di Fabio Massa
| ESCLUSIVO/ IL MANIFESTO DI MASSIMILIANO FINAZZER FLORY Ho sei argomenti nel programma del prossimo anno. Il primo: Milano deve tornare ad essere capitale del libro e della cultura. Visto che non abbiamo un salone di dimensione nazionale, per ora propongo il 20, 21 e 22 marzo le giornate della lettura. Sto siglando un accordo gli editori perché in quelle giornate ci sia uno sconto sulle pubblicazioni in libreria. Mi preoccuperò di ottenere spazi per le presentazioni delle opere. E nella notte del 20 faremo i gruppi di lettura a lume di candela, con le biblioteche aperte fino a mezzanotte. Offriremo anche una campagna di comunicazione agli scrittori per sostenerli. Secondo: le periferie. Bisogna coinvolgerle: con la mostra del futurismo, almeno un terzo delle iniziative saranno fatte in periferia, coinvolgendo tutti i consigli di zona con eventi capaci di suggestionare e provocare interesse. Terzo: c'è un gap tra il sapere scientifico e la città. Da metà maggio a metà giugno, Milano avrà un mese dedicato alla scienza con letture, conferenze e una mostra dedicata a Darwin, per ragionare su questa figura paradigmatica. Quarto: il tema dell'arte contemporanea. E' molto importante per Milano, ma collezionisti, galleristi e pubblico devono sapere che cos'è il contemporaneo, capire meglio l'andamento di quest'arte ed evitare che essa stessa si presenti come caricatura o come falsa contemporanea. Quinto: la promozione delle biblioteche, di teatri e di musei attraverso la comunicazione. Sto lavorando a un "social networking". Lo dico ad Affari proprio per la sua specificità: internet è sfruttata da noi poco e male. E peggio ancora è capita dai miei colleghi intellettuali. Sto ragionando su un progetto che sia un "we-tube" della cultura. Sesto: istituirò una commissione di esperti. Sarà composta da 30 elementi. Sarà interdisciplinare, multipartisan. Il modello è quello di Attali. L'obiettivo è un libro bianco per la riforma della cultura da consegnare entro maggio alla città. A questo proposito, vorrei dare subito delle indicazioni. Abbiamo bisogno di individuare degli strumenti fiscali per agevolare in chiave locale i finanziamenti alla cultura, semplificando anche le procedure che consentono la collaborazione di mecenati alle mie attività culturali. Sono pronto a dedicare targhe, riconoscimenti, nelle biblioteche, per quei mecenati che offriranno contributi economici o materiali, come stock di volumi di libri rari o pregiati. Oggi farò una riunione per fare dei sondaggi sulla percezione che hanno della nostra città cittadini e turisti. |
Parla piano, scandendo le parole, riflettendo su ogni termine. Sottolineando con il tono di voce i concetti più importanti. Il neoassessore alla Cultura Massimiliano Finazzer Flory sceglie Affari per la sua prima intervista-manifesto. "Voglio parlare di fatti concreti", premette, mentre raccoglie le mani sul tavolo del suo studio. Ma la premessa non può che essere la sua definizione di cultura.
Assessore, che cos'è la cultura?
Cultura è la capacità di creare connessioni tra il passato e l'avvenire. Cultura è stare dalla parte della domanda, dell'interrogazione, cultura è inventare e costruire mondi possibili, cultura è l'ascolto disciplinato dall'ispirazione. Cultura è soprattutto una modalità con la quale stare al mondo, una riflessione e insieme una rappresentazione di come gli uomini vivono insieme e della ragione per la quale gli uomini vivono insieme.
Caliamo questo concetto nella realtà milanese, decliniamolo. Di che cultura ha bisogno Milano?
Calare queste categorie dentro Milano significa calare queste categorie dentro la città. La cultura di cui ha bisogno Milano è una cultura urbana. Questo significa mettere in luce tre aspetti. Prima di tutto il movimento, che da sempre caratterizza Milano. In secondo luogo: la cultura del fare, che in realtà è una cultura del creare. E infine il tema della convivenza, della città come ordine spontaneo, pluralista. Della città come opera d'arte contemporanea che si autoriproduce in modo sempre diverso. Il nostro compito è di conoscerla, rappresentarla e di accompagnarla, per quanto possibile, lungo sentieri virtuosi e non perversi. La città è fatta da una quantità e qualità di scambi psicologici, fisici, relazionali, politici, economici. La cultura urbana non può che essere una cultura della complessità. Come assessore credo nella cultura della complessità e che oggi governare la complessità sia il nostro compito, senza rinnegarla, ma al contrario tentando di amarla. E' una grande sfida alle nostre intelligenze.
Qual è il rapporto della politica con la cultura?
La cultura di fronte alla politica spesso fugge, o si risolve in neutralità. Oggi però, perché nel passato la cultura era al centro della politica come strumento non di rado "ideologico". Non credo alla cultura come ideologia, ma non credo neanche alla cultura come marketing. Non credo neanche alla cultura come mera amministrazione del quotidiano. La cultura alla quale credo io ha i piedi per terra, ma lo sguardo verso il cielo. Tanto per capirci: il possibile patto tra la cultura e la politica passa attraverso il "fare le cose", attraverso "la realizzazione". Quello che osservo oggi è uno iato, una frattura, una differenza di lessico tra la cultura e la politica, che a volte produce equivoci, altre volte pregiudizi.
| DALLA PARTE DEGLI ARTISTI "Come assessore mi piacerebbe stare dalla parte degli artisti. Soprattutto di quegli artisti che ancora famosi non sono e che spesso non riescono ad esprimere la loro vocazione e il loro linguaggio perché soffocati da questo o quel manager, direttore, cda, che non consente loro di offrire un contributo più concreto alla creatività milanese" |
A proposito di equivoci, c'è la questione dell'iniziativa sulla cultura nomade...
E' un caso emblematico. Trovo legittimo che la politica e che alcuni politici traducano le parole a partire dai loro interessi politici ma queste parole sono prepolitiche, sono metastoriche. Il riferimento al nomadismo era evidente: io parlavo di nomadismo antropologico, ricordando la cultura, ad esempio, ebraica, cristiana, delle migrazioni. Probabilmente non sarà l'ultima volta, questa dei rom e dei nomadi, nella quale misureremo la distanza tra i due lessici. La mia sfida è di riscrivere la sintassi del rapporto con la politica. Altrimenti a che serve la cultura?
Torniamo alla cultura urbana. In questa Milano della cultura ufficiale, c'è anche una cultura underground: graffiti, Leoncavallo... Quale è il suo atteggiamento?
Il mio atteggiamento è di curiosità. Risponderei con una citazione di Giorgio Manganelli, scrittore del secondo novecento milanese: "Per me ogni cosa è adescamento culturale". Non ritengo la cultura non ufficiale di serie B, ritengo che la cultura sia sempre il tentativo di esprimere una novità. Si tratta di capire se le novità di cui stiamo parlando sono davvero novità oppure sono riproposizioni del passato in altre facce. E' chiaro quando parliamo di graffiti, quando questi appaiono per la prima volta a New York e sono il frutto di un movimento non solo artistico ma di rivendicazione di natura etnica, hanno un valore e un significato. Non mi pare il caso di Milano.
Questa città sta cambiando molto, nella maniera più radicale degli ultimi 20 anni. Quanto contribuisce e contribuirà la cultura al cambiamento della capitale morale d'Italia? Le piace come sta cambiando Milano?
La città, per essere tale, risponde a tre requisiti: un'ampiezza territoriale, una dimensione quantitativa (quindi, numero di abitanti), una intensità negli scambi. Penso che Milano assolve a due di questi tre requisiti: ha ancora troppi pochi abitanti. Gli abitanti ormai stanno attorno alla città: dobbiamo ripensare i confini. Non quelli amministrativi, ma da un punto di vista sociologico. Dobbiamo cercare di attivare ampliamenti strategici a livello culturale verso Pavia e verso Monza.
Insomma, i milanesi pensano ancora che Milano è brutta ma è ricca...
Forse è sbagliato. Intanto perché siamo meno ricchi di quanto si pensi, e magari perché siamo più belli di quanto immaginiamo. Il fatto che la città sia prima di tutto quella del "fare business" e poi quella del "fare" è un grave errore.
(Continua - Il degrado in Piazza Duomo e l'assessorato-bancomat...)