfatto come indicatore di neurodegenerazione collegata ad Amiloide è stato condotto da Davangere Devanand, Professor of Psychiatry, Neurology, Sergievsky Center, Columbia University Medical Center, tra 1037 pazienti non dementi di un gruppo multietnico di New York: 34% bianchi, 30% afro-americani, 36% ispanici. L'età media dei volontari era 80.7 anni. Durante i controlli nel tempo, 109 individui erano diventati dementi (101 con Alzheimer), 270 volontari sono morti nel periodo dello studio.

Intervenendo ad AAIC 2014, Devanand ha riferito che sui 757 soggetti seguiti, il più basso punteggio di identificazione dell'odore al test UPSIT era significativamente associato con il passaggio dalla demenza all'Alzheimer. Per ogni punto più basso che una persona ha segnato sul test UPSIT, il rischio di Alzheimer aumentava del 10%. Inoltre, basso punteggio di base al test UPSIT, ma non misure di memoria verbale, era significativamente associato a declino cognitivo in partecipanti senza indebolimento cognitivo all'inizio della ricerca.

“I deficit nell'identificazione dell'odore erano associati con la transizione dalla demenza all'Alzheimer - ha commentato Devanand - e con il declino cognitivo nei partecipanti cognitivamente intatti. Se studi su più larga scala riprodurranno questi risultati, un test relativamente non costoso come l'identificazione dell'odore può esser in grado di rilevare i soggetti con un aumentato rischio di demenza ed Alzheimer davvero nello stadio precoce ed è utile per identificare più in generale soggetti con aumentato rischio di declino cognitivo”.

OCCHI SPECCHIO DELLA SALUTE

Sempre per la diagnosi precoce, i ricercatori puntano su un altro organo sensoriale: la vista. Le placche di Beta-amiloide nella retina di persone con l'Alzheimer sono simili a quelle osservate nel cervello. Lo studio è stato effettuato da Commonwealth Scientific and Industrial Research Organization (CSIRO), con Edith Cowan University, McCusker Alzheimer’s Research Foundation e NeuroVision Imaging della California. Esso fa parte del programma Australian Imaging and Biomarkers Lifestyle Study of Aging (AIBL). L'autore Shaun Frost ha riferito nel corso di AAIC 2014 i risultati preliminari su 40 volontari che hanno assunto un integratore brevettato contenente curcumina, che si lega alla proteina Beta-amiloide con un'alta affinita e ha proprietà fluorescenti che permettono di individuare le placche nella retina usando un nuovo sistema diagnostico, NeuroVision Imaging, LLC, ed una tecnica chiamata “Retinal Amyloid Imaging” (RAI). I volontari sono stati sottoposti anche a PET dell'Amiloide nel cervello in modo da metter in relazione i depositi nella retina con quelli nel cervello. Lo studio sarà concluso entro la fine del 2014 su tutto il campione di 200 partecipanti, ma i dati iniziali confermano l'intuizione degli studiosi. Il test “Retinal Amyloid Imaging” è differenziato per lo screening di pazienti con o senza Alzheimer, con 100% di sensibilità e 80.6% di specificità, dunque risulta molto attendibile. Inoltre, studi su una coorte iniziale hanno dimostrato una media del 3.5% di aumento dell'Amiloide nella retina in 3.5 mesi, per cui la tecnica di indagine è utile per il monitoraggio di eventuali terapie.

“Questa tecnologia ha grandi potenzialità nello screening iniziale, ad integrazione dei metodi di indagine attualmente utilizzati: PET cerebrale, MRI, e test clinici - precisa Frost - . Se ulteriori ricerche dimostreranno che i nostri risultati iniziali sono corretti, l'esame potrebbe essere inserito come parte del normale check-up degli occhi. Il livello di alta risoluzione delle nostre immagini consente il monitoraggio accurato delle singole placche retiniche come possibile metodo per seguire la progressione e la risposta alla terapia".

Un altro studio sulla lettura dell'Amiloide nelle lenti dell'occhio e legata alla presenza di Amiloide nel cervello, in Fase 2, ha confermato i precedenti risultati positivi. I ricercatori sono partiti dalla conoscenza degli studi post-mortem che avevano identificato la proteina tossica Beta-amiloide nella regione sopranucleare delle lenti di malati di Alzheimer e concentrazioni simili nel cervello. Si è pensato di sviluppare un nuovo sistema di scansione dell'occhio, “Fluorescent Ligand Eye Scanning” (FLES), in modo da disporre di una nuova tecnica non invasiva di diagnosi del morbo. Il ricercatore principale è lo scienziato Pierre Tariot, Direttore di Banner Alzheimer's Institute, Phoenix, responsabile dell'importante sperimentazione Alzheimer Preventive Iniziative (API) su portatori della forma genetica di Alzheimer, in Colombia, dove è particolarmente diffusa, nella regione di Medellin. “C'è un critico bisogno di un veloce, affidabile, test, ed a basso costo, prontamente disponibile per la diagnosi precoce della malattia di Alzheimer", sottolinea Tariot.

Alla presentazione è intervenuto Paul D. Hartung, Presidente e Ceo di Cognoptix, Inc., che coi suoi colleghi ha sperimentato la scansione dell'occhio attraverso il nuovo sistema di tracciamento fluorescente che utilizza un unguento per uso topico che si lega ad Amiloide ed uno scanner laser.

I ricercatori hanno esaminato 20 persone con sospetto Alzheimer, includendo casi lievi, e 20 volontari sani. L'unguento è stato applicato il giorno prima dell'esame all'interno della palpebra inferiore. La scansione laser ha rilevato dalla striscia fluorescente la presenza di Beta-amiloide nell'occhio. La tomografia cerebrale ad emissione di positroni (PET) di Amiloide è stata eseguita su tutti i partecipanti per determinare la densità della placca di Amiloide nel cervello. In base alla fluorescenza gli scienziati sono stati in grado di distinguere i malati di Alzheimer dai volontari sani con un alto margine di precisione (sensibilità 85%, specificità 95%). Per di più il test sui livelli di Amiloide nelle lenti dell'occhio era significativamente corrispondente ai risultati di PET al cervello. Nessun effetto collaterale è stato segnalato.

CATARATTA: DEFICIT PER IL CERVELLO

Così come un deficit del cervello influisce sui sensi, è vero anche che il cervello ha bisogno di continue stimolazioni attraverso i sensi. E persino il recupero di una buona vista, dopo l'intervento di cataratta, si rivela utile a recuperare smalto, oltreché migliorare la qualità della vita. Lo studio di Alan J. Lerner, Case Western Reserve University e University Hospitals Case Medical Center, presentato ad AAIC 2014, ha preso in esame l'effetto della rimozione della cataratta su abilità visiva, cognitiva, e benessere nelle persone affette da demenza. Sono stati coinvolti i pazienti dei reparti di demenza e oftalmologia di University Hospitals Case Medical Center e MetroHealth Medical Center, Cleveland, Ohio, e divisi in due gruppi: nel gruppo 1 coloro che avevano accettato subito l'intervento chirurgico, nel 2 chi aveva ritardato o rifiutato l'operazione. Vista e stato cognitivo, modo e capacità di completare le attività quotidiane sono stati valutati all'inizio e sei mesi dopo, oppure sei mesi dopo la chirurgia. I primi dati che emergono dai risultati su 20 pazienti operati e 8 non operati evidenziano un significativo miglioramento della vista, del comportamento, e riduzione del declino della memoria e nell'esecuzione delle funzioni tra coloro che si sono sottoposti ad intervento. Di conseguenza è migliorata anche la condizione dei familiari che accudivano il malato.

“Questo studio conferma la nostra convinzione di Alzheimer's Association che le persone con demenza traggono beneficio da una completa assistenza - ha sottolineato Maria Carrillo, Vice Presidente Medical and Scientific Relations Alzheimer's Association - . Troppo spesso si sente dire 'non c'è bisogno di cure extra' o 'perché sottoporli a tante cure?', ma sono orientamenti non giustificati ed anzi una cattiva pratica medica”.

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