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Medicina
"Ho visto cose che noi umani", un lungo viaggio nella mala (e buona) sanità

Introduzione

Paolo Biglioli, pioniere della chirurgia car-diovascolare, racconta a Paola Salvadori un percorso che, dai primi passi in uni-versità alle esperienze più toccanti con i pazienti, dalle battaglie con le istituzioni agli accordi nobili di un mondo accade-mico che va scomparendo, ha cambiato in meglio — e per sempre — la vita di tan-tissime persone.

Non un libro per medici e addetti ai lavo-ri, quindi, ma uno scorcio della strada che ha portato le cure del cuore alla gente comune, vista con gli occhi di chi con il proprio lavoro ha contribuito in maniera decisiva alla storia del nostro Paese. La grande storia: quella letta sui giornali e sui libri, che vista da vicino è fatta di giorni eroici.
Passa il tempo e cambiano gli scenari, dall'Italia al nord Europa agli Stati Uniti, dal Sud America all'Estremo Oriente, per tornare infine a Milano, in un viaggio popolato di volti che hanno creato una vera "capitale del cuore-. Un esempio di volontà e tenacia, di idealismo e convin-zione, e per i più giovani un invito a non arrendersi.

Paolo Biglioli, con un gruppo di colleghi, realizzando il sogno di una sanità per tutti ha toccato un traguardo importante, ma guarda già oltre, con apertura e curiosità — la stessa di cinquant'anni prima — alla medicina che verrà.
 

Gli autori

Paolo Biglioli, laureato in medicina a ventitré" anni, entra nella scuola chirurgica del professor Malan e segue la carriera universitaria anche attraverso numerosi soggiorni all'estero. Si appassiona alla ricerca traslazionale e abbraccia con entusia-smo le novità. scientifiche. Presidente della Società Italiana di Chirurgia Cardiovascolare e poi della International Cardiovascular Societv, e autore di oltre cinquecento pubblicazioni scientifiche e tre trattati di tecnica chirurgica. Ha contribuito alla creazione e allo sviluppo del Centro Cardiologic( Monzino di Milano e ha influenzato l'evoluzione della cardiochirurgia italiana dell'ultimo scorcio del Novecento.

Paola Salvadori, milanese, si occupa eli comunicazione come consulente, copy , redattrice e traduttrice nel setton editoriale, pubblicitario e web e per tutti i media. Laureata in lingue e letterature straniere, si e formata nell'editoria e dal 1998 lavora come freelance per clienti italiani e stranieri.

 

Prefazione di Alberto Quadri Curio (Professore emerito di economia politica, Università Cattolica)

1. La risposta a un perché. Può sembrare strano che un econo-mista scriva la prefazione al racconto-dialogo tra un famoso car-diochirurgo e una brava autrice. La ragione è invece plausibile, perché Paolo Bigliofi è un amico carissimo (perciò di qui innanzi è Paolo), che conosco dai tempi lontani di quando eravamo ra-gazzi e vivevamo in Valtellina. Per questo ho accolto subito la sua proposta di scrivere la prefazione a questo racconto-dialogo che si incentra, anche se non si esaurisce, sulla sua professione medico chirurgica.

La mia riflessione è caratterizzata dalla conoscenza che risale a tempi molto lontani della nostra vita. Nella sua come nella mia famiglia, che vivevano prevalentemente ma non esclusivamen-te in Valtellina, vi era un forte apprezzamento e ricordo delle persone che avevano meritato, consolidando con le loro opere anche il bene comune e vivendo un sano orgoglio del costruire senza però scadere nell'alterigia quando un successo veniva rag-giunto. L'esempio era dato dalle persone che avevano dedicato la vita a un impegno: da quello nello sci e nelle ascensioni (sport dei quali Paolo e io eravamo appassionati) fino a quello delle professioni. Credo che proprio in quegli anni lontani entrambi abbiamo assorbito questa etica civile dalle nostre famiglie per lavorare al meglio, consapevoli di essere parte di una comunità di riferimento che, per Paolo e per me, fu poi quella universitaria. Quella carriera accademica che ci aveva portato per vari anni in luoghi diversi durante i quali ci siamo visti raramente. E tuttavia, a ogni incontro ritrovavamo una piena e facile sintonia, di ami-cizia e di ricordi.

Dagli anni Ottanta, quando tutti e due eravamo ritornati sta-bilmente a Milano, le nostre frequentazioni si fecero sempre più intense anche per l'affetto creatosi tra le rispettive mogli, Carla e Marisa. Di nuovo ci legava anche il passato, perché la mia fami-glia aveva da generazioni rapporti di amicizia con quella di Carla.
Per questi motivi credo di poter spiegare chi è Paolo, qual è stata la sua vocazione di medico e perché egli abbia raggiunto risultati così importanti. La mia lettura non viene ovviamente dall'interno della sua professione, data la mia incompetenza a trattare di questioni mediche.

È invece quella di un amico e col-lega universitario che si concentra su alcuni aspetti della vita di Paolo come persona e medico, come accademico e cofondatore del Centro Cardiologico Monzino. E, di nuovo, come amico.


2. Persona e medico. Persona si diventa pienamente quando ci si sente parte di una comunità, quale che sia, interpretando le necessità del prossimo non in termini di espressioni di vaga comprensione e a parole ma con azioni concrete di solidarietà. Le persone possono giungere a essere tali con la ragione sorretta da ideali e/o per un'inclinazione naturale. Sono due componenti la cui combinazione varia da persona a persona e si consolida o si dissolve con gli anni.

Paolo aveva e ha questa inclinazione naturale, alimentata dalla fiducia nel prossimo e da una ragione pacata che del prossimo sa smussare anche le sgradevolezze. Tutto ciò non ha significato per lui un lasciar correre e una rinuncia a valutare il prossimo, ma ha evitato che episodi difficili di cui si fa cenno nelle pagine successive diventassero motivo per cambiare il proprio atteggia-mento di fiducia e di ottimismo. Così è stato ed è Paolo, senza ostentazione e con una naturalezza che a sua volta ha creato ver-so di lui un rispetto profondo.

Quello che si prova nei confronti di una persona autentica che tale ha continuato a essere anche quando il successo professionale avrebbe potuto, come spesso accade, modificare la sua umanità in atteggiamenti di superiorità.
Questo suo modo di essere persona si è fuso nella sua voca-zione di essere medico.

Credo che un medico vero sia chi sente una vocazione e ha il coraggio e l'intelligenza di convertirla nella concretezza di quella professione difficile e rischiosa, senza lasciarsi prendere dall'an-sia della salita dapprima e dalla certezza della propria superiorità quando si è raggiunto quel successo che Paolo si è conquistato. Perché il medico tratta con la sofferenza delle persone, verso le quali nessuno dovrebbe sentirsi superiore.

Paolo capì ben presto la sua vocazione di medico e ac-cettò la sfida che la stessa gli poneva iniziando un cammino che non considerò mai concluso. In quasi sessant'anni i suoi riferimenti e i suoi interlocutori furono molti e verso di loro egli ebbe quella convinzione comportamentale che già prima ho delineato: rispetto e solidarietà concreta. A cominciare dai pazienti.

Grande fu anche la sua ammirazione per il maestro, profes-sor Malan, che tale per lui rimane ancora oggi. Ma esempio fu per lui anche chi non aveva raggiunto i vertici della chirurgia e tuttavia esprimeva una vocazione medica forte, altruista e corag-giosa come il dottor Piero Fojanini, che fu mitico in Valtellina per decenni.
3. Accademico e Cofondatore. Paolo ammirava i maestri e le scuole e anche per questo è diventato maestro e ha fondato una scuola.

Nelle pagine che seguono Paolo ha scritto:
Forse è bene dire che cos'era una scuola, e perché era così importante entrare a farne parte. La scuola universitaria era un 'istituzione che discendeva in fondo da quelle che erano le Scuole socratiche, le Scuole greche di filosofia, istituzioni che comportavano la tua appartenenza a un mondo che non ti avrebbe mai più abbandonato.

Nella scuola il Maestro insegnava tutto: insegnava la chirurgia, insegna-va cos'era il mondo universitario, insegnava cos'era la vita e come bisognava comportarsi. E gli allievi, a seconda della propria capacità, volontà e disponibilità a sostenere sacrifici; restavano in questo mondo con la prospettiva certa di fare carriera. La scuola era estremamente dura... Spesso in questo atrio [di un Istituto del Policlinico di Milano] si incontrava il profes-sor Malan in compagnia dei più grandi clinici di allora — i professori Bar-torelli e Maspes, Polli, Bocca, Candiani, Cazullo e altri ancora — intenti a guardare una radiografia controluce, a discutere, confrontarsi, circondati da noi tutti, allievi della scuola.

La prerogativa di questi ambienti, non solo dello Zonda ma di tutti i padiglioni del Policlinico, è che lì si faceva e si trasmetteva la cultura. La sensaione indimenticabile è che la cultura medica e quella umana, la cultura di vita, venivano in gran parte trasmesse attraverso gli atri di questi padiglioni.
Quando nell'università di Sassari Paolo divenne completamente autonomo con responsabilità decisionali, sia come maestro sia nell'organizzazione di una clinica universitaria, quattro furono le sue coordinate professionali: i pazienti, gli allievi, il personale tecnico e la clinica.

Ovvero le persone, nelle loro diverse posizio-ni, e l'Ospedale, dove vocazione e professionalità si misuravano quotidianamente con la sofferenza da alleviare e la speranza da alimentare senza creare illusioni.
Tale è rimasta la sua impostazione e questa gli ha consentito di costruire una struttura di eccellenza come il Centro Cardio-logico Monzino. Qui egli ha continuato a migliorare le tecniche chirurgiche, sempre consapevole che il rischio era insito in ogni innovazione ma che lo stesso andava accettato. Il Monzino è perciò indissolubilmente legato al suo nome.

Anche se nella sua esemplare semplicità egli ha concluso la propria carriera nella convinzione che l'opera sarebbe continuata con altri ed evitando quegli strascichi che spesso connotano i cambi d'epoca e di per-sone nelle istituzioni universitarie dove, talvolta, chi segue pone tra i propri scopi anche quello di far dimenticare chi è venuto prima.

La bellissima lettera che il professor Paolo Mantegazza, Ret-tore dell'Università Statale di Milano dal 1984 al 2001, ha scritto al professor Cesare Fiorentini in occasione del XXV anniver-sario del Centro Cardiologico Monzino, celebrato il 29 novem-bre 2010, è il documento sinteticamente più significativo sulla realizzazione del Monzino e sull'opera di Paolo. Per questo va riprodotta qui integralmente anche come esempio della classe dei professori di "antica aristocrazia" qual è stato il Rettore Mantegazza.

Carissimo Cesare,
devo comunicarti con vivo rammarico che per motivi di salute non potrà essere presente. Ti confesso che quando l'amico professor Berti me ne ha portato il programma e ho visto citato il mio nome mi sono meravigliato del fatto che qualcuno si fosse ricordato che la convenzione fra il Monzino e la cardiochirurgia universitaria milanese porta la mia firma accanto a quella del Cavaliere del lavoro Italo Monzino. Commosso, mi piace ricordare che alla firma della convenzione era presente anche il grande professor Cesare Bartorelli, un promotore dell'iniziativa, amico e medico personale del Ca-valier Italo Monzino.

Se non sbaglio, il personale universitario allora previsto nella convenzio-ne era costituito dal titolare della Cattedra professor Biglioli, dal professore Associato Andrea Sala e dal Ricercatore dottor Vincenzo Arena. Tre colleghi che in breve tempo si dimostrarono instancabifi lavoratori. Erano infatti quotidianamente dal mattino alla sera in sala operatoria. Ricor-do che quando cercavo Biglioli al telefono mi veniva sempre riiposto: "Sta operando". Una volta, incontrandolo al Morkino, gli chiesi: 'Ma tu vivi in camera operatoria? Non ti stanchi mai?" Egli mi rispose:  'Ho un mio segreto, quando non ne posso più faccio un giro sulle nostre Alpi e sui nostri laghi, e il meraviglioso panorama che contemplo dei nostri paesaggi mi rigenera completamente e torno a lavorare più di prima".

Sono convinto che quel miracolo, cui abbiamo assistito in questi venticin-que anni e che oggi verrà descritto, sia stato proprio innescato dall'inesauribile e intelligente lavoro di Biglioli e dei suoi collaboratori di allora.
Ricordo che conobbi Biglioli prima ancora di conoscerlo personalmente quando partecipai  con un suo grande Maestro, il professor Edmondo Ma-lan, alla prima missione di medici italiani inviata in Cina dal nostro mini-stero degli Esteri. In quei quindici giorni trascorsi con Malan nella grande caserma cinese di Mao Tse Tung lo sentii parlare con stima di Bigliog considerandolo un ottimo clinico, un eccellente chirurgo, un intollerante della mediocrità e soprattutto un ostinato realkzatore delle proprie idee e delle proprie iniziative.

Durante il Convegno si avrà modo di sentire numerosi allievi, nati da quel primo esiguo nucleo. Che sono i motivi per i quali il Centro di cardio-chirurgia viene meritatamente ritenuto essere un vero centro di eccellena, motivi per i quali anche la facoltà di Medicina viene considerata all'avan-guardia nell'ambito delle competenze cardiologiche.
°Questo grnie anche all'aver trovato nella fondazione Morkino una sede adatta per un fecondo sviluppo nelle stesse discipline. Mi auguro che questa collaborazione possa continuare almeno altri venticinque anni.

4. Amico. Ho lasciato alla fine della mia riflessione questo aspetto perché lo stesso coinvolge sentimenti che difficilmente si possono descrivere. Paolo è stato amico di chi conosceva bene ma anche di chi arrivava da lui sotto la preoccupazione delle ne-cessità chirurgiche. In questo ha trasmesso a chi l'ha frequentato, per tanto o per poco tempo, un senso di fiducia nella consapevo-lezza che fiducia è anche quella di accettare, quando è giunto il momento, il proprio destino. La sua franchezza ha sempre avuto quell'impronta di umanità che gli ha evitato toni di durezza o di indifferenza.

Il lettore di questo racconto-dialogo valuterà con il proprio metro personale di giudizio. Il mio è stato quello della conoscen-za diretta di Paolo e di Carla che gli è stata ammirevole compa-gna di una vita. A entrambi va, con Marisa, il nostro abbraccio.


20 settembre 2014

 

 

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