di Fabio Massa Sorprendente sentirsi dire che Povia ha ragione e che si può parlare male dell'omosessualità? Mica troppo, se si intervista Vittorio Sgarbi. Il quale, come è noto, a Milano ci ha rimesso le deleghe assessorili, per l'aver promosso mostre e arte omosex. Ma che ha scelto Affaritaliani.it per rendere noto il suo pensiero. Che - manco a dirsi - è controcorrente.
Vittorio Sgarbi, lei cosa ne pensa della canzone di Povia?
Penso che è una polemica inutile.
Ma come? Lei ha difeso sempre i gay e adesso pensa sia inutile una polemica su una canzone che equipara l'omosessualità a una malattia?
Sì, lo ripeto. E' una polemica inutile. Bisogna essere chiari: chiunque scriva una poesia, una canzone, chiunque dipinga un quadro non ha l'obbligo di essere politicamente corretto. Altrimenti dovremmo giustificare la censura di una società rispondente ai principi cattolici nei confronti di Baudelaire. Esattamente come oggi qualcuno vorrebbe censurare chi non è politicamente corretto. Quindi, venendo al punto, la canzone non l'ho letta. Ma da quello che riportano i giornali mi sono fatto un'opinione.
Entriamo nel merito?
Io dico semplicemente che è del tutto condivisibile il fatto che una delle ipotesi sull'omosessualità sia che questa possa avere una causa scatenante più che legata alla natura, che pure è certo una questione non marginale, alla formazione, all'educazione, all'ambiente. E lo dico al di là della gaffe di considerare l'omosessualità una malattia. Che è una gaffe che puoi non condividere ma che non vedo perché devi impedire.
Lo sa che a Milano ci sarà un Controfestival, il 5 febbraio al locale Quaranta 40?
Sì. E so che devono ringraziare Povia.
Per averli insultati?
Ma certo. Ogni situazione che determina una reazione è benvenuta. Quando la censura limita qualcosa, immediatamente nedetermina il successo. La mia esperienza amministrativa a Milano l'ha dimostrato.
Lei ci andrebbe al Festival oppure no?
No, non ci andrei. Non ho nessuna attrezione per San Remo, per quelli che lo fanno. L'unica ragione per andare a Sanremo, come ho detto per la Fattoria, è che mi paghino. Quando mi chiesero di fare il Dopofestival, qualche anno fa, me lo dissero chiaramente: "Devi farlo gratis". Io ho una popolarità che non intendo tutelare con atteggiamenti paludati. Sono pronto a mettermi in gioco. Ma non ho certo bisogno di fare lo spiritoso. Mi metto in gioco per lavoro. Quindi, se mi invitassero a qualunque Festival o Controfestival, e mi pagassero, ci andrei. Se invece dovessi andarci per una qualche ragione o motivazione interiore, sono sincero: non ce ne è nessuna. Non me ne frega niente: non ho alcun interesse per i festival canori, come non ho nessun interesse per le partite di calcio. Non me ne frega niente. Queste competizioni mi fanno girare le palle, mi annoiano. Ma naturalmente sono pronto a tutto.
Secondo lei Milano è una città omofoba?
Sì. E' una città gay, molto libera. Ha una libertà individuale. Il problema è che le istituzioni sono omofobe, razziste. Il sindaco e un vicesindaco sono imbarazzanti e perfino pericolosi per la città. La città è libera, gay. E' una città dalla quale Luchino Visconti, Ronconi, Franco Quadri, Dolce&Gabbana, Armani, Ferré, Versace hanno diffuso nel mondo una cultura correttamente omosessuale, un'omosessualità come scelta di vita. E le istituzioni invece pensano di essere nel collegio delle suore. E' una cosa imbarazzante. La città in sé è aperta, le istituzioni invece sono chiuse. Per questo dico che è una città omofoba.