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Di Lorenzo Zacchetti

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Ius Soli: la politica discute, lo sport è già avanti

di Lorenzo Zacchetti

In occasione delle ultime due partite di qualificazione mondiale, “W il Calcio” (l'associazione di Bologna di cui presiedo la “sorella” milanese) ha chiesto alla nazionale azzurra di manifestare il proprio favore nei confronti della legge sullo Ius Soli: “I calciatori potrebbero indossare al braccio una fascia gialla, bianca o della pace, oppure stendendo uno striscione, o un'altra qualsiasi iniziativa che ne dia visibile testimonianza”. Sulla stessa lunghezza d'onda Gianni Mura, che su “Repubblica” ha invitato il calcio a “scendere in campo per lo Ius Soli”. Il grande giornalista, d'altronde, era stato ospite di “W il Calcio Milano” all'Arena Civica in occasione dell'ultimo Trofeo Arpad Weisz e quindi già conoscevamo la sua posizione sul tema. In generale, va sottolineato come il mondo dello sport (talvolta criticabile sul piano etico e culturale) sia invece clamorosamente avanti sul piano dei diritti civili. In Parlamento si prende atto della mancanza dei numeri per far approvare la legge e nel Paese si lancia il digiuno a staffetta affinché il provvedimento non sparisca dall'agenda politica. Alla celebrazione per i dieci anni dalla nascita del PD, Walter Veltroni supplica Gentiloni e Renzi affinché la legislatura non finisca senza prima aver approvato lo Ius Soli.

Al contrario, nello sport il diritto di cittadinanza è già realtà. La svolta del cosiddetto “Ius Soli sportivo” è avvenuta il 20 gennaio 2016 con l'approvazione della legge concernente “disposizioni per favorire l’integrazione sociale dei minori stranieri residenti in Italia mediante l’ammissione nelle società sportive appartenenti alle federazioni nazionali, alle discipline associate o agli enti di promozione sportiva”. A farsene promotrici, in primo luogo, sono state due ex sportive poi entrate in Parlamento: Josefa Idem del PD (relatrice) e Valentina Vezzali di Scelta Civica. La legge riveste un'importanza fondamentale perché consente ai minori stranieri regolarmente residenti in Italia “almeno dal concepimento del decimo anno di età” di essere tesserati presso le federazioni sportive con le stesse procedure previste per il tesseramento dei cittadini italiani, ovvero senza le limitazioni che i singoli sport impongono per gli stranieri. L'assurdità della precedente norma stava proprio nell'applicare a tutti un limite pensato per limitare l'afflusso di stranieri ingaggiati soprattutto dalle nostre squadre professionistiche di calcio, ma che finiva col ledere i diritti di ragazzi che, a differenza dei loro compagni di scuola italiani, non potevano fare sport liberamente. Per distinguere ulteriormente i due ambiti, fino ad allora estremamente confusi, si è mantenuta la restrizione sull'eleggibilità di un atleta per la nazionale azzurra, che è limitata a chi ha conseguito la cittadinanza italiana.

La chiarezza delle regole su questo è necessaria, per arginare il fenomeno delle naturalizzazioni “di comodo”, determinate soprattutto dal desiderio di fare carriera entrando in una nazionale nella quale si hanno più chance rispetto a quella del proprio vero Paese. Su questo contano anche le normative specifiche emanate dalla competente federazione internazionale (nel calcio, la Fifa), in maniera non sempre lineare. Nelle more delle approvazione dello Ius Soli, per vestire la maglia azzurra bisogna avvalersi dello “Iure Communicatio” (trasmissione da un membro all'altro della famiglia, ad esempio attraverso matrimonio o adozione), o lo “Ius Sanguinis” (discendenza). Per gli extracomunitari è però necessario avere alle spalle almeno 10 anni di residenza. Proprio perché si è diviso chiaramente il percorso dei professionisti da quello dei dilettanti, trovo leggermente fuorvianti i numerosi riferimenti fatti nei giorni scorsi a situazioni eterogenee come quelle di Balotelli nel calcio, di Hackett e degli altri “oriundi” del basket e dei numerosi “nuovi italiani” dell'atletica. La ratio dello “Ius Soli sportivo” riguarda più propriamente realtà come quella della “Tam Tam Basket” di Castel Volturno, in Campania, una squadra composta in massima parte da ragazzi nati in italia da genitori africani. Se ne è parlato di recente perché il loro diritto allo sport è leso dalla norma in vigore nel basket che consente a ogni squadra di tesserare al massimo due cittadini stranieri. Se questa regola ha senso per i professionisti, è assolutamente inadeguata per i dilettanti. Senza contare, ovviamente, che il Parlamento approvasse lo Ius Soli questi ragazzi diventerebbero italiani, superando ogni ostacolo. Lo stesso discorso vale ovviamente per Milano. Nel 2013 si sono registrate nella nostra città circa 258.000 presenze di immigrati, ovvero il 20% del totale della popolazione. La crescita rispetto all'anno precedente è stata di 9.500 unità, una buona fetta delle 42.000 che invece rappresentano l'incremento complessivo in Lombardia, regione che anche tra gli studenti ha le presenze straniere più rilevanti d'Italia: 191.526.

A Milano, sono di altra nazionalità il 20% degli alunni delle primarie e il 21% di quelli delle secondarie. Sebbene la popolazione del capoluogo stia diminuendo, come trend generale, i minori sono invece in continua crescita. Dai 166.381 del 1999, si è passati ai 208.079 del 2014, proprio per l'aumento esponenziale della presenza di giovani immigrati, che oggi rappresentano il 27% di questa fascia d'età. Le famiglie italiane fanno sempre meno figli e oltre un ragazzo su quattro è figlio di immigrati. In totale, vivono nel nostro paese un milione di stranieri, dei quali paradossalmente oltre la metà è nata in Italia! Lo sport ha saputo anticipare i tempi, riconoscendo i diritti di coloro che, secondo gli auspici, dovrebbero presto essere riconosciuti come “nuovi italiani”.

Chi si batte contro lo Ius Soli sostiene invece che nascere nel nostro Paese non è sufficiente per essere italiano: bisogna secondo loro anche aderire “ai nostri valori fondamentali”. E quali sarebbero, di grazia? I nostri valori fondamentali sono quelli racchiusi nella Costituzione e rispettarli è un dovere. Per tutti. Questo vale anche per chi, battendosi “per la difesa dell'italianità”, finisce col toccare posizioni intolleranti che invece non sono compatibili con la nostra Carta fondamentale. Forse qualcosa dallo sport e dalla sua capacità di includere, almeno in questo caso, faremmo meglio ad impararlo.

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