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Di Lorenzo Zacchetti

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Gigi Cameroni, dieci anni senza l'eroe del baseball azzurro
Gigi Cameroni

di Lorenzo Zacchetti

A un decennio di distanza, per qualunque sportivo italiano è automatico associare l'estate del 2006 al trionfo dei ragazzi di Lippi a Berlino. Mentre il calcio riscattava le ombre di Calciopoli con le prodezze di Grosso e Cannavaro, uno sport ben meno celebrato perdeva il suo unico grande eroe. Gigi Cameroni, bandiera del Milano Baseball e della nazionale, è deceduto a Magenta il 31 agosto, un mese prima di compiere 74 anni.

Le complicazioni insorte dopo un intervento chirurgico hanno spento la luce di una stella che non si era affievolita nemmeno nei momenti più difficili della malattia. Cameroni allenava ancora, a Sanremo, assecondando una passione che ha ispirato chi ne ha incrociato la strada. Tra questi, anche Faso, il bassista di Elio & le Storie Tese, che in una puntata di “Champions City” dello scorso dicembre lo ha ricordato così: “Credo che Milano dovrebbe fare di più per onorare la memoria di Gigi Cameroni, un simbolo di questo sport, un grande uomo, dal quale ho avuto la fortuna di essere allenato quando giocavo in Serie B. Venne da noi perché si era appassionato al lavoro che stavamo facendo per promuovere il baseball. Ricordo distintamente una scena incredibile di lui, malato di tumore, che viene in campo con la valigetta dalla quale esce il tubo del catetere, la appoggia per terra e, come se nulla fosse, si mette a lanciare le palline per allenare i ragazzi! Mi commuovo ancora adesso a pensarci...”.
 
Nato ad Abano Terme, in provincia di Padova, Cameroni è stato uno dei pionieri del baseball italiano. Ha iniziato a praticarlo subito dopo la Seconda Guerra mondiale nel Leo Baseball, una squadra formata da alcuni liceali meneghini, per poi guidare il Milano Baseball alla conquista di otto scudetti e tre Coppe dei Campioni.

Soprattutto grazie a lui ed al suo carisma, negli anni Sessanta la stampa sportiva ha improvvisamente scoperto il “batti e corri”, che ha iniziato a far capolino sulle pagine solitamente riservate alle imprese di Inter e Milan o al massimo dell'Olimpia di basket. La fortissima Europhon (come si chiamava la squadra milanese in quel periodo) se lo meritava ampiamente, ma sicuramente non avrebbe ottenuto le stesse attenzioni da parte dei media se non fosse stato per la presenza di un “personaggio” come Cameroni, che non temeva il paragone con i protagonisti del pallone.

Proprio per la sua straordinaria rilevanza sportiva, nel 2004 era stato nominato Cavaliere della Repubblica. Cameroni, oltre ad amare molto il suo sport, se ne sentiva – giustamente - un ambasciatore: dopo aver pubblicato il libro “Gigi Cameroni vi insegna il baseball” (nel 1967) si è dedicato al compito di allenatore, svolto con Bollate, Juventus, Lodi, Cus Genova e Sanremo. Non aveva remore nel scendere di categoria, dopo essere stato tecnico anche della nazionale, perché a guidarlo era un sacro fuoco che non accennava a raffreddarsi nemmeno nei suoi ultimi giorni.

Poco prima di morire, aveva confermato con il solito entusiasmo la sua partecipazione alla festa per i 60 anni del Milano Baseball. L'ottimo collega Elia Pagnoni, che fa anche parte della società meneghina, il giorno dopo la sua scomparsa lo ha ricordato in un bell'articolo su “Il Giornale”, che si chiudeva con queste parole: “Voleva sempre la casacca numero 7, credeva nell’'influsso positivo dell’'arcobaleno, faceva la danza della pioggia quando voleva far sospendere le partite, allenava i suoi sparando negli altoparlanti le urla del pubblico di Nettuno per abituarli alla bolgia del campo più caldo d’'Italia. Il baseball italiano non ha perso solo uno dei suoi più grandi giocatori e allenatori, ha perso l’'unico personaggio che ha saputo farsi conoscere anche oltre il nono inning”.

Rileggerle dieci anni dopo fa una certa impressione, sia perché il ricordo di Cameroni è ancora vivissimo tra chi ne ha condiviso la strada e la passione sportiva, sia perché mai come oggi il baseball italiano avrebbe bisogno di un portabandiera del suo calibro, per provare ad un uscire dal limbo nel quale fluttua ormai da troppo tempo.

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